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Simonetta Peci: “Noi donne abbiamo bisogno di modelli umani non di pregiudizi e retaggi culturali”

Simonetta Peci è assistente alla poltrona di un dentista. Timida, riservata, rigorosa. Tolto il camice si apre un mondo di passioni. Un racconto straordinario di vita che attraversa la quotidianità trasformandola.
giovedì 11 maggio 2017 - Ore 08:52
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Simonetta Peci e Ennio Brilli

di Claudia Mazzaferro

Sono convinta che il bello di una donna sia l’infinito universo che nasconde dietro l’apparenza. Simonetta Peci è assistente alla poltrona di un dentista. Timida, riservata, rigorosa.

Tolto il camice si apre un mondo di passioni. Un racconto straordinario di vita che attraversa la quotidianità trasformandola. Ai più è nota come autrice di “Trasmigrazioni”, il suo esordio letterario – storie di donne, di violenze, di rinascite, realizzato in collaborazione con la Commissione Pari Opportunità della Regione Marche.

Ricordo la prima volta che vidi le tue foto. Una persona complessa, mi davi l’impressione di essere brace ardente sotto le ceneri.

(sorride come fa sempre) “Faccio un lavoro che mi costringe, anche fisicamente, ad una certa rigidità. E forse è questa la spinta, il vero motore della creatività. Ho studiato al liceo artistico, ho sempre avuto una naturale propensione all’arte. Prima della fotografia mi sono avvicinata alla pittura. Forme di espressione che ho coltivato negli anni.”

Il ricordo più nitido della tua infanzia.

“Ho ricordi piuttosto tristi. Avevo tre anni quando ho incontrato la morte per la prima volta. I funerali di mio zio, di mia cugina e di mia nonna. Giocavo spesso al cimitero, era consuetudine la domenica andare con la famiglia a salutare i parenti che avevamo perso. Ricordo le foto sulle lapidi. Forse per questo motivo uno dei primi servizi fotografici che ho realizzato è ambientato lì.”

Da grande sognavi di diventare…?

“Cantante o stilista. In realtà ero stonata quindi il primo sogno non era realizzabile. Il secondo, difficile perseguirlo. Vengo da una famiglia umile, non era pensabile partire per studiare.

Quindi ho scelto di fare quello che la vita mi ha concretamente offerto.”

Ma ai tuoi sogni hai sempre lasciato uno spazio immenso. Dentro e fuori. Parlami del tuo rapporto con il teatro.

“Sono sempre stata una persona timida. Il teatro mi ha aiutata moltissimo, lo suggerisco come forma terapeutica anche. Ho iniziato a vent’anni circa. Vidi Proietti in Cyrano e mi innamorai. La mia prima performance? Pirandello, le mie prime quattordici battute sul palcoscenico. Ancora oggi, a distanza di anni, penso un istante prima che si apra il sipario “ma chi me lo ha fatto fare?”. Poi l’esigenze di recitare, di interpretare, adoro la vicinanza con lo spettatore, percepire le sue sensazioni così vicine alle mie.”

A quale progetto stai lavorando?

“Una performance sulla storia del rock. Mi diverto moltissimo, ho tanti progetti in mente, il teatro è una fonte di energia inesauribile.”

Scrittrice, anche. La donna al centro della tua opera letteraria. E non solo, hai una particolare attenzione al mondo femminile in tutte le tue espressioni.

“Scrivo da sempre. A dodici anni la prima poesia. Ricordo un episodio in particolare, probabilmente tutto nasce da lì. A scuola il mio professore, dopo una prova di composizione poetica, mi disse “non scriverai mai poesie tu!”. Ho reagito, due anni dopo, con una poesia d’amore che ancora ricordo. E “Trasmigrazioni” è stato il frutto di un bellissimo percorso che ho intrapreso con otto donne di cui racconto la violenza subita e la rinascita in una nuova identità.

Cosa manca a Simonetta?

“Un figlio, che non avrò mai. E il mio primo libro è profondamente legato alla mia storia personale.

Al pregiudizio nei confronti delle donne. All’assurdo dualismo “santa o puttana” che Manzoni ha descritto benissimo con Lucia e la monaca di Monza. Siamo umani e se non posso avere figli non è giusto subire il senso di colpa. Ho affrontato un durissimo percorso, durato 5 anni, di fecondazione assistita. Sono uscita devastata da questa esperienza, sia dentro che fuori. E la gente, persino un prete, mi ha detto di tutto “non hai figli perché ti vuoi divertire”, “Dio ha voluto punirti così”. No, non posso avere figli. Fisicamente non posso e ho impiegato tempo a capire che la natura non ha nulla a che fare con il senso di colpa e i retaggi culturali. Le donne ancora oggi subiscono il pregiudizio, il peccato, l’onta che ci portiamo ingiustamente dietro da secoli. L’incontro con queste otto donne, la mia esperienza personale, sono confluiti in questo libro che è una forma di nuova consapevolezza per tutte.”

Ci salutiamo. Sento ancora addosso il suo sorriso grandissimo mentre parliamo delle rispettive compagne di Macron e Trump. Mi dice “Odio particolarmente la frase – dietro ad un grande uomo c’è sempre una grande donna”. Ha ragione, penso, guardandola scivolare nel buio. Una grande donna esiste a prescindere.

Simonetta sarà al Teatro comunale di Altidona sabato 13 maggio, alle 21.15, con il suo ultimo lavoro da autrice e regista “Attaccati all’amo (re)”, in collaborazione con La Maison de Poupée.

    

 


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