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Sotto il cielo (e nelle scuole)
di Nairobi, tra teatro e solidarietà

ESPERIENZE - Terza puntata dal Kenya con il diario di Maurizio Stammati e le foto di Fabrizio Ferracuti per il progetto ideato da Marco Renzi
lunedì 25 Settembre 2017 - Ore 12:13
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di Maurizio Stammati

foto di Fabrizio Ferracuti

Continua a Nairobi, in Kenya, il progetto di teatro e solidarietà Teatri senza Frontiere. Questa la terza puntata del diario di Maurizio Stammati, con le foto di Fabrizio Ferracuti.

22 settembre

Oggi ci aspetta un bel tour: tre spettacoli, due scuole, una privata ed una pubblica, poi uno dei centri di Padre Kizito, quello dove ci sono ragazze e bambine, vi lascio solo immaginare da quale inferno le abbiano strappate. La prima scuola ha qualcosa di inimmaginabile, è una scuola superiore privata, ci immaginavamo una cosa che somigliasse ad un posto esclusivo ma l’Africa ha la capacità di rivoltare ogni cosa come un calzino e quello che aspetti non accade mai. Immaginate un bel pollaio di lamiera diviso in box, 5 in tutto, un gran contenitore per l’acqua nel piazzale e niente altro.

Ad accoglierci nel suo ufficio, sempre di lamiera ma riempito di poltrone, non il Preside ma, udite udite, il proprietario, si proprio lui, perché qui la scuola è un business. I ragazzi pagano una retta al mese consistente, se non se la possono permettere interviene (difficile da credersi) il proprietario, se lo studente supera un esame di ammissione e successivamente non si fai mai bocciare, allora il proprietario si fa carico di una parte della retta col patto che gli verrà restituita quando lo studente si sarà diplomato e lavorerà come Insegnante. A pranzo prima vera crisi di astinenza da “maccheroni”, in una settimana abbiamo mangiato sempre riso e polenta, con fagioli o verdure cotte, mai sentito un bambino che abbia protestato.

Alle 14 siamo di nuovo sui pick-up per raggiungere la scuola successiva, pubblica questa volta e blasonata, una delle migliori del Kenya! Per arrivarci ce ne vuole, dobbiamo attraversare un tratto di foresta dove la lingua rossa della strada attraversa le piste delle iene in cerca di prede. Fa sempre effetto attraversare luoghi immaginati: le foreste, le iene, le zebre, è come camminare su un ponte sospeso, da una parte il sogno, dall’altro l’incubo e non sai mai dove guardare. Arriviamo, qui niente proprietari, una Preside sorridente ci accoglie nell’aula dei Professori, ci racconta della scuola mostrandoci foto d’epoca, segue la firma sul registro degli ospiti, ed ecco un mare di bambini in divisa verde a far tremare l’aria, mille ma sembrano un milione, seduti a terra in un campo sul retro delle classi ad aspettarci, al primo tentativo di alzarsi basta un dito della Preside e tutti giù la testa, neanche fosse stata una mannaia!

Alla nostra troupe si sono aggiunti due ragazzi e una ragazza che formano una compagnia di burattinai locali, usano grandi pupazzi, una sorta di muppets, sono bravissimi, fanno spettacoli nella loro lingua, lo swahili e i mille bambini scoppiano in centomila risate. Quando li vedi così, con la loro straordinaria sete di normalità, che imparano, conoscono, ridono, apprezzano la vita, i sogni, le speranze, ti chiedi come sia possibile che l’ 1% dell’umanità tenga soggiogato tutto il resto come se fosse la cosa più normale di questo monto, senza un rimorso, miracoli di quella gran frittata che è la globalizzazione. In Africa i giorni sembra che scorrano come i grani del rosario nelle mani delle anziane nelle nostre chiese, che li girano e rigirano fino a consumarli. Tutto è fatto di lamiera, elemento fondamentale per costruire ogni cosa: case, scuole, botteghe, chiese, chissà se un’enorme calamita riuscirebbe a scoperchiare tutto, lasciando questa terra nuda, con le sue ferite e cicatrici alla luce del sole? Lasciamo la scuola: saluti, abbracci, strette di mano, ci aspettano alla Casa di Anita, la comunità che accoglie le ragazze salvate dalla strada…che volti, che occhi densi e profondissimi, voragini di sofferenze nelle quali una mano si è calata per tirarle in salvo, erano quasi annegate ed ora sono davanti ai nostri occhi, sorridenti, a giocare a pallavolo, a godersi i numeri dello spettacolo e delle torce infuocate.

Se in Kenya dovessi avere un bisogno imprevisto ed improvviso di denaro: per un progetto, un figlio da mantenere agli studi o altro, puoi fare un ARAMBE’, vale a dire chiedere sostegno ad amici, parenti o altri soggetti, che mettono soldi per farti realizzare quello che hai deciso, e non ci sono interessi ne restituzioni. Basta comperare una capra, dividerla per chi vuole aiutarti e loro daranno soldi per ogni pezzo di carne che prenderanno, una specie di grande caffè sospeso !!

23 settembre

Si vogliono bene i ragazzi del centro di Padre Kizito, sarà che quello che hanno passato li fa sentire insieme, i piccoli e i grandi, quello che salta agli occhi è soprattutto l’assenza completa di aggressività, questa sera ne ho visto uno che si portava sulle spalle un piccoletto crollato dalla stanchezza e lo metteva a letto, e là ti prende qualcosa alla gola, rivedi tutte le volte che sei stato portato a letto o che ci hai messo i tuoi cuccioli, quel calore e quelle emozioni non si possono dimenticare…e adesso questi ragazzi se la scambiano quella mancanza, ne fanno un pò per uno e quando varcheranno quel cancello perché grandi per andare all’Università o a lavorare, questa oasi di amore, questa zattera di bene continuerà a navigare con loro. Sono un po’ frastornato da tutta questa Africa, più i giorni passano più ciò che era straordinario sta diventando ordinario: le scuole, i bambini, le strade, gli odori, i sapori, te li aspetti, stai entrando nel tessuto.

Questa mattina siamo usciti prestissimo e ci siamo incamminati per le grandi strade sterrate per raggiungere un punto e fare colazione, se non fosse stato per il colore della nostra pelle, saremmo stati perfettamente inseriti tra le decine di persone che abitualmente si muovono per raggiungere la propria destinazione. In Kenya camminano tutti, oppure prendono il mototaxi …una esperienza grandiosa, farsi trasportare tra buche e dossi da queste moto. E’ un giorno strano, alcuni di noi stanno per lasciarci per tornare in Italia, Il Granteatrino di Paolo Comentale, con i suoi Giovanni e Anna Chiara partono, tornano a Bari e già ne sentiamo il vuoto. Quando sei fuori a vivere qualcosa di così forte gli altri diventano subito una parte di te, gli sguardi i sorrisi le soluzioni che trovi, che cerchi, son tutte conquiste e sai che appartengono a tutti, la scialuppa si fa più piccola e già ci si stringe, si serrano i ranghi. Il laboratorio è al suo giro di boa, prima settimana andata, la storia da raccontare avviata, le prime scene abbozzate, è davvero affascinante vedere come quello che fai con i bambini ed i ragazzi italiani prende e funziona anche e di più con loro. Sono bravi, ed anche se misti dai 7 ai 17 anni, sanno stare insieme, come se sapessero rispettare e riconoscere gli slanci e i limiti delle diverse età. Un gruppo di loro sono già formati come acrobati, hanno un vero e proprio spettacolo strutturato con numeri incredibili, gli altri sono a imparare, a fare giocolerie e i piccoli provano ad iniziare. Questo gioco del teatro li incuriosisce molto, la storia che raccontiamo è stata scritta da Marco Renzi, parla del passaggio dalla vita di strada a quella più dignitosa dello stare insieme con gli altri, “The Big Jump” si chiama, gli piace l’idea che prima di nascere si viva sulle nuvole, in attesa di scendere sulla terra, e che poi quello che trovano non sempre corrisponde ai sogni che si fanno.

24 settembre

Oggi mattinata libera senza spettacoli ed allora si va a fare spesa ad uno dei centri commerciali di Nairobi, e qui la musica cambia completamente. Sembra di essere arrivati in aeroporto, si comincia con i controlli alle macchine, cosa porti chi c’è dentro, poi una volta parcheggiata l’auto si passa al metal detector: persone e borse, l’atmosfera è cambiata completamente e all’interno tanti volti bianchi e ancor di più cinesi. A proposito, sapete chi sta costruendo strade, ferrovie, gallerie? Naturalmente i cinesi, fanno grandissimi investimenti, il nuovo imperialismo avanza, si ingrandisce, e qui si lamentano che portano tutto dalla Cina, anche gli operai per costruirle le autostrade. I prezzi sono quelli di casa nostra, anzi di più, mi sento frastornato da questo tuffo nel mondo occidentale dopo aver lasciato braci accese, strade sfatte, fango e baracche di lamiera dietro l’ultima curva, qui dentro è tutto lucido, globalizzato, plastificato, ovunque odori di hamburger e popcorn. Testardamente cerchiamo una guarnizione per la moka… niente da fare, del resto un pacco di pasta italiana costa 5 €, un litro d’olio, 20 € e un pacchetto di caffè più o meno come il nostro: 10 €. Entrare è stato come farsi nuovamente rivestire di cellofan, tipo le valige in aeroporto, un mondo plastificato che avevamo dimenticato . Padre Kizito è un libro che non si finisce mai di sfogliare, oggi ci porta a fare spettacolo in un parco costruito da un indiano che dà residenza ad artisti visivi africani, con possibilità di avere studi e laboratori. Poi tutti nella scuola superiore, sempre fondata da lui, scuola che è anche collegio e sempre per i ragazzi di strada riconsegnati alla vita. Oggi è un giorno speciale per me, c’è il debutto di Lucilla (numero di teatro che prevede una grande partecipazione del pubblico) che sino ad ora era rimasta dietro le quinte ad aspettare buona buona il suo turno. Lucilla è sempre Lucilla, la pulce che mi accompagna in tutto il mondo e le basta davvero poco per diventare una star! Risate, applausi e tante teste rasate in cui cercare di riprenderla. Si rientra stanchi ma sereni per una giornata sotto il cielo di Nairobi tra sprazzi di nubi e raggi incandescenti.

La serata sembrava finita ma un guizzo di curiosità mi fa accettare l’invito ad andare con Andrea a cercare una birra. Andrea è un po’ il Lucignolo del gruppo e come un pinocchietto salgo sul carro, destinazione il paese dei Balocchi. La strada è più buia del buio e il carro sobbalza ogni momento, ci sono dei fuochi qua e là, provano ad accendere un barlume di luce ma non ci riescono, vengono anch’essi inghiottiti dalla notte. Qualche asinello solitario in cerca di cibo rafforza la metafora di Collodi e delle baracche aperte a vendere chissà cosa mi ricordano che la sopravvivenza non ha orari di chiusura. Arriviamo su quella che da noi sarebbe la strada statale, cerchiamo un bar o qualcosa che gli somigli, un ubriaco di alcol e di fame ci porta dentro qualcosa che somiglia più al ventre della balena che al paese dei balocchi: neon intermittenti, sbarre come denti a difendere le bevande. Beviamo una birra, mentre dagli schermi i prati verdi dei campi di calcio riaccendono passioni e immagini per la piccola Nairobi di casa nostra, vulcanica e marina e un velo di nostalgia appanna gli occhiali…anzi no..non era nostalgia ma i fumi di una brace troppo troppo vicina.


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