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In cerca di un lavoro nella città che ha ridato la speranza: la storia dei rifugiati politici elpidiensi

martedì 11 aprile 2017 - Ore 19:39
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di Maikol Di Stefano

Youssuf, Beni, Ampong sono solo tre dei 48 richiedenti lo status di rifugiati politici e che dallo scorso agosto, vivono nel residence “Nazionale” di Porto Sant’Elpidio, una struttura dedicata interamente a loro che sono tutti ragazzi con età compresa tra i diciotto e i quaranta anni. Ragazzi arrivati in Italia spesso non per scelta, ma spinti dalla disperazione o da un fucile puntato dietro la nuca. Questa è la triste realtà che si nasconde dietro gli occhi di ragazzi che dopo essersi visti privati di tutto, dal rapporto con le proprie famiglie, al rispetto dei diritti umani ai loro sogni, sperano oggi di poter ricominciare a vivere. Arrivano prevalentemente dall’Africa occidentale. Costa d’Avorio e Nigeria, ma anche Ghana e Sierra Leone a loro si uniscono i ragazzi scappati dal Medio Oriente: Pakistan, Afghanistan e Iran.  Ragazzi, uomini, che vivono sotto la supervisione di Gestione orizzonti. Una cooperativa nata in Molise, ma che agisce anche in Abruzzo, Lazio e per l’appunto le Marche.  Michele che insegna Italiano ai ragazzi durante la mattina, Paola che è la mediatrice linguistica, Valerio lo psicologo che li segue ad ogni passo e Matteo il direttore. Sono loro ad accompagnarli nel percorso di inserimento in Italia, organizzando laboratori e corsi per apprendere un mestiere come quello del cameriere.

Ragazzi arrivati in Italia, ma che del loro viaggio non voglio e spesso non riescono neanche a parlare. “E’ una storia troppo lunga”. E’ la risposta che danno tutti, mischiando alcune parole d’italiano al loro inglese o francese. “Vogliamo lavorare” è l’altro coro che spesso durante la chiacchierata esce fuori. Una volontà bloccata però dalla burocrazia, tra loro ci sono ragazzi che da agosto ad oggi ancora attendono che la loro domanda per lo status di rifugiato venga valutata. Girano in città facendo sport, alcuni hanno imparato a conoscere Porto Sant’Elpidio tramite le lunghe camminate o i giri in bicicletta. Tutti da settimane cercano nei locali della zona, ma anche tra gli agricoltori o quant’altro un posto di lavoro.

Accompagnati dai loro “educatori”, bussano alle porte dell’azienda e lasciano il curriculum che riassume quanto fatto nella vita fino ad oggi. C’è chi prima di fuggire era un ingegnere informatico, chi lavorava negli hotel o chi nel campo edile. Oggi vorrebbero solamente avere un’opportunità, in qualsiasi ramo. Alcuni sono analfabeti, la maggior parte parla alcuni hanno imparato un buon italiano, tra loro c’è Ahmed, non ancora ventenne, fuggito dall’Iran. Mostra con orgoglio il crocifisso al collo. “Il mio Paese è mussulmano, io mi sono convertito al cristianesimo. Sono dovuto scappare per essere libero di vivere il mio credo, altrimenti lì mi avrebbero ucciso”. Due anni trascorsi in Germania, poi l’arrivo nel nostro paese. “Mi piace molto di più l’Italia, la Germania è una paese ‘fascista’ – dice ridendo – ho avuto la fortuna di arrivare qui e trovare subito lavoro. Negli ultimi mesi come coltivatore”.

Youssuf, 28enne afghano, in Italia ha trovato un’oasi dopo l’odissea. Oggi lavora in un autolavaggio, ma non vuole fermarsi qui. “Presto farò dei colloqui con alcuni ristoratori, lavorare in quel ramo mi piace, la speranza è che mi possano assumere. Mi trovo molto bene con gli italiani e con l’Italia”.

Quasi tutti vedono nel loro futuro il mondo ristorativo o almeno, oggi, lo inseriscono nella loro aspirazione massima. Loua Beni Florentin è ivoriano, fare il cameriere è il suo obiettivo primario, per quello sta studiano qui a Porto Sant’Elpidio.

Quaby Ampong è ingegnere informatico, qui vorrebbe restare perché l’Italia gli piace. “Farei qualunque cosa, perché passo tanto tempo a dormire, invece vorrei lavorare, riempire la mia giornata, la mia vita ed il mio futuro. – non si nasconde Quaby – Stavo meglio in Ghana di come sto adesso, ma se sono scappato è perché non potevo più rimanere”. La fuga non voluta dal proprio paese è la storia che accomuna un po’ tutti, fuggiti dall’Africa per andare in Libia e scoprire poi che la realtà di Gheddafi non c’è più. Spesso ad attenderli ci sono bande di arabi, che come vedono arrivare i ragazzi dell’Africa organizzano rapimenti e li tengono in prigionia per mesi. Uno status da cui o fuggono o vengono liberati solo dietro il riscatto. Non sentono e vedono la famiglia per anni. Un dramma che quasi tutti questi ragazzi hanno vissuto e che oggi, in Italia, spesso si trovano a combattere con quel ‘male’ che affligge fin troppe persone: il razzismo. “L’Italia è bella, mi piacerebbe anche restare qui. Mi trovo oggi in un centro dove ci trattano molto bene. – racconta Ampong – Quando usciamo, però le cose cambiano ci scontriamo con situazioni spiacevoli. Capita molto spesso d’imbatterci in persone ostili. Succede che ogni tanto andiamo in un locale, entriamo per vedere le partite di calcio che trasmettano e subito dopo il nostro passaggio arriva qualcuno e ci spruzza dietro il deodorante. Io guardo quella scena è mi viene solo da dire: che tristezza”.

 


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3 commenti

  1. 1
    Rosetta Renzi via Facebook il 11 aprile 2017 alle 21:47

    Ma perché non andate tutti a casa le persone di Porto Sant’Elpidio Di muoiono di fame perché non trovano lavoro

  2. 2
    Massimo Catanzaro via Facebook il 12 aprile 2017 alle 16:42

    Negli Stati dell’Africa occidentale non ci sono guerre, anche in Nigeria Boko Haram é ormai praticamente sconfitto. Si tratta per la maggior parte di migranti economici che entrano in competizione per il posto di lavoro con i numerosi italiani laureati e diplomati che sopravvivono facendo i camerieri e i lavapiatti in ristoranti e pizzerie, spesso in nero.

  3. 3
    Luca Bugiolacchio via Facebook il 12 aprile 2017 alle 17:28

    Chi cerca.. Trova

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