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Quando ritorneranno le opere d’arte
avremo musei antisismici per ospitarle?

IL PUNTO - Ora ci si preoccupa solo di portar via tutti i beni reperibili. A venti anni dal sisma del ’97 nessuno nelle Marche o al Mibac ha pensato, come hanno fatto in Umbria, a creare una struttura come quella di Spoleto. Un sondaggio fatto a Tolentino ha confermato la necessità della capillare microzonazione sismica. Intanto a Fermo hanno creato il marchio “Prodotti di montagna”: è possibile fare altrettanto per i prodotti dei Sibillini della provincia di Macerata?
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Ugo Bellesi

 

di Ugo Bellesi

In tutti questi mesi del dopo sisma avevamo volutamente taciuto il problema delle opere d’arte messe in salvo dalle macerie dopo i terremoti di ottobre 2016 per non aprire una ferita che lacera gli animi di tutti gli amanti dell’arte, dei sindaci che hanno visto portar via tante preziose opere dai loro musei e gallerie, dei parroci e dei vescovi che sono stati costretti a conservare quadri famosi in locali sotterranei e comunque non sempre confacenti alla bisogna pur di non vederli finire in lontane città, degli stessi abitanti dei Sibillini che per quelle statue e dipinti nutrono profonda devozione anche perché è quanto di più prezioso hanno lasciato i loro avi. Un tempo con le greggi di pecore si guadagnava molto e si diventava ricchi. Ma quegli antenati anziché costruire ville e piscine (si fa per dire…) d’accordo con parroci, confraternite e ordini religiosi, acquistavano quadri famosi e costruivano chiese come quella di Macereto.
Ora, anche se giustificato dal terremoto, vedersi portar via tutto non è stato bello. Memori, soprattutto vescovi e parroci, che in passato Napoleone portò via tante opere d’arte che fortunatamente non sono arrivate in Francia e si sono fermate in Italia ed ora fanno bella mostra di sé a Brera, ma nei loro luoghi di origine non sono più tornate.

Una delle opere recuperate

Purtroppo nei giorni scorsi la ferita è stata riaperta dal Mibac (Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo) e da una interrogazione parlamentare della deputata Irene Manzi perché si è sollevato il problema che opere d’arte messe al sicuro da vescovi e parroci non sono conservate correttamente soprattutto per la presenza di umidità, di muffe e quant’altro. La contestazione è corretta ma è giusto anche sollevare una obiezione: perché venti anni fa, quando si sono presentati gli stessi problemi, non si è pensato che bisognava creare una struttura adeguata per ospitare queste opere? Tra l’altro la vicina regione Umbria, insieme al Ministero per i beni culturali, lo ha fatto. Infatti dopo il sisma del ’97 ha subito ideato, inaugurandolo nel 2008 a Spoleto in località Santo Chiodo, un magnifico deposito per i beni culturali destinato a fungere da ricovero provvisorio per le opere in caso di calamità con annesso laboratorio del restauro legato all’Opificio delle pietre dure di Firenze.

Se anche nelle Marche “qualcuno” avesse pensato di copiare quanto di meglio e di bello fanno le altre Regioni, forse oggi non ci troveremmo in questa situazione incresciosa. Ma forse al Mibac non sanno neppure che a Montecassiano l’Accademia di belle arti di Macerata ha creato dal 2013 l’Istituto del restauro delle Marche, ospitato nell’ex monastero delle Clarisse. E forse non sanno neppure che ci sono dei conventi in grado di ospitare efficientemente le opere d’arte. Tra gli altri l’ex monastero delle suore Benedettine, più noto come il Castello di Brunforte, a Loro Piceno, nel quale lo Stato in passato ha investito non pochi fondi sia per restauri conseguenti ad eventi sismici sia per rendere più ospitali gli antichi locali. Ma ormai è andata così ed è inutile piangere sul latte versato, e guardiamo al futuro. Sicuramente i curatori delle istituzioni in cui sono state trasferite le “nostre” (e va sottolineato le “nostre”) opere d’arte hanno un inventario esatto di tutto quanto hanno avuto in consegna. E sicuramente ci sarà scritto, a fianco di ogni opera, i luoghi di provenienza e la proprietà. E siamo certi che anche coloro che hanno messo in salvo quelle opere (Protezione civile, Vigili del fuoco, Forze dell’ordine ecc.) hanno conservato gli elenchi dei beni culturali salvati e dei proprietari.

Questo perché quando, tra 20 anni più o meno, quelle opere torneranno (se Dio vuole) nei luoghi d’origine non troveranno gli stessi parroci, gli stessi vescovi e neppure gli stessi sindaci. In alcune chiese non ci saranno più né parroci né parrocchiani. Infatti gli anziani pastori o artigiani, come gli anziani parroci, fra 20 anni saranno passati a miglior vita. E i giovani (speriamo molti) che li sostituiranno non si ricorderanno più neppure se una certa statua, anche se rappresentava il patrono, era San Francesco o San Venanzio. E allora quelle opere dove saranno sistemate? Si spera che nel frattempo saranno stati ristrutturati non solo i musei civici e quelli diocesani ma anche le chiese con criteri antisismici (e non solo col miglioramento sismico), con sistemi di allarme antiintrusione, porte antisfondamento ecc. ecc.

Ma tutti i beni culturali che non troveranno posto in questi luoghi ristrutturati dove verranno sistemati? Al Mibac ci staranno sicuramente pensando e forse hanno già trovato anche i fondi necessari per costruire ex novo dei centri museali come quello di Spoleto con tutti i requisiti sopra descritti. E chiudiamo qui l’argomento senza lanciare malignità, per affrontare un altro problema. A suo tempo, come già riferito in queste pagine, avevamo esposto ad un assessore regionale l’opportunità di creare un marchio che caratterizzasse i prodotti dei Sibillini, e quindi della zona terremotata, per avere maggiore visibilità ovunque fossero in vendita. Ci si rispose che non era possibile perché le regole europee non lo permettevano. Bene! Ora però abbiamo appreso che nei giorni scorsi il viceministro alle politiche agricole e alimentari, Andrea Oliviero, ha presentato ad Amandola il marchio “Prodotti di Montagna” sottolineando i benefici effetti che questa iniziativa “potrà avere sull’economia dei Sibillini e del Fermano”. Ha poi spiegato: “Si tratta di un marchio che recepisce una direttiva europea, divenuta già operativa con decreto ministeriale”. Fa piacere che qualcuno (anche senza saperlo) recepisca le nostre proposte mentre dispiace che il marchio sia stato creato per il Fermano. In questo senso si è mossa anche l’università di Camerino con il progetto “Unicamontagna” (leggi l’articolo). Ma è azzardato adesso chiedere alle nostre istituzioni di fare qualcosa per collegarsi a queste iniziative per cui il marchio e il relativo logo possano essere utilizzati anche dai produttori maceratesi?

E torniamo a parlare delle casette. Sia pur lentamente stanno arrivando. Ma le famiglie che rientrano nei loro paesi non trovano nulla. Quelli di Castelsantangelo per fare la spesa debbono recarsi a Visso ma trovano – ci hanno detto – sì e no l’indispensabile per cui per rifornirsi meglio debbono arrivare a Camerino. Analoga la situazione negli altri paesi. Ma anche i commercianti, che con coraggio riaprono i loro esercizi, sia pure in locali di fortuna, hanno una vita grama in quanto la clientela è scarsa e i guadagni spesso non compensano le spese, i sacrifici, il freddo. Ma intanto si sta pensando di creare un centro commerciale a Camerino con una spesa di sei milioni. Ma se non ritorna la gente il rischio è grosso.

C’è sempre in piedi un problema che angoscia le famiglie: quello della microzonazione sismica di terzo livello. Con quale coraggio si pensa di ricostruire o di ristrutturare un fabbricato senza sapere con esattezza le condizioni del terreno sottostante? A Tolentino qualche condominio ha provato a far fare dei sondaggi da ditte specializzate a proprie spese. La ditta abruzzese incaricata ha effettuato due sondaggi per la verifica geologica. Ebbene nel primo, a monte dell’edificio, ha scoperto che prima di trovare il substrato solido ha dovuto raggiungere i 23 metri; nell’altro, fatto a valle della struttura, i tecnici hanno dovuto arrivare a 25 metri. Significa che sotto quel palazzo l’onda sismica trova negli ultimi 25 metri terreno morbido, senza alcuna resistenza, e la violenza del terremoto si raddoppia. Il che vuol dire che in quel posto è meglio non ricostruire. Per questo i sondaggi bisogna farli quasi edificio per edificio per essere sicuri della struttura del sottosuolo. Ma oltre ai sondaggi bisognerebbe anche verificare la “vulnerabilità sismica” del singolo fabbricato. Costa molto, ma ne vale la pena perché si tratta veramente di mettere al sicuro delle vite umane in un eventuale nuovo sisma.

Dopo fatti i sondaggi con scrupolo le autorità debbono dire con chiarezza: “Qui si può costruire. In quest’altro quartiere o frazione è vietato”. Oltre al terreno non sicuro c’è il problema dei fabbricati che hanno oltre 50 anni. Il miglioramento sismico è insufficiente. Occorre l’adeguamento sismico. Qualcuno ha fatto un calcolo: le casette da 40 mq costano 70.000 euro circa (tra oneri di urbanizzazione, struttura, arredo, terreno da acquisire) mentre quelle da 80 mq costano 115.000 euro. Quindi tutta l’operazione di portare le casette ovunque siano state richieste avrà un costo complessivo di circa 157 milioni, per essere cauti. Infatti ci sarà da aggiungere il costo degli affitti dei terreni occupati e del ripristino delle aree requisite, nonché le spese a carico dei Comuni per i progetti, gli allacci e tutto il resto. Complessivamente questa operazione casette avrà un costo superiore a 270 milioni da pagare subito sull’unghia. “Se questi milioni – ci dice un professionista sfollato – fossero stati spesi (tranquillamente a rate mediante mutui) per costruire nuove case vere, quanto si sarebbe risparmiato? Economicamente forse sarebbe stato meglio ma quanti sacrifici per le famiglie “sparpagliate” per anni nelle varie città delle Marche?


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