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”Fermana, quanti ricordi
e di nuovo in C con merito”, parola di Ivo Iaconi

IL PERSONAGGIO - Tecnico gialloblù alla fine degli anni '90, a lui dapprima la salvezza in C1 e, soprattutto, la vittoria del campionato di terza serie per la disputa della storica stagione di B. Nelle parole del timoniere di origini abruzzesi anche la razionale ricognizione allargata all'esistente. "Squadra, allenatore e società, tutti in grado di centrare l'obiettivo salvezza...e con un pò di fortuna..."
lunedì 13 novembre 2017 - Ore 18:41
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Ivo Iaconi durante un’intervista post gara del campionato di Serie B, stagione sportiva 1999/00

FERMO – Un ciclo sportivo sicuramente caratterizzato per la maggiore da sorrisi anziché amarezze. Incancellabile infatti la vittoria della C1 a Battipaglia e non da meno la successiva stagione in cadetteria culminata, però, con la retrocessione. Nel mezzo un universo di emozioni e colpi di scena ( chi avrebbe mai scommesso, ad esempio, sulla squadra che a Natale ’98 annaspava nei bassifondi della graduatoria per ritrovarla in coda alla successiva primavera nel gestire, nero su bianco, la pratica Serie B?).

La risposta ce l’ha mister Ivo Iaconi, tecnico alla pari dell’attuale Flavio Destro ( per aver riportato il professionismo dopo lustri ai piedi del Girfalco ), a meritare senza ombra di dubbio un posto nella hall of fame dei timonieri canarini di tutti i tempi.

Il successo contro ogni pronostico nel campionato di C del 1999, l’esonero in B a vantaggio della breve parentesi nel segno di Stefano Di Chiara, ed il ritorno in sella alla squadra del presidente Giacomo Battaglioni, per una fase a cavallo tra i due anni solari ( 1999 – 2000 ) che, mercato di rafforzamento e risultati alla mano, lasciava ben sperare per la corsa salvezza.

Iaconi, dopo le indelebili pagine di storia calcistica canarina di cui ne è assoluto protagonista, se pensa alla Fermana oggi, cosa le viene in mente?

“Dopo anni interlocutori vedo finalmente che c’è una società solida, agisce pianificando e programmando, rendendo cioè concreto il proprio pensiero tramite un ponderato modo di fare. La squadra è tornata in Lega Pro con un allenatore serio, bravo, preparato e che gode della mia stima. Sono felice del fatto che, dopo anni tribolati, la Fermana si approdata nuovamente in C dove sta facendo bene”.

Sulla panchina gialloblù durante una partita all’interno del Bruno Recchioni

Qual è il ricordo di quell’esperienza che conserva con maggior piacere?

“Tutto il periodo fu particolarmente denso di piacevoli emozioni ma credo che vada citato il primo anno ( 1997/98, ndr ), passato più in ombra rispetto a quanto citato ma di importanza prospettica non da poco. In quel campionato abbiamo valorizzato tanti ragazzi del settore giovanile come Portanova, Mengo, Luciani, Morbidoni ed altri, centrando la salvezza alla regoular season con la penultima giornata. Parliamo di un’annata che ha permesso cioè alla società di fare un buon introito con le cessioni di questi ragazzi, e poter puntare quindi in seguito su giocatori più esperti della categoria, creando così le basi per l’ascesa verso l’alto”.

Tutto ciò con un vestito tattico che all’epoca fu un vero e proprio marchio di fabbrica del suo credo calcistico, il 3 – 4- 3, oggi messo un po’ da parte da molti suoi colleghi…

“Vero, mi interessava quel tipo di gioco, ovviamente costruendo preventivamente la rosa con calciatori congeniali al caso. Bisognava infatti avere centrocampisti duttili, in grado di ricoprire più ruoli, di un pacchetto arretrato a tre elementi con la difesa spesso, molto spesso, chiamata a vedersela nell’uno contro uno. In C operammo sul mercato acquisendo cammin facendo perdine utili a questo scacchiere, in B, purtroppo, partimmo male. Non siamo stati in grado di tradurre tutto l’entusiasmo che c’era nell’ambiente, causa inesperienza, compresa la mia, in qualcosa di sostanza. Non dico che ci potevamo certamente salvare, però potevamo approcciare meglio l’intera stagione. In quegli anni salvarsi per una neo promossa in certi palcoscenici non era affatto facile”.

Nella società civile di oggi, che cambia repentinamente, il calcio non è da meno. Quali sono i punti di contatto e le differenze tra la disciplina sportiva di ieri e l’attuale?

“Non ce ne sono molti, la società è indubbiamente cambiata, e il calcio non fa eccezione. Basta guardare le generazioni precedenti: giocavano interi pomeriggi con il pallone anche sulla strada. I ragazzi di oggi, pieni di impegni, fanno si e no, in media, tre ore di scuola calcio alla settimana. Non credo siano sufficienti. Nei settori giovanili fino ad una certa età si dovrebbe ancora lavorare sull’uno contro uno, fatto smarrito per lo più. I giocatori sono pressoché formati dal punto di vista tattico collettivo ma meno da quello tecnico e caratteriale. Abbiamo secondo me perso la nostra tradizione formativa, dei vari Del Piero, Pirlo, ecc….in giro non se ne vedono. Tutto questo ha portato ad una carenza di personalità e talento, a vantaggio della fisicità. L’individualità dovrebbe invece a mio avviso avere la precedenza, specie nei primi anni di pratica sportiva”.

Come vede l’undici di Flavio Destro in questo rinnovato torneo di terza serie? Presunte candidate per la gloria finale?

“Sarà il tipico anno zero. La squadra sta facendo bene e, per come ricordato, da quelle parti si gode di una buona tradizione ma credo che quest’anno si debba stare tranquilli, proprio per come si sta facendo, ed i risultati lo testimoniano. La priorità è la salvezza, un obiettivo che sta nelle corde della rosa, del mister e della società. Tutto ciò che arriva oltre è di guadagnato e, tra l’altro, possibile. Al momento non c’è una grossa differenza tra playoff e playout, in qualche punto c’è praticamente la stagione, sopratutto con l’ampia griglia per gli spareggi promozione. Vittoria finale? Al momento credo che il Padova abbia maggiore continuità sulla concorrenza, oltre alla grande forza che ha nel collettivo e nell’esperienza del tecnico. La rosa biancorossa è composta da giocatori importanti, quindi per ora dico questo ma il campionato è molto lungo e tutto può succedere”.

Paolo Gaudenzi

 


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