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Laghi di Pilato, i geologi confermano:
“Chirocefalo in salvo
ma serve pianificazione”

LO STUDIO - Cambiamenti climatici e siccità sono la causa del fenomeno della scomparsa degli "occhiali" sul Vettore. Farabollini, Fazzini e Scalella: "Le crisi ambientali, sociali ed economiche in tema di risorsa idrica non si possono affrontare stagione per stagione"
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Piero Farabollini

La siccità di questa estate, e non il terremoto di un anno fa, ha quasi prosciugato i Laghi di Pilato, uno dei più importanti ecosistemi glaciali relitti dell’Appennino, nel Parco dei monti Sibillini. Lo documenta lo studio analitico di Piero Farabollini, geologo e docente Unicam, Massimiliano Fazzini, geologo e docente università di Ferrara,  e Gianni Scalella, geologo e funzionario della Regione Marche. Il tema è: cambiamenti climatici, siccità e i laghi di Pilato:

Il clima dei Monti Sibillini è molto eterogeneo e dipende strettamente dalle variazioni morfologiche ed esposizioni alla scala locale; tuttavia, dall’analisi dei dati a disposizione – relativi mediamente agli ultimi quindici anni – si evince che le temperature medie annue sono comprese tra 12,5°C circa di Visso (608 m), 11°C circa di Montemonaco (987 m.) e 5,5°C di Monte Bove, la stazione più elevata, 1917 m.s.l.m. In gennaio, mese più freddo, i valori sono rispettivamente di 2,7°C, 1°C e -1,8°C mentre in luglio – mese più caldo di 21,8°C, 20,4°C e 14,5°C circa. Le escursioni termiche annue risultano dunque essere comprese tra 17 e 20°C, quelle giornaliere tra 8 ed 11°C – valori medi tipici di aree di media ed alta montagna appenninica. Le precipitazioni media annue, pur presentando una forte variabilità intrannuale, risultano essere comprese tra 850 mm delle aree fondovallive dell’alto bacino del Nera (Visso, Ussita) ed i 1500 mm circa dei siti di crinale – evidentemente esposti sia ai flussi perturbati temperati marittimi di derivazione atlantica e mediterranea, sia quelli continentali provenienti dal primo quadrante.

Massimiliano Fazzini

Il regime meteorico medio è di tipo subappenninico adriatico (Fazzini & Giuffrida, 2005), con un massimo assoluto e stagionale in autunno, un secondo massimo in primavera, specificatamente tra aprile e maggio e due minimi quasi equivalenti in estate e inverno. Tuttavia, mentre in inverno prevalgono precipitazioni più estese e persistenti – prevalentemente nevose oltre i 1000-1200 metri – derivanti da passaggi frontali, in estate prevalgono fenomeni temporaleschi di tipo convettivo, derivanti sovente dal surriscaldamento delle sottostanti conche intramontane e favoriti dalla forzante orografica. L’estate risulta dunque essere assolutamente non siccitosa – con cumulate del mese più secco che superano ovunque i 50 millimetri – ed in generale, in periodi senza alcuna precipitazione non superano mai i venti giorni neppure nei fondivalle più incassati.

Gianni Scalella

Nell’ultimo decennio, si assiste ad un’estensione temporale dei fenomeni temporaleschi ai mesi autunnali, a causa dell’aumento significativo delle temperature superficiali delle acque marine che circondano la nostra penisola. Il numero di giorni con precipitazione scilla tra i 90 delle conche intramontane (es Norcia) ed i 130 delle aree di crinale, il numero dei giorni nevosi rispettivamente tra 10 e 35 circa, limitatamente al periodo novembre – aprile. Le precipitazioni nevose sono frequenti e piuttosto abbondanti su tutta l’area oggetto dello studio, almeno oltre i 1200 metri di quota; dal’ analisi dei dati nivometrici relativi ai campi neve presenti, gestiti dal servizio Meteomont del Corpo Forestale dello Stato, ubicati a quote comprese tra 1000 e 1800 metri e disponibili a partire dagli anni ’90 risulta evidente che l’innevamento stagionale medio si aggira intorno aio 150 cm a 1000 metri di quota ed ai 270 cm alle quote sommitali. Il trend medio evidenzia un generale incremento mentre quello relativo alla persistenza della neve al suolo mostra un lieve calo, derivante dall’incremento recente delle temperature – stimabile in circa 0.6°C nell’ultimo trentennio delle temperature, assai marcato nel periodo primaverile.

Rispetto a tali valori, si è assistito, dal punto di vista termico, in particolare in quota, ad un inverno complessivamente nella media, con un gennaio decisamente rigido (medie di oltre 1°C inferiori al clima storico) ed un febbraio e marzo lievemente meno freddi; la primavera è stata mediamente mite (circa 1°C più calda della media( mentre l’estate si sta rivelando molto calda, con un disavanzo positivo di circa 1,2°C in luglio e di 1.5°C in agosto (dato parziale) quando più volte si sono raggiunti nell’area del lago valori superiori ai 23°C. Le precipitazioni sono state complessivamente più abbondanti della media per l’intera stagione invernale e primaverile (surplus del 10-15%, ma cumulate nivometriche nella media, visto che si è verificata un’unica grande nevicata dal 16 al 20 gennaio) mente si è assistito ad un deficit del 60-70% nella stagione estiva in corso, in particolare nei mesi di luglio ed agosto. Tali variazioni che ha portato ad un lungo periodo di siccità protrattosi dalla fine di aprile fino ai giorni attuali (e le previsioni a medio-lungo termine, con tutte le difficoltà del caso, comunque stimano che tale situazione si potrebbe protrarre sino a metà-fine settembre), non ha mancato di ripecuotersi sulle falde acquifere delle piane alluvionali (seppur contenuti nella regione Marche con qualche piccola eccezione) e sulle sorgenti – alcune delle quali compromesse dalla recente crisi sismica (soprattutto quelle ad alta quota) – ma ha influito in maniera estremamente evidente sull’unico lago naturale di origine glaciale presente nell’Appennino centrale: i laghi di Pilato (fig.1).

Fig. 1- Immagine scattata il 23 agosto 2017 (foto Farabollini)

 

Fig. 2- Immagine scattata il 13 agosto 2017 (foto Farabollini e Scalella)

La fig. 1, scattata il giorno 23 agosto 2017, evidenzia oramai la quasi totale assenza di acqua ad eccezione di una piccolissima pozza nell’occhiale di valle. Il confronto con l’immagine sottostante (fig.2), scattata il 13 agosto insieme al collega Gianni Scalella della Regione Marche, denota come le alte temperature presenti in quota (nello specifico il giorno 23 agosto la temperatura alle ore 12,30 era di circa 22°C) abbiano influenzato in maniera determinate all’evaporazione della poca acqua ancora presente.

I confronti con le foto scattate nei periodi precedenti (fig.3 nel settembre 2016 e fig.4 nel giugno 2017) di seguito riportate, permettono di inquadrare il fenomeno della riduzione del livello idrico esclusivamente alle alte temperature ed alla forte evaporazione, in rapporto alle alte temperature ed alla totale assenza di precipitazioni meteoriche. Considerando che i Laghi di Pilato devono la loro alimentazione esclusivamente alle precipitazioni piovose e alla fusione del manto nevoso stagionale, la carenza idrica legata alla persistenza del periodo siccitoso rappresenta l’unica causa della “scomparsa” dei famosi occhiali: gli anelli concentrici a quote decrescenti sul fondo delle due conche (figg.1 e 2) sono evidente testimonianza di come l’evapotraspirazione sia stata la variabile dominante nella perdita del livello idrico. La presenza di materiale detritico fine inoltre evidenzia come sia improbabile la presenza di inghiottitoi e canali carsici sotterranei (peraltro messi in relazione con le sorgenti del fiume Aso) data la natura glaciale dell’area e lo spessore dei depositi detritici (morena di fondo) presenti all’interno della valle. Analogamente, la presenza di massi e di detriti di nuova generazione e poco alterati (fig. 1 e 2), caduti dalle pareti circostanti, e depositati all’interno dei laghetti, testimoniano come la sequenza sismica abbia esclusivamente aumentato lo spessore dei depositi detriti presenti all’interno dell’intera valle, probabilmente “sollevando” il livello di base dei laghetti che, ad una stima altimetrica grossolana, si trovano ad una quota di circa 1 metro più in alto rispetto al vecchio livello di base. Questo lascia anche ipotizzare come, al di sotto del detrito, ci sia la possibilità della presenza di lenti e/o lingue di ghiaccio che consentirebbero comunque la persistenza della forma glaciale e soprattutto garantirebbero condizioni di umidità fondamentale per la sopravvivenza del famosissimo crostaceo “Chirocefalo del Marchesoni” (Chirocephalus marchesonii, Ruffo & Vesentini, 1957), “garantita” dal Parco, specificando che le larve del crostaceo sono capaci di adattarsi ad ambienti sottoposti a forti stress stagionali e pertanto in grado di sopravvivere a situazioni di siccità che possono protrarsi anche per alcuni anni.

 

Fig. 3- Immagine scattata a settembre 2016 (foto Scalella)

Fig. 4- Immagine scattata a giugno 2017 (foto Scalella)

 

Tale situazione non è nuova per i Laghi di Pilato: già nel 1990 si ricorda una situazione simile, se non peggiore di quella attuale, dove a fronte di condizioni microclimatiche analoghe, la carenza o le scarse precipitazioni nevose del periodo invernale e primaverile, avevano condizionato la scomparsa dei famosi occhiali, sempre al termine dell’estate meteorologica
Un ultimo accenno alla questione siccità (e più in generale sulla crisi idrica) sulla quale alcuni colleghi sollecitano l’ordine dei Geologi delle Marche in un’espressione in merito (come se la siccità sia una questione ordinistica): non possiamo che condividere in questo contesto quanto il presidente della Sigea,  Antonello Fiore, ha già detto: “Le crisi ambientali, sociali ed economiche in tema di risorsa idrica non si possono affrontare stagione per stagione. Questo tipo di crisi richiedono un’attenta (e oculata e quanto mai – ndr) auspicata programmazione e pianificazione degli interventi e dei comportamenti tali da richiedere sacrifici agli italiani senza ledere il diritto all’acqua che garantisce dignità e sopravvivenza”. Ed ancora: “Riteniamo prioritario che il nostro Paese nel prossimo futuro debba agire nelle azioni di mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici previsti anche dalla Strategia Nazionale di Adattamento al Clima”. Da altri studi relativi all’ambiente montano alpino ed appenninico (es Fazzini et al 2017) si evince chiaramente che proprio la fascia altitudinale sita tra i 1500 ed i 3000 metri sta risentendo in maniera abnorme dell’oramai comprovato cambiamento climatico. Si pensi alla quasi totale estinzione del vicino Ghiacciaio del Calderone. Occorre dunque dar seguito alla appena menzionata e più volte strategia nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici; pianificare azioni decise e perentorie per salvare ciò che rimane dei preziosi ecosistemi e/o sistemi morfoclimatici glaciali relitti che fanno, dell’Appennino una perla “boreale” in un bacino Mediterraneo caratterizzato da caratteri dell’ambiente fisico quasi subtropicale, in un ottica di sviluppo sostenibile di una montagna resa ancora più complesso e fragile dal sisma.


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