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Una carriera accademica all’estero: la docente Alessandra Bitumi racconta come si vive “altrove”

Alessandra, docente universitaria all’estero, intervistata per la rubrica "Donna", racconta:“Non torno perché l’Italia offre scarse possibilità di crescita professionale. E, di conseguenza, può diventare asfittica”.
sabato 11 novembre 2017 - Ore 11:00
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Alessandra durante una Conference

 

di Claudia Mazzaferro

Alessandra Bitumi, docente e ricercatrice universitaria, vive tra Porto San Giorgio, Parigi, Bologna e New York. Le abbiamo chiesto di raccontarci come vive “altrove” una donna alle prese con la carriera accademica. Il suo è un racconto appassionato di un’adolescente che sogna la fuga dai confini stretti della provincia e approda alle Nazioni Unite. Di una famiglia alle spalle che sostiene le sue scelte. E, oggi, di un’adulta che vive consapevolmente con le radici nel cuore e la mente sempre aperta.

 

Alessandra e il papà: foto di Mario Dondero

Alessandra, parlaci di te.

Sono nata a Sant’Elpidio a Mare, uno dei tanti piccoli e incantevoli borghi marchigiani della cui bellezza ho maturato piena coscienza soltanto a distanza di tempo e di spazio. Solo dopo averli lasciati, quando ho potuto osservarli da lontano, compararli, ritrovarli. Confermo un cliché, immagino, ma ho (ri)scoperto le Marche da adulta, vivendo all’estero e tornandoci, di tanto in tanto. Oggi ne riconosco e apprezzo il valore. Sono cresciuta a Fermo, con scarso radicamento territoriale, a essere onesta. Da adolescente, ho sognato e agognato la fuga dalla provincia. Ho attraversato gli anni del liceo (linguistico, ndr) immaginandomi e proiettandomi altrove. Ho avuto la fortuna di incontrare ottimi insegnanti durante tutto il percorso scolastico; grazie al loro lavoro e al sostegno della mia famiglia altrove sono, alla fine, approdata.

 

I tuoi studi?

Ho studiato Scienze Internazionali e Diplomatiche a Forlì, con l’originaria ambizione di fare la diplomatica. Un’ambizione piuttosto inconsapevole e, dopo i primi esami universitari e soprattutto dopo uno stage alla Rappresentanza permanente d’Italia alle Nazioni Unite di NY, ho cambiato idea. Conseguita la laurea specialistica, ho scelto di iscrivermi a un dottorato di ricerca in storia contemporanea (Università di Pavia). Più tardi avrei scoperto anche la passione per l’insegnamento ma, all’epoca, la scelta fu dettata prevalentemente dal desiderio di dedicarmi alla mia ricerca. Di avere un tempo riconosciuto, retribuito e tutelato per approfondire i miei studi. Tornando indietro, non ripercorrerei esattamente la stessa strada ma rifarei la stessa scelta: la carriera accademica. A me ha dato e continua a dare la straordinaria possibilità di vivere una vita stimolante intellettualmente e ricca umanamente. È un percorso di crescita a ostacoli che non si interrompe mai. Perennemente sotto esame, si è spinti a migliorarsi senza soluzione di continuità. E, in classe, si istruisce e al contempo si impara con grande slancio. La vita accademica è anche una vita logisticamente impegnativa ma, di nuovo, umanamente è un serbatoio potenzialmente illimitato. Le mie più care amicizie sono legate, in un modo o nell’altro, al mio peregrinare che – in estrema sintesi – ha seguito questa traiettoria: Forlì/Pavia – New York – Washington DC – New York – Bologna – Parigi. Ho fatto ricerca e insegnato in centri di studio e università italiane, americane e francesi. E ora sono in procinto di partire per la Scozia. Edimburgo, School of History, Classics and Archeology. Poi, si vedrà…

 

La figura femminile nel mondo accademico.

Non ho esperienza diretta, né indiretta, di misoginia. Non vedo differenze salariali, né discriminazioni di altro genere. Alcune mie colleghe, immagino, dissentirebbero. Ma non credo che l’accademia sia un luogo ostile alle donne da questo punto di vista. Credo che la vita accademica imponga dei sacrifici, richieda dei compromessi che possono essere difficili da gestire per una madre. Questo sì. Penso al lungo precariato e soprattutto alle difficoltà di coniugare genitorialità e mobilità. Partecipare a un convegno all’estero; fare ricerca; talvolta molto banalmente andare a lavoro ogni giorno (insegnare o svolgere attività amministrative di vario genere) può essere immensamente complicato. Ho colleghi incardinati in Liguria con i figli in Toscana… E allora: settimana corta e incastri stile tetris; aiuto di babysitter e nonni (per chi ha la fortuna di averli vicini); figli che crescono con il dovere della flessibilità nel DNA. Compagni/mariti straordinari o inadeguati che semplificano o complicano la vita. In un paese in cui il diritto alla maternità è ancora insufficientemente tutelato, la carriera accademica può essere complicata. Servirebbe più Stato. E servono uomini consapevoli del loro ruolo e di quello della propria compagna. Ma questo vale dentro e fuori il mondo universitario.

 

Vivere altrove, pro e contro.

Sorrido. Se facessi questa domanda ai miei amici, ti risponderebbero tutti con una grassa risata: “sorella, madre e padre, che domande!” Vero. Il contro, per me, è rappresentato dalla distanza da una famiglia alla quale sono molto legata. Più in generale direi la distanza dagli affetti marchigiani. A seguire, l’assenza di comfort. Del mio medico di base si è sempre occupata mia mamma; il prelievo del sangue me lo ha sempre fatto mia zia. So come muovermi tra la burocrazia italiana; conosco il sistema, ci sono automatismi che all’estero mancano. Aprire un conto corrente, navigare il sistema sanitario nazionale, districarsi in un ambiente alieno può essere talvolta molto faticoso ed esasperante. Manca la rete di conoscenze e sicurezza e con essa le agevolazioni conseguenti. I pro: si cresce infinitamente. Perché si testano i propri limiti e ci si spinge, un passo alla volta, oltre. Si impara ad accettare, e ad apprezzare, l’idea che la vita sia fatta di sfide e di cambiamento; si inventano nuove routine. Io, poi, amo vivere nelle grandi città con le illimitate possibilità che offrono. Ma questo è soggettivo. Grandi o piccoli che siano i luoghi altri da quello natio, resto convinta della bontà della scelta di vivere altrove. Almeno una volta nella vita, bisognerebbe provare.

 

Un motivo per non tornare.

I 5 stelle! Battute a parte (neanche tanto…) non torniamo, io e mio marito, perché l’Italia offre scarse possibilità di seria crescita professionale. E, di conseguenza, può diventare asfittica.

 

Cosa non sopporti del tuo Paese.

La diffusa cialtroneria. A ogni livello, in ogni ambito. Non sopporto gli incompetenti, arroganti e inconsapevoli, in posizione di potere. Non sopporto chi fa della furbizia e dell’opportunismo virtù, quando il risultato è solo più mediocrità per tutti.

 

Un motivo per tornare.

Per la bellezza architettonica e paesaggistica, a volte disperante a volte promettente, del nostro paese. Da Nord a Sud.

 

Cosa ami dell’Italia.

Banale, ma la dolce vita. La buona tavola (la migliore, in barba ai francesi…). E l’esistenza di un modello familiare in cui la generosità intergenerazionale è il pilastro fondamentale. Non ho mai creduto nell’esistenza di un modello unico e indiscusso di famiglia. A ognuno la propria, ma il legame – speciale, fondante e istruttivo – tra anziani e giovani che vedo ancora molto forte nel nostro territorio mi pare vada celebrato e difeso, per quanto possibile.

 

A questo proposito.. valore che vorresti trasmettere ai tuoi figli.

L’altruismo.

 

Se non fossi docente saresti?

Editorialista del New Yorker! Sogni megalomani a parte, la giornalista.

 

Un desiderio ancora da realizzare. A parte il New Yorker…

Comprare casa a Brooklyn, con dependance per genitori e suocera .. i nonni prima di tutto!

 

Un autore che tutti dovremmo leggere nella vita e perché.

Italo Calvino. Per imparare a immaginare, a riflettere, scrivere e parlare.

 

Alessandra e suo marito Mario Del Pero, professore di Storia Internazionale presso l’Institut d’études politiques – Sciences di Parigi


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