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Il calzaturiero chiede il ‘Made in’, Gregori:
‘Se va via l’indotto, scompaiono le imprese’

MILANO - Momento di confronto nell'Area Hospitality sulla proposta avanzata da Enrico Ciccola, presidente del calzaturieri di Confindustria Fermo
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di Andrea Braconi

Tra i tanti temi affrontati al Micam nell’Area Hospitality, la proposta sul “Made in” è quella che sicuramente sta suscitando più interesse. A lanciarla i vertici della Camera di Commercio, dell’Azienda Speciale Fermo Promuove, la presidente della Provincia Moira Canigola, il professore Gian Luca Gregori, pro rettore dell’Università Politecnica delle Marche, e, soprattutto, Enrico Ciccola, presidente dei calzaturieri di Confindustria Fermo e vero motore dell’iniziativa.

Una proposta che, come rimarcato da Gregori, si snoda su tre cardini: il “Made in” obbligatorio; una chiarezza nei confronti del consumatore; la tutela della piccola impresa e dei territori.

“Da tempo abbiamo avviato un rapporto con il mondo della scuola, a partire dagli istituti professionali, e con quello dell’università – ha spiegato Nazzareno Di Chiara, presidente dell’Azienda Speciale Fermo Promuove -. In queste esperienze condivise si colloca il progetto di valorizzazione del “Made in Italy”, esigenza molto sentita nel territorio e affrontata anche ieri dal premier Gentiloni. Abbiamo voluto sostenere un’idea di cui eravamo convinti e l’abbiamo voluta sostenere anche in termini economici. Anche Assocalzaturifici ha fatto la sua parte, così come alcuni istituti bancari che l’hanno condivisa. È un progetto che va sostenuto anche a livello europeo e la presenza al Micam di diversi parlamentari europei ci conforta. Forse per la prima volta c’è stata una condivisione piena, non era facile, non eravamo abituati a fare gruppo e a fare sistema. Se lo avessimo fatto da tempo questo problema sarebbe già stato superato”.

“Quello del ‘Made in Italy’ è un tema aperto da molto tempo – ha aggiunto Graziano Di Battista, presidente della Camera di Commercio di Fermo -. Nel nostro settore è importate perché sappiamo che la comunicazione di prodotto è fondamentale. Ma serve dietro un marchio, quello del ‘Made in Italy’, che uno dei tre più importanti al mondo. Serve per tutelare ingegno, fantasia e tutto quello che ci è stato tramandato: è un nostro dovere, anche tutela per i consumatori, avere un timbro che racchiuda in sintesi una storia. C’è la necessità di essere chiari sul prodotto che vendiamo e sul valore che esso ha, è un’occasione che o ci sbrighiamo a giocarcela o i danni si vedranno gravi nel futuro”.

“Tra numerose realtà straniere – ha rimarcato la Canigola – fa piacere vedere tante nostre imprese e di tutti i settori, che portano con loro tradizione e artigianalità, con dietro una grande esperienza e una grande manualità. I nostri sono prodotti di alta moda e anche di alto contenuto ed innovazione. E questo è un aspetto importate che ci porta a sottolineare come dobbiamo sostenere le imprese a livello istituzionale, dobbiamo agevolarle affinché rimangano nel territorio e aumentino la loro presenza, magari legandosi alle nostre bellezze, sia culturali che enogastronomiche, che sono già comprese nello stesso prodotto. Tutti dobbiamo crederci: aziende, politici e istituzioni a vari livelli. Anche gli imprenditori portano avanti questa battaglia, ma alcuni non sono allineati sul ‘made in’. Dobbiamo fare questo passaggio per tutto il settore”.

“Vorrei sintetizzare alcuni aspetti di questa che considero una proposta, più che un progetto – ha affermato il professor Gregori -. Questo sinonimo di saper far bene in molti casi viene mascherato da un difetto di origine del Paese dove non essendoci un ‘Made in’ obbligatorio non sappiamo dove vengono realizzate quelle calzature. La normativa comunitaria non ha determinato l’obbligatorietà del ‘Made in’ e se vogliamo salvaguardare le produzioni locali, e parlo delle piccole imprese locali, dobbiamo andare in questa direzione. Ho ascoltato le grida di allarme degli imprenditori sul fatto che che certe fasi non possano più farle. Alcune sono state distrutte, come l’orlatura, ma se va via l’indotto scompaiono le imprese. Quindi, qui c’è non solo valenza e tutela, ma anche difesa dell’occupazione. La proposta nasce da un forte coordinamento anche del mondo sindacale e politico. Bisognerà cercare la definizione corretta e sono diverse le valutazioni. Il fine ultimo è di andare a proporre qualcosa di concreto, non di presentare un’analisi teorica”

 

“Parlo a nome di un gruppo coeso – ha voluto precisare Ciccola – che raccoglie sia imprese industriali che artigianali, sindaci e sindacati. Anche con Ceriscioli abbiamo parlato e la Regione è su questa linea. Aspettiamo da Gregori e dall’Università una sintesi perché questa forza si trasmetta soprattutto a livello europeo. Oggi ho fatto parlare con Salvini una rappresentanza di tutta Italia. È un punto di partenza, chiediamo che regolamenti doganali esistenti da 30 anni diventino obbligatori. Ci sono mercati come quello cinese con più di 200 milioni di ricchi che vogliono il ‘made in Italy’. Aggiungo che su questa proposta è in linea anche la presidenza nazionale di Assocalzaturifici. Porteremo la questione in tutte le situazioni possibili, affinché non ci siano più equivoci”.


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