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Crisi della Nazionale – 2,
cause? Ipotesi di via d’uscita?
Lo chiediamo ai tecnici del Fermano

INCHIESTA - Continua il nostro sondaggio con la lente d'ingrandimento puntata sul calcio Tricolore, ai minimi storici. I mister della nostra provincia analizzano le cause dell'eliminazione dal Mondiale, con apice la mancata vittoria nel playoff contro la Svezia, ed arrivano alle origini delle relative problematiche, pregresse e radicate nel recente passato
mercoledì 29 novembre 2017 - Ore 14:33
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FERMO – Con il mancato superamento di un ostacolo certamente alla portata, noi italiani abbiamo ripercorso le amarezze del 1958 quando, corsi e ricorsi storici, l’Italia non prese parte al Mondiale organizzato (guarda caso) in Svezia, la cui selezione tre lunedì fa ha decretato l’eliminazione Azzurra dalla fase finale della competizione planetaria.

Di seguito, ecco dunque una carrellata di nuove opinioni provenienti dalla provincia ( leggi la prima parte ), prelevate dalle guide tecniche di alcuni tra i più prestigiosi sodalizi del nostro territorio.

 

Massimo Rutinelli, allenatore dei Giovanissimi del Tirassegno ’95 ed ex centrocampista in Prima Categoria

 

“Il problema principale, secondo il mio umile punto di vista, riguarda il fatto che da più di quindici – vent’anni non si è investito per come si sarebbe dovuto fare nel settore giovanile. Non c’è stata programmazione a lungo termine, tutte le società hanno voluto e vogliono ancora vincere in lungo e largo subito, senza aspettare, andando ad acquistare pseudo giocatori stranieri che la maggior parte delle volte non sono all’altezza della situazione, quando invece si dovrebbe avere pazienza nel far crescere i propri talenti dai vivai. Si guarda soprattutto alla  prestanza fisica del giocatore e sempre meno alla tecnica, mentre secondo me bisognerebbe insegnare i principi fondamentali di questo sport, vedi appunto la tecnica e la coordinazione: come puoi giocare se non sai “trattare” la palla? Altra cosa che sta mancando: nei settori giovanili non c’è più meritocrazia, gioca chi ha il miglior procuratore e chi ha le spalle coperte a discapito della qualità. Tutta la somma di questi fattori fa capire e bene la situazione calcistica italiana del momento. Di solito quando si tocca il fondo non si può far altro che risalire, sempre se chi comanda non consideri solo i propri interessi economici”.

 

Ruben Dario Bolzan, tecnico del Parma Primavera ed ex difensore centrale professionista  

 

“Infrastrutture ed allenatori professionisti in grado di educare ed insegnare. Queste le priorità per la ripartenza del calcio in Italia. Inoltre va riordinata un’altra variabile: quella dei genitori. Che accompagnino i loro bambini al campo e poi vadano a fare spese altrove, senza mettere pressioni addosso a nessuno. Il calcio italiano deve partire da qui. Ventura? Non penso sia solo colpa sua, troppo facile individuare un unico responsabile, per lo meno le sue responsabilità solo le ultime della lista. Se l’Italia fosse entrata alla fase finale del Mondiale il problema strutturale e di partenza sarebbe rimasto tale. Bisogna guardare e prendere esempio altrove, vedi Spagna o Germania, dove si parte dal basso, dai ragazzi. Arrivare allo spareggio da dentro o fuori, sperando che il tecnico becchi formazione e modulo è alquanto riduttivo. La ricerca delle problematiche e le ponderate analisi vanno fatte in maniera lucida e strutturata”.

 

Giuseppe Malloni, mister dilettantistico dalla longeva carriera ed ex difensore centrale in Prima categoria

 

“E’ evidente che dopo la partita persa contro la Spagna qualcosa si è rotto nel meccanismo della Nazionale. I senatori a mio avviso hanno preso il controllo dello spogliatoio e gran parte dei giocatori non hanno più seguito il tecnico. Tavecchio avrebbe dovuto intervenire subito in qual frangente, allontanando Ventura o almeno parlare della situazione con i senatori stessi. Siamo usciti contro la Svezia, una formazione nettamente inferiore alla nostra. Sento dire che in Italia non ci sono più giocatori di talento, ma ci dimentichiamo che solo l’anno scorso sia l’Under 21 che l’ Under 20 sono arrivate seconde nell’Europeo e nel Mondiale di categoria. La riforma va fatta  e vanno inserite nel sistema profonde regole, sopratutto nelle squadre di club, obbligandole a schierare al massimo tre o quattro stranieri. Vedere collettivi come l’Udinese impiegare undici stranieri è assurdo nonché controproducente per le logiche formativa della Nazionale”.

 

Roberto Bagalini, guida del Monturano Campiglione in Promozione ed ex centrocampista in Serie D

 “Aver avuto la Spagna nel nostro girone ci ha precluso l’accesso diretto alla fase finale, ma nei playoff potevano e dovevano ottenere il pass per il Mondiale. Contro una Svezia che ha messo nelle sue partite le caratteristiche quali fisicità e tanta determinazione, sapendo che non erano favoriti, noi siamo mancati in organizzazione e qualità, anche se attualmente il nostro livello non è eccelso. Per quanto riguarda la “colpa del mister”, credo che sia stato costretto a cambiare il suo modulo originario dal 4-2-4 sposando il 3-5-2 per due motivi: avendo in difesa il blocco della Juventus già rodato e giocatori non adatti al suo impianto di partenza. Sicuramente, come pensano tutti gli italiani, pesa l’aver rinunciato nella partita decisiva, anche in corso d’opera, a Lorenzo Insigne, che poteva scardinare con le sue giocate il muro svedese. Invece, nell’occasione Ventura ha inserito giocatori utilizzati pochissimo nei club. Detto questo, altre colpe non le vedo, perché non ha lasciato fuori nessun giocatore importante e la scelta in questo momento è davvero poca. Per quel che riguarda la Federazione, aver avuto a capo  Tavecchio ha significato valutazioni e scelte di natura politica e non basate sulle logiche sportive. La globalizzazione ed i tanti stranieri nei club significa poco spazio ai connazionali, poca crescita dei nostri giovani e quindi poca scelta. Serve un progetto serio, fatto da persone capaci e libere di scegliere, per come vanno le cose in Italia credo che ciò sia impossibile da realizzare. Magari segnando un gol contro la Svezia era invece tutto ok e portavano il carrozzone in Russia. Speriamo che questa eliminazione possa almeno servire per poter far crescere davvero il nostro calcio”.

 

Massimo Paci, allenatore del Montegiorgio in Eccellenza ed ex difensore centrale in Serie A e B

 

“La Nazionale Italiana non è certo inferiore a tante squadre qualificate al Mondiale ma una serie di eventi sfavorevoli hanno portato all’esclusione. Aver incontrato la Spagna nel girone presupponeva già a monte passare per gli spareggi. Nella partita contro la Svezia sono state fatte scelte tattiche a mio avviso scellerate. La strategia con cui si è affrontata la partita di ritorno è stata completamente sbagliata. Bisogna cambiare il sistema e prendere spunto da Inghilterra e Germania, il prodotto “calcio” in Italia sta perdendo il fascino di un tempo. La speranza è che la mancata qualificazione possa spingere le istituzioni ad unirsi per creare un sistema che possa rilanciare l’apparato calcistico sportivo e riportarlo ai massimi livelli mondiali”.

 

Stefano Cuccù, trainer del Porto Sant’Elpidio in Eccellenza ed ex centravanti professionista

 

“Ora è il tempo delle riflessioni, dei perché, dell’amarezza e della delusione, è il tempo in cui dobbiamo leccarci le ferite e inevitabilmente fare i conti con gli effetti devastanti di una crisi, quella del calcio italiano, che ha radici, secondo me, molto profonde. Le cause di questa situazione sono molteplici, e vanno ricercate, a parer mio, non solo nel sistema logistico, tecnico e commerciale delle diverse società, ma anche e soprattutto nella mentalità, nella preparazione fisica e psicologica che i calciatori di oggi non hanno in maniera adeguata. Ci chiediamo perché in campo vediamo solo numeri e non nomi? Perché il calcio ormai è solo una questione di numeri…quelli con diversi zeri. Mancano il carisma, la struttura portante della squadra, la formamentis et corporis, elementi che plasmavano l’atleta di un tempo in ogni suo aspetto. È necessario ritornare alle basi, alle origini, alla ginnastica vera, quella che si faceva nelle palestre antiche, imperniata sul sacrificio e sulla passione autentica. Mancano i campi di terra, dove ci si sporcava e faceva molto più male cadere, ma ci si rialzava molto più caparbi, determinati e bastavano due botte con le mani per togliere la polvere di dosso. Poi è venuta l’obbligatorietà dei giovani nelle categorie dilettantistiche, bloccando il loro percorso di crescita e impedendogli di lottare, certi della possibilità di giocare per la regola e non per la passione, né per lo spirito agonistico. Ormai il nostro calcio è morto, dare la colpa a Ventura per l’eliminazione ai Mondiali è troppo semplice e scontato, il problema nasce da lontano, da tutto quello che non vediamo ma che, purtroppo, c’è. Da un sistema sportivo siamo passati ad un’industria del calcio, dove l’unica cosa che conta è l’interesse economico e probabilmente nessuno era preparato a tutto questo. Ad oggi non vedo possibili soluzioni, sono cambiate troppe cose e siamo davvero lontani da quello che è sempre stato lo sport più amato al mondo”.

 

Mario Di Camillo, mister dilettantistico ed ex terzino in Serie D

 

“Dopo Conte, per la guida della Nazionale occorreva non certo una rifondazione ma una restaurazione. La scelta di Ventura è stata più politica che tecnico – sportiva. Affidarsi all’ormai ex c. t. è stata una soluzione infelice. Uomo di campo che ha fatto le sue fortune seguendo approcci ormai sorpassati dalla contemporaneità. Il suo errore più grave a mio avviso è stato quello di proporre una visione di gioco monocorde, rinunciando a convocazioni offerte dall’evidenza del campionato, vedi Jorginho, o lasciando a margine giocatori al top della forma, come Insigne. Non sono i moduli ma i calciatori che scendono in campo a vincere le partite. Il calcio italiano?Occorrono soluzioni condivise. Ex grandi giocatori dovrebbero tracciare la linea all’interno della Figc. Dalle squadre Primavera ai Giovanissimi provinciali l’assillo del risultato divora troppo spesso il lavoro a lungo termine, le idee e soprattutto la tecnica di base. Occorre quindi unire managerialità e cultura del lavoro sul lungo termine. Serie A a 18 squadre, distribuire gli introiti dei diritti tv in maniera più equa tra le società di A. Inserire lo “ius soli sportivo” naturalizzando atleti nati in Italia, oggi residenti e attivi sportivamente da anni, come fanno da tempo in Francia e Germania. Infine, non come ultimo, responsabilizzare i giovani provenienti dai settori giovanili e dai viva per accelerarne la crescita”.

 

Francesco Romanelli, trainer della Monterubbianese in Seconda categoria ed ex centrocampista nel medesimo circuito

 

“Non andare ai Mondiali per gli Italiani è qualcosa di quasi inconcepibile, la maggior parte di noi non ha mai vissuto direttamente e ricordato un tale fallimento calcistico, è sicuramente un trauma forte e credo che come tale vada affrontato. Vale a dire, ora sarebbe sbagliato limitarsi a curare i sintomi, scegliendo un nuovo presidente e un nuovo commissario tecnico, bisogna andare alla ricerca delle cause che ci hanno lentamente portato a questa situazione e quindi vanno corrette radicalmente. Da questo punto di vista, a voler essere ottimisti, la mancata qualificazione mondiale potrebbe anche essere vista come qualcosa di utile perché elimina qualsiasi alibi dell’attuale gestione del movimento calcistico e permette a chi di dovere di analizzare e programmare nel medio lungo periodo. Alla base di tutto, però, ci deve essere un vero e proprio cambio di paradigma che, per quanto possa sembrare semplice, è a mio avviso lo scoglio più grande da superare, ossia quello di andare oltre alle logiche politiche, relegandole solo alla cura dei rapporti internazionali, e basare le scelte della federazione per lo sviluppo del movimento solo su questioni tecniche, magari inserendo nei posti di responsabilità gente che il calcio l’ha giocato e che ha sia il carisma che la personalità per imporre una strada ben precisa. Una volta adottata questa soluzione, credo poi che tutto il resto verrebbe come naturale conseguenza. La mole di lavoro da fare sarebbe comunque enorme e non riguarda solo il movimento giovanile calcistico. A mio avviso si dovrebbe partire dalle scuole, dove aumentare l’offerta motoria con personale estremamente qualificato, bisognerebbe poi studiare un modo per evitare che l’attività di allenatore giovanile possa essere improvvisata, magari creando una figura professionale ad hoc, sviluppare ulteriormente i centri federali aprendoli anche e soprattutto ai tesserati di società professionistiche. Bisognerebbe inoltre strutturare una migliore gestione del passaggio tra settore giovanile e prime squadre, magari con l’introduzione delle seconde squadre e, infine, anche rivedere le forme di controllo sulle società professionistiche in modo da evitare gestioni economiche approssimative e veri e propri disastri come quello verificatosi poche settimane fa a Modena (società radiata addirittura dai professionisti di Serie C, ndr). Una vera e propria rivoluzione, senza dubbio, ma tutti i viaggi, anche i più lunghi, iniziano sempre con un unico passo, e prima ancora con la volontà di mettersi in marcia, quella che, a mio avviso, è stata fino a ora la grande assente”.

 

Catello Cimmino, attuale timoniere di Settore Giovanile e Scolastico alla Veregrense ed ex difensore in Serie A e B

 

“Pensare di sapere cosa o chi abbia sbagliato e quale sia il rimedio per far tornare grande la nazionale ed il calcio italiano non conoscendo a fondo persone e dinamiche del sistema calcio, soprattutto dal punto di vista politico, credo sia presuntuoso e banale. Sicuramente abbiamo attraversato un periodico dove non abbiamo avuto grandi talenti, e forse non c’ è stato un ricambio generazionale come in altri tempi, questo forse dovuto alla Federazione, che dovrebbe limitare gli extracomunitari e dare la possibilità alle società di Serie A di poter avere una seconda squadra, magari in Lega Pro, per far maturare i giovani. Credo anche che a livello metodologico si dovrebbe prediligere più un metodo analitico rispetto a quello globale, perché a mio avviso oggi i giovani sanno fare un po’ di tutto in campo ma non emergono in alcune qualità specifiche. E poi darei la possibilità a qualche ex calciatore, su tutti Maldini e Baggio, di poter contribuire alla ricostruzione dell’intero apparato”.

Paolo Gaudenzi

Leonardo Nevischi


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