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SPECIALE TEATRO DELL’AQUILA
Vent’anni fa la riapertura, Fedeli:
“Fu una grande impresa collettiva”

FERMO – L'8 marzo 1997 uno dei teatri più importanti delle Marche riapriva le sue porte. Cronachefermane.it vi racconta questa storia, attraverso le voci dei protagonisti
martedì 7 marzo 2017 - Ore 08:43
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(foto di Erica Lorenzini)

di Andrea Braconi

Lo ricorderemo? Era l’interrogativo che riecheggiava a Fermo sul finire degli anni ’90, tra cittadini sfiduciati per una riapertura del Teatro dell’Aquila che sembrava non arrivare mai. Anche il giorno in cui il sipario tornò a spalancarsi e nonostante i manifesti affissi, c’era chi continuava ad esternare i propri dubbi.

Era l’8 marzo 1997, vent’anni fa. E così, a poche ore da una data che è parte della storia di questa città e di tutto il territorio, siamo andati a cercare i racconti di chi era amministratore, di chi ha avuto ruoli fondamentali, di chi ha vissuto dal palco emozioni indelebili e anche di chi oggi ne cura i contenuti.

Abbiamo deciso di partire con Ettore Fedeli, il sindaco che diede il via ad un grande lavoro collettivo, sbloccando una lunga fase di stallo.

QUALE TEATRO POSSIBILE?

L’ex sindaco di Fermo Ettore Fedeli

“Sono entrato come sindaco nel dicembre 1993 ed eravamo in un contesto particolare: poco prima c’era stata tutta la cosa di Tangentopoli e sulle Amministrazioni pubbliche aleggiava un clima piuttosto pesante. Noi avevamo fatto un’iniziativa precedente come gruppo culturale su questo dibattito che c’era sul Teatro dell’Aquila, già chiuso da circa 10 anni per tante vicende legate a dei lavori che si sono, diciamo così, inceppati.

L’Amministrazione precedente aveva deciso di mettere tutto in mano ad una grande professionista, che era l’architetto Gae Aulenti. Un personaggio di quel calibro così non si impegna solo per la messa a norma del teatro, cioè il motivo principale per il quale fu chiuso, oltre che per un restauro architettonico, ma sa guardare molto oltre. Fece una riflessione su come il teatro non avesse mai avuto una facciata e quindi realizzò un progetto che non riguardava soltanto il suo restauro ma anche la sistemazione della parte esterna, anche con un ripensamento del blocco che dava sulla Strada Nuova.

Il problema era che una cosa di quel genere avrebbe avuto dei costi spaventosi, risorse di cui non disponeva il Comune e in un momento in cui sui Lavori Pubblici c’era quel clima a cui facevo riferimento. E allora noi, prima che quell’Amministrazione precedente andasse in crisi, rispetto a questo dibattito c’eravamo già chiesti quale fosse il teatro possibile.”

PER L’IDENTITÀ DI UNA CITTÀ

“Il punto di partenza era che il teatro rappresentava un punto fondamentale per la vita cittadina e per la sua identità, e noi avevamo un’intera generazione che non aveva conosciuto il Teatro dell’Aquila.

Quindi, il nostro impegno era quello di restituirlo alla città per far ritrovare le persone insieme; più che l’aspetto architettonico ci interessava la sua funzionalità ed il suo ruolo in ambito culturale e sociale, in un momento in cui c’era disgregazione con le periferie. Non fare questo sarebbe stata un’occasione persa, quindi diventò un’assoluta priorità.”

LO FACCIAMO NOI

“Così presi e andai a Milano nello studio di Aulenti a dire che come Amministrazione non eravamo in grado di affrontare una spesa simile e che, di conseguenza, volevamo puntare sul recupero e sulla messa a norma, concludendo questa partita. Lei mi disse: ‘Se voi avete bisogno di fare questo, di renderlo funzionale, avete in loco dei progettisti che sono in grado di farlo’, come Manuela Vitali che aveva fatto tutta la documentazione storica del teatro, e altri come l’ingegnere Borsoni per quanto riguardava gli impianti. Poi c’erano diverse risorse interne. Ricordo come quel confronto fu molto tranquillo e signorile.

Tornato da Milano dissi: ‘Bene, adesso il teatro lo facciamo con le nostre forze, però evitiamo tutti gli errori precedenti’.

All’ingegnere capo Piero Moriconi spiegai: ‘Tu, Piero, per un anno intero sei distaccato al Teatro dell’Aquila, stai lì tutti i giorni a seguire i lavori’.

Un altro personaggio chiave per la gestione burocratica è stato il compianto segretario comunale, Salvatore Carozza, che seguiva tutto con grande attenzione e scrupolo.

Poi Manuela Vitali e gli altri progettisti, che erano già stati contattati dalla Aulenti.

In più incontrammo un’impresa molto seria, la ditta Alessandrini, originaria di Montefortino, e incominciammo a cercare ulteriori finanziamenti perché, pur avendo ridotto la portata del progetto, si trattava di una cifra comunque importante.

Tra i tanti problemi che incontrammo, c’era quello delle scale di sicurezza all’esterno. Non era solo un fatto estetico, ma c’era una coesistenza con i privati per cui la scala grande di uscita era in realtà la scala condominiale che il Comune condivideva allora con la famiglia Palazzi. Cosa è successo? Lì ci fu un altro colpo di coraggio: ‘Signora mia – dissi alla proprietaria – perché dobbiamo andare avanti così e invece non ce lo vende?’. E conquistammo così uno spazio importante, sia per gli uffici del teatro che per l’Assessorato.”

VITTORIO SGARBI E L’ELOGIO A FERMO

“Allora c’era il Governo Berlusconi e Sgarbi era venuto a Fermo per una mostra che facemmo sulle opere di Franco Maria Ricci. In quel periodo era presidente della Commissione Cultura della Camera e allora, sfruttando questo contatto, cercammo di coinvolgerlo.

Gli feci vedere il teatro mentre i lavori proseguivano, anche se mancavano ancora le risorse sufficienti. Eravamo vicini alla campagna elettorale e lui fece una tirata in televisione dicendo: ‘Guardate cosa succede a Fermo con pochi soldi! E lo dico anche se il sindaco non è della mia parte politica, mentre invece Orlando sta massacrando il Teatro Massimo a Palermo!’. Fu una cosa straordinaria.”

L’INAUGURAZIONE, FINALMENTE

“Abbiamo volutamente scelto la data dell’8 marzo, perché aveva un forte valore simbolico. Ma nonostante ci fossero i manifesti affissi, la gente continuava a dire: ‘Ma davvero? Lo ricorderemo?’. In 2/3 anni abbiamo portato a termine i lavori, messo le nuove poltrone, restaurato il lampadario, trovato e recuperato degli affreschi all’ingresso, e poi tanto altro ancora. Pensiamo che all’epoca erano chiusi tanti altri teatri del Fermano.

L’inaugurazione? Fu molto emozionante, con Luigi Maria Musati ed altri facemmo uno spettacolo improvvisato sulla vita e sugli episodi del teatro.

Oltre ai progettisti, feci anche sfilare sul palco tutti gli operai della ditta Alessandrini che si presero gli applausi del pubblico. Sono persone che non vede mai nessuno, ma che meritavano tutta la nostra gratitudine.

Ecco, ricordo quella riapertura come uno sforzo collettivo da parte di tutta l’Amministrazione.

Quando ripenso ad allora, penso che nonostante tutte le difficoltà c’erano possibilità sì ridotte ma non come in questo periodo. Oggi fare un intervento simile riguarderebbe almeno 2 o 3 Amministrazioni consecutive.

Il Teatro dell’Aquila è l’opera più significativa tra quelle che abbiamo fatto in quegli anni, da quel momento in poi la gente ha ricominciato a ritrovarsi e quello spazio è tornato ad essere il centro dell’identità cittadina.

Lo spirito è stato quello di una grande impresa. Devo a quelle persone di cui ho parlato prima questo risultato. Ed è giusto che vengano ricordate.”


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