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Nascite e natalità
dati Istat, andamenti e rischi

In 8 anni (2008-2016) le nascite sono diminuite di circa 100 mila unità. La crisi è caratterizzata dalla diminuzione soprattutto dei primi figli. Ne parliamo con Luca Burattini, specialista in ginecologia ed ostetricia.
sabato 23 dicembre 2017 - Ore 12:11
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Luca Burattini, specialista in ginecologia ed ostetricia

 

Secondo i dati ISTAT pubblicati a fine novembre, gli iscritti in anagrafe nel 2016 sono oltre 12 mila in meno rispetto al 2015. In 8 anni (2008-2016) le nascite sono diminuite di circa 100 mila unità. La crisi è caratterizzata dalla diminuzione soprattutto dei primi figli. Tra le cause il fatto che le donne italiane in età riproduttiva sono sempre meno numerose e mostrano una propensione decrescente ad avere figli. (www.istat.it).

Ne parliamo con Luca Burattini, specialista in ginecologia ed ostetricia.

 

Nella sua qualificata esperienza professionale, quali motivi ha rilevato più frequentemente tra le sue pazienti riluttanti alla maternità?

Negli ultimi anni si è assistito ad un progressivo cambiamento dei costumi sociali delle donne; in effetti l’esigenza ed il piacere sempre maggiore di avere un lavoro nel quale ci si possa realizzare e comunque la necessità di un doppio stipendio, accompagnato anche da una scarsa politica sociale riguardanti asili nido e quant’ altro, hanno fatto sì che l’età della prima gravidanza si sia progressivamente innalzata rendendo, quindi, difficile per motivi naturali ed economici, la possibilità di avere donne con numerosi parti. Ricordo inoltre che l’innalzamento dell’età materana al momento della gravidanza comporta sempre un aumentato rischio di patologie genetiche che spaventano e che rendono necessari un counselling e un’assistenza prenatale più impegnativa.

 

L’Istat ha presentato questo dato 2016 sull’età media del primo parto: 31,8 anni. Ma ci sono donne che decidono di diventare mamme anche dopo i 40. Quali sono i rischi che si corrono e quali, quindi, le attenzioni da usare in questi casi?

Come riferito sopra, i rischi per malattie genetiche fetali aumentano col progressivo aumento dell’età materna. In effetti esistono dati dai quali si evince come superati i 35 anni di età, il rischio di patologie genetiche fetali tenda ad aumentare in maniera esponenziale, con conseguenze facilmente immaginabili. Per tale motivo le pazienti appartenenti a queste categorie, possono essere sottoposte a tecniche di diagnosi prenatale mirate al riconoscimento precoce di tali patologie. Tali tecniche possono essere statistiche (screening del primo trimestre), invasive (amniocentesi, villocentesi) e, solo recentemente, sono entrate nell’uso comune tecniche di indagine genetica non invasive tramite prelievo ematico (NIPT). Oltre a ciò, è chiaro che portare avanti una gravidanza in avanzata età materna, comporta sempre anche un aumento del rischio di patologie materne, per cui le gestanti dovrebbero essere sempre e comunque seguite in centri di II livello abilitati all’assistenza della gravidanza ad alto rischio. Un capitolo a parte, inoltre, è rappresentato dalle problematiche etico-morali derivanti dall’utilizzo di tecniche di fecondazione assistita tramite ovodonazione per avanzata età materna.

 

Per contro, anche se raramente, si hanno gravidanze, non programmate, in età giovanissima, prima dei 18/20 anni. Per le generazioni passate, questa era la prassi. Oggi l’eccezione. Quali sono le attenzioni da riservare a queste giovani pazienti?

Le problematiche connesse al precoce inizio dell’attività sessuale in età adolescenziale rappresenta un capitolo estremamente importante e delicato dal punto di visto etico-sociale, dal punto di vista medico (MST, vaccinazioni) e contraccettivo. Riguardo a quest’ultimo, ritengo sia necessaria una importante e chiara campagna informativa anche a livello scolastico e consultoriale per riuscire a sensibilizzare le giovani donne all’utilizzo di contraccettivi di barriera e/o di contraccezione farmacologica che debbono essere sempre eseguiti in modo scrupoloso sotto rigoroso controllo medico, al fine di evitare gravidanze indesiderate e/o malattie sessualmente trasmissibili. L’utilizzo della legge 194/78 sull’interruzione volontaria di gravidanza non dovrebbe mai rappresentare una metodica di pianificazione familiare o una metodica alternativa alla contraccezione pre-coitale.

 

Per esperienza personale posso dire che il parto naturale è il momento più scioccante nella vita di una donna che combatte, incredula, tra l’estremo dolore e l’estrema gioia. Un momento di massima intimità che, oggi, viene invece condiviso con medici, ostetriche, infermiere e personale ospedaliero qualificato. Alcune donne coraggiose scelgono di partorire in casa. Quali sono i rischi?

Il parto rappresenta una tappa estremamente importante e fondamentale nella vita di una donna; da sempre, le gioie e le emozioni che scaturiscono in sala parto identificano momenti indimenticabili per ogni coppia. Bisogna però ricordare che proprio per tali motivi e per tali aspettative, qualunque imprevisto o, peggio, incidente diventa in quei momenti estremamente drammatico. E’ per questo che negli ultimi anni, proprio per cercare di ridurre tali incidenti, si è assistito progressivamente ad una medicalizzazione del travaglio, del parto e delle nascite in generale anche grazie all’utilizzo spesso inopportuno ed esagerato del taglio cesareo. Negli ultimi tempi si è cercato, e si sta cercando, di correre ai ripari e di ritornare ad una naturalizzazione dell’evento parto attraverso la creazione di percorsi ospedalieri il più naturali possibili e maggiormente rispettosi delle aspettative delle gestanti. In effetti le gravidanze vengono distinte in basso ed alto rischio. Per le prime è possibile espletare il parto in ambienti scarsamente medicalizzati come le cosiddette “case della maternità” assistite unicamente dalle ostetriche. Ovviamente tale comportamento si concretizza ulteriormente nel parto a domicilio che, negli ultimi anni, ha progressivamente preso piede e che ritengo possa essere eseguito solamente dopo aver studiato in toto la gravidanza ed averla classificata come di “basso rischio”. Altri aiuti possono derivare dall’utilizzo dell’analgesia in sala parto, il parto in acqua o la musico-terapia ecc. In questo tentativo di ritorno al parto naturale, nei vari centri ospedalieri sono stati istituiti nel tempo anche ambulatori per il cosiddetto VBAC (parto vaginale dopo taglio cesareo) o per tentativi di rivolgimento nel feto podalico. Occorre comunque ricordare sempre che il travaglio ed il parto per via vaginale, anche in una gravidanza a basso rischio, possono in ogni istante complicarsi e diventare estremamente preoccupanti, per cui l’assistenza medica, anche se il più rispettosa possibile della fisiologia della nascita, deve, a mio avviso, sempre esservi, e deve essere immediatamente disponibile e fruibile.

  

Per concludere, una domanda personale allo specialista: quale sensazione si prova ad assistere ad una nascita?

Da oltre 20 anni, durante la pratica professionale quotidiana, lavorando in un centro ospedaliero di III livello, assisto a numerosi parti vaginali, espletati da donne giovani o meno giovani, a basso ed alto rischio. Nonostante tutto questo tempo, ogni qual volta mi trovo in sala parto vedo sempre l’emozione dell’evento nascita sia nel viso della mamma che in quello dei papà. La gioia di quei momenti è evidente in tutta la sala parto e mi coinvolge sempre direttamente assieme al personale ostetrico e pediatrico che lavora con me. Questi momenti ripagano abbondantemente delle tante preoccupazioni e delle tante tensioni a cui spesso il nostro lavoro ci sottopone. Mi capita spesso, guardando i futuri genitori, di emozionarmi anche perché mi ricordano tempi oramai purtroppo lontani, in cui anche io come genitore ho vissuto tali emozioni che sono ancora estremamente vive in me.

 

Luca Burattini, specialista in ginecologia ed ostetricia, visita all’Istituto Medico Palmatea. Per info tel. 0734 53627 www.palmatea.it

 

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