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Buondonno e la sinistra in movimento: “Dobbiamo essere credibili, basta fortini”

POLITICA - Intervista al coordinatore regionale di Sinistra Italiana, che analizza il voto di ieri e annuncia un'assemblea nazionale per l'autunno
lunedì 26 giugno 2017 - Ore 17:37
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di Andrea Braconi

Ieri i ballottaggi che hanno visto il Partito Democratico crollare in tantissimi Comuni. Qualche settimana primo, il 18 giugno scorso per l’esattezza, un’animata assemblea a Roma che aveva rappresentato un vero e proprio momento di svolta per proseguire il percorso verso una nuova sinistra. Ma quale sinistra? “Quella che, da troppo tempo, non c’è”, spiega a Cronachefermane.it Giuseppe Buondonno, coordinatore regionale di Sinistra Italiana.

Che valutazione è possibile fare dei ballottaggi nelle Amministrative di ieri?

“Che sono risultati prevedibili. Il cosiddetto centrosinistra  perde ed è morto perché, a tutti i livelli, fa politiche di destra; accetta le ‘compatibilità’ imposte dai ‘padroni del vapore’, le privatizzazioni dei beni comuni e dei patrimoni pubblici. Ti faccio un esempio lampante: dopo anni che i governi – succubi della finanza europea – strozzano i Comuni, tagliano sulla salute, sulle politiche sociali e sui diritti, il giorno prima dei ballottaggi trovano vagoni di euro per coprire i costi della speculazione privata delle banche; sembrano ancora gli anni cinquanta, privatizzazione dei profitti e pubblicizzazione dei costi. Ma davvero pensano che le persone siano stupide? Il dato indicativo è, tra l’altro, che l’astensionismo cresce ancora; significa che milioni di persone hanno perso fiducia nella democrazia; e la loro sfiducia è ampiamente giustificata. Serve costruire una sinistra che parli a queste persone, che ricostruisca la speranza di una vita diversa; questo è stata la sinistra, nella storia d’Italia e del mondo, questo deve essere, in ogni città, in ogni quartiere.”

Ritorniamo al Brancaccio e al senso di questa “sinistra che verrà”.

“Penso ad una sinistra popolare capace di trasformare il disagio e le sofferenze individuali in battaglia collettiva. L’assemblea del Brancaccio è stata, quando non ignorata, raccontata da alcuni giornali secondo schemi molto vecchi: questo non c’è, quello è stato fischiato, c’era D’Alema ma non è intervenuto; una stampa che è parte integrante del ceto politico. La novità vera è che c’erano decine di associazioni che tutti i giorni stanno in prima linea sui problemi delle persone e che non hanno “chiesto” alla sinistra di unirsi, hanno detto che vogliono fare, loro in prima persona, una sinistra concreta e radicale, cioè utile ai problemi della gente. L’altra novità, significativa secondo me, è che sono intervenuti esponenti dei nostri piccoli partiti che hanno detto chiaramente che non ha senso limitarsi a sopravvivere nelle “ridotte”, ma mettersi a disposizione di questo processo ampio e coerentemente alternativo al PD che è, ormai (cito Tomaso Montanari), parte della destra, non ancora completamente nel suo elettorato, ma sicuramente nelle sue politiche e, direi, nella sua forma mentis. La brutta fine delle esperienze di centro sinistra non lascia necessariamente un vuoto che occupano la destra e il populismo, ma può rinascere una sinistra di massa, che parli al Paese e non a se stessa, che punti a governare per cancellare le ingiustizie e non che accetti le ingiustizie pur di governare. Cito ancora la bella introduzione di Montanari: “Tutti questi giochi sono basati su un assunto, un dogma, una certezza: che ormai in Italia voti solo il 50% dei cittadini. E sulla cinica consapevolezza che quel 50% che vota è la metà più garantita, più protetta. Quella che ha qualcosa da perdere. E che, invece, nel 50% che non vota ci sono i sommersi. I disperati. I disillusi. Gli scartati, di cui nessuno si cura. Ebbene, l’idea che ci ha condotti oggi qua è molto semplice: costruire una grande coalizione civica nazionale e di sinistra capace di portare in Parlamento questa metà di Italia.”

Tuttavia Articolo 1 e Pisapia sembrano pensarla diversamente sul centro sinistra e sul PD.

“Voglio essere chiaro su un punto importante: non misureremo la forza del processo politico messo in moto al Brancaccio dall’adesione di qualche gruppetto di parlamentari, ma dalla capacità di coinvolgere le realtà vive ed attive delle città e del Paese; e di tornare a mobilitare le tante persone che – anche a causa dei cedimenti della sinistra – non hanno più fiducia nella politica e nella democrazia. Dunque, guardo con rispetto ed attenzione a cosa diranno Campo progressista o Articolo 1, ma soprattutto a cosa fanno in Parlamento (perché, ad esempio, non ci si può chiamare “Articolo 1” e poi, sui voucher, limitarsi ad uscire dall’Aula); ma, lo ripeto, non è sulle sigle che misuro la prospettiva, ma sui contenuti. Fratoianni lo ha detto con chiarezza: l’unità non può più essere a discapito della credibilità. A me interessa che siamo credibili per i sommersi di cui parla Montanari, o per i lavoratori, non per qualche editorialista di Repubblica. La prospettiva è provare a costruire una sinistra di massa, alternativa al PD; le vicende della Francia, della Grecia e della Spagna dicono che è possibile (anche se certo non sarà una passeggiata). Se qualcuno, invece, vuol continuare a fare il cespuglio ininfluente del renzismo, ce ne faremo una ragione. Ma nessuno potrà tenere i piedi in due staffe.”

Quale sarà l’approccio nei territori?

“Convocheremo assemblee, in tutta Italia, e dunque anche da noi, aperte a tutti coloro – singoli, associazioni, realtà sociali e partiti, che condividono la prospettiva aperta il 18 giugno; poi ci sarà un’altra assemblea nazionale all’inizio dell’autunno. Non sta nascendo un nuovo partito, ma un movimento (e poi una lista unitaria per le elezioni politiche), che unisca società civile e partiti della sinistra; questo è Alleanza Popolare (il nome sarà deciso in quell’assemblea, ma già questo non mi dispiace). Una forza della sinistra, non asserragliata in un fortino. I territori sono importanti, perché le politiche neoliberiste trovano qui, spesso, la loro traduzione più drammatica, per esempio nello strangolamento dei Comuni e dei diritti dei cittadini, o nel saccheggio del territorio e dei beni comuni; poi, perché non ci dovranno essere “tavoli” e “tavolini” degli stati maggiori, ma un processo di democrazia partecipata.”

E’ iniziata la “lunga marcia” verso le elezioni politiche e quelle amministrative. Come vi preparerete?

“Così, come ti ho appena detto. E tornando a mettere al centro della partecipazione democratica i problemi concreti. In molte realtà (tra cui Fermo) non si comincia da zero, ma, ad esempio nelle Marche, anche Ancona, Fabriano, Jesi. In molte di queste città c’è già una sinistra autonoma, con risultati a due cifre, che può ambire a governare per cambiare, e che spesso raccoglie consensi in ambienti apparentemente lontani. Ma se la sinistra parla chiaro e concreto, è credibile; soprattutto se non chiede “deleghe”, ma impegno in prima persona.”

Oltre al Pd, nello scacchiere politico la posizione del Movimento Cinque Stelle è sempre più evidente. Come giudicate il loro modus operandi e, soprattutto, le loro recenti prese di posizione in tema di immigrazione?

“Non appiccico etichette. A me sembra che quel movimento sia in crisi notevole, di risultati e di identità. E reagisce nel più vecchio dei modi: inseguendo la pancia e le paure della gente, per recuperare consensi; mi sembrano molto meno alternativi – almeno in questo – di quanto era lecito immaginare. Si sono lanciati, sull’immigrazione ad esempio, in un inseguimento puramente elettorale della Lega. Credo che molti cittadini, anche di sinistra, che avevano sperato in una forza ‘antisistema’, comincino a riflettere seriamente. Non so se avranno la capacità di una ridefinizione della loro identità, perché queste cose non possono prescindere dai valori di fondo, né dalla discussione libera; e non si fanno sul web o con le epurazioni di chi dissente, ma con le persone in carne ed ossa. Vale per loro, ma deve valere anche per noi.”


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