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“Quello che eravamo siamo oggi”:
il campo di Dachau raccontato dagli studenti del Liceo Artistico
(VIDEO REPORTAGE)

STORIE - Prima puntata del nostro reportage con il Liceo Artistico "Preziotti - Licini" di Fermo e Porto San Giorgio
lunedì 3 aprile 2017 - Ore 18:41
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di Andrea Braconi

Li abbiamo accompagnati per 4 giorni, oltrepassando cancelli di ferro, salendo le scalinate di università e musei, sedendoci a tavola con loro e attraversando gli incroci di una Monaco carica di suggestioni.

Sì, Cronachefermane.it è proprio “andata in gita”. E lo ha fatto insieme a 58 alunni del Liceo Artistico “Preziotti – Licini” degli indirizzi AF (Arti figurative), AAS (Architettura ambiente e scenografia), DI (Design industriale), DOC (Design della ceramica e dell’oreficeria metalli) di Fermo e AFGL (Arti figurative e grafica) di Porto San Giorgio. Con noi – ma soprattutto con i ragazzi – anche gli insegnanti Grazia Cicchinè, Ines Gerardi, Giuseppe Buondonno, Piero Ferracuti e Rossano Perotti.

Un viaggio intenso, dentro gli spazi più significativi di una città che è stata e che continua ad essere un punto di riferimento, comunitario e mondiale, sia sotto il profilo storico che culturale.

E nel raccontare questa esperienza abbiamo scelto di muoverci su due fronti: quello della parola e quello dell’immagine. Un po’ perché nell’era di una comunicazione sempre più digitale è insito nella natura di un sito di informazione online come il nostro documentare a livelli differenti fatti di cronaca ed esperienze; un po’ perché sono proprio gli stessi studenti a chiedere di essere raccontati anche per le loro passioni, per la loro sensibilità, per quel desiderio di conoscenza. E non soltanto per gli errori.

Da questi presupposti, quindi, nasce un primo video reportage dove le voci e le emozioni “colorate” delle ragazze e dei ragazzi si incastonano con dei frammenti più attenuati, raccolti all’interno del campo di concentramento di Dachau, pochi chilometri a nord ovest della capitale della Baviera. Una struttura, la prima nella Germania nazista, che dal marzo 1933 divenne modello di sfruttamento, tortura e sperimentazioni.

Il rumore dei passi degli studenti, il loro silenzio, le domande mai convenzionali solcano una mattinata sconcertante: perché attraversare stanze che portano ancora i segni di una violenza progressiva, immortalare oggetti e firme, leggere e ascoltare cifre, mettere a fuoco la mappa di una follia liquida, segnano definitivamente le coscienze.

E dal più esuberante fino chi si fa accompagnare da una dolce timidezza, la commozione in questi studenti rimane un tratto distintivo, inequivocabile e persino inviolabile.

“Quello che eravamo siamo oggi”, sussurra una ragazza lasciandosi alle spalle l’ingresso di quell’inferno che da oggi non si potrà più cancellare. E più che una frase, la sua è un’incisione nel muro della nostra ipocrisia. Un invito a ripensare e a ripensarci, ad elaborare un presente dove la dignità umana sia la sola direttrice possibile. Lo chiede, con insistenza, la storia. E lo chiedono, urlando, le nuove generazioni.

Giovani che, nonostante tutto, provano a cercare la propria idealità, partendo dai libri e dal ricercare esempi. Giovani che ritroveremo qui, nel secondo racconto dedicato alle strutture museali di Monaco. Sempre con quei loro volti, liberi, in primo piano.


© RIPRODUZIONE RISERVATA


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