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1992-2017: venticinque anni dopo
la Protezione Civile riparte
dalla sua storia

FERMO - Dall'approvazione della legge istitutiva ai 6 mesi dal terremoto del 24 agosto, le riflessioni di Francesco Lusek
sabato 25 febbraio 2017 - Ore 12:59
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di Andrea Braconi

Dei 25 anni della Protezione Civile nazionale, me ne sono fatti 23. Ho iniziato come volontario nel 1994 e l’evoluzione l’ho vissuta da dentro”. Parte così Francesco Lusek, responsabile del Servizio di Protezione Civile del Comune di Fermo nel ragionare su due importanti ricorrenze che hanno segnato la giornata di ieri: da un lato quel 24 febbraio 1992, con l’approvazione da parte del Parlamento delle Legge n. 225 che istituì il Servizio nazionale di Protezione Civile”, fortemente voluta da Giuseppe Zamberletti; dall’altro il 24 agosto 2016 e la scossa delle 3.36 con epicentro nel Comune di Accumoli, che provocò quasi 300 morti.

Due momenti distinti della storia del nostro Paese, accomunati però da un lungo filo rosso.

“Quello che ha creato Zamberletti era una vera innovazione, poi nei vari anni ognuno l’ha interpretata a modo suo e riapplicata, ma il concetto del sistema Italia che dialoga e che in base alle rispettive competenze lavora come un’orchestra sotto una direzione unitaria. Mette sul campo le migliori professionalità per raggiungere un unico scopo, che è quello della salvaguardia della vita umana. Di fondo, ripeto, c’era una grande innovazione e lo è anche oggi, perché nessun Paese al mondo ha un orchestra così articolata e così vasta”.

Più volte in questi anni hai però sollevato alcune note dolenti di questo sistema.

“Serve più semplificazione delle norme, con pieni poteri alla Protezione Civile, e servono risorse anche in tempo di pace: non dobbiamo quantificare i fabbisogni durante l’emergenza ma dobbiamo pianificare e dotarci delle risorse necessarie per essere pronti quando accade qualcosa. È una riflessione che facciamo anche a livello locale, dove spesso il volontariato viene utilizzato per compiti non proprio ortodossi, quando invece bisogna concentrarsi sulla preparazione all’emergenza.”

É una sorta di regalo che chiedete per i 25 anni: un cambio di rotta.

“Prepararsi in tempo di pace non è solo fare diffusione della cultura di Protezione Civile, nei confronti delle scuole e della popolazione, ma significa anche avere una sensibilità per dotare l’apparato delle risorse necessarie e degli strumenti per fronteggiare situazioni estreme. Serve accelerare la riforma della Protezione Civile, stabilire le regole del gioco e, come dico sempre, ricreare quel livello intermedio che era rappresentato dalle Province. La Regione è un ambito territoriale più vasto, non riesce ad intercettare tutte le istanze. È una cosa che sentiamo tutti. E qui siamo comunque fortunati ad avere una Prefettura molto qualificata e sempre presente, un Comune capoluogo che fa la sua parte e si mette a disposizione, una realtà come quella di Porto Sant’Elpidio che sull’accoglienza si è dimostrata all’altezza, Vigili del Fuoco e Forze Armate che si sono dimostrati ancora una volta insostituibili.”

Serve una maggiore sensibilità, quindi, a più livelli.

“Dopo la tragedia dell’Hotel Rigopiano ci sono stati due giorni di dibattito costruttivo. Sono stato lì e, nonostante la tragicità dell’evento, ho sentito un’attenzione verso la Protezione Civile che mancava da tempo. Ma è durato solo 48 ore, già non se ne parla più, delle inefficienze non si discute più. Ma quella sensibilità serve sempre, serve 365 giorni all’anno e serve a tutti i livelli, dal locale al centrale.”

E cosa deve fare in particolare quest’ultimo livello?

“Deve ridare le competenze alle Province o creare un livello intermedio, garantire risorse certe e semplificare la norma individuando chi è preposto al coordinamento. Dopo il terremoto del 1997, che è stata la mia esperienza, la ricostruzione ha funzionato ed è durata solo 10 anni, quindi…”

L’altra ricorrenza è quella del terremoto del 24 agosto scorso. Sei mesi dopo siamo nel vivo di una polemica sui ritardi nella ricostruzione, con il commissario Errani nel mirino e le legittime proteste delle comunità locali che crescono giorno dopo giorno.

“Umanamente ed emotivamente è pesante perché noi siamo sul campo e siamo a diretto contatto con gli sfollati. Stiamo sviluppando dei progetti con Arquata del Tronto e con i volontari abbiamo un contatto diretto. Ma soprattutto siamo terremotati anche noi, mia nonna di 92 anni è fuori casa. Abbiamo perciò questo doppio ruolo di soccorritori e persone coinvolte che inizia ad essere pesante dopo sei mesi. Da un parte rappresentiamo l’apparato e il sistema sul quale le persone riversano le proprie aspettative, dall’altra parte viviamo tutto quello che vivono loro, naturalmente con le dovute differenze tra chi ha perso tutto, familiari compresi.”

Ma le vostre motivazioni rimangono intatte.

“La passione ancora non cede, non metto in discussione le mie scelte professionali ma è una fase molto difficile del mio percorso, non paragonabile neanche ad una missione di guerra dove hai il tempo di rielaborare una volta tornato a casa. Qui no, il fronte è casa tua.”

Cosa occorre fare per uscire da questo drammatico stallo?

“Non spetta a me decidere cosa fare, ma sicuramente serve che si ritorni, diciamo così, agli antichi splendori. Questo è un sistema che negli anni ha funzionato anche a livello internazionale, dove era preso come punto di riferimento. Se tu mi chiedi di chi è la responsabilità non so darti una risposta, ma sicuramente bisogna fare una riflessione a tutti i livelli. E poi non serve inventarsi qualcosa di nuovo, basta guardare anche indietro e vedere cosa si è fatto nel 1997 e a L’Aquila nella fase emergenziale. Penso anche alla Missione Arcobaleno in Albania nel 1999, dove abbiamo proiettato una serie di strumenti che ci ha permesso di gestire una crisi senza precedenti con grande rapidità. Ripeto, guardiamo a ciò che abbiamo fatto e ripartiamo da lì.”

Le polemiche sicuramente non aiutano ad affrontare al meglio le urgenze.

“Io non entro nelle polemiche, non mi sono mai interessate. La mia intenzione è solo quella di sensibilizzare affinché si metta al centro della programmazione il servizio della Protezione Civile. Mi vengono in mente i piani di emergenza, dei quali ogni Comune deve dotarsi: oggi non è più accettabile che un piano di emergenza non venga aggiornato per 10 anni. Difendo il livello locale, perché purtroppo è quello che subisce più contraccolpi: diamo quindi un ruolo preciso ai gruppi di Protezione Civile e lavoriamo con forza sulla formazione. La strada da seguire è ancora quella tracciata da Zamberletti, passando per tutte le esperienze che abbiamo fatto in questi 25 anni.”


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