Il magistrato Otello Lupacchini
di Giorgio Fedeli
Da ieri è ufficiale: Otello Lupacchini è il nuovo procuratore generale della Corte di Appello di Catanzaro. Determinazione, consapevolezza, legge. Senza mai permettere che la burocrazia sterilizzi il suo essere magistrato fino al midollo. E con due parole d’ordine: giustizia e libertà. Un magistrato dall’indiscutibile esperienza professionale, un uomo di legge, natio di Lapedona va dunque ad assumere un incarico tra i più delicati nell’universo giudiziario italiano. Otello Lupacchini è già al lavoro tra codici, amministrazione, giustizia ma anche tra quelle regole non scritte passepartout indispensabili per decifrare e dialogare con un territorio ermetico e labirintico. E lo fa mentre la magistratura calabrese, nello specifico proprio quella di Catanzaro, infligge alla ‘Ndrangheta uno dei colpi più duri degli ultimi anni con 169 arresti tra Italia e Germania.
“Ciò dimostra l’efficienza del sistema e degli anticorpi, almeno, senz’altro, per quanto riguarda la Direzione distrettuale antimafia. Gli altri – le prime parole del procuratore generale – verificheremo di volta in volta. Comunque è un contesto di certo non facile ma che ha, ripeto, i suoi anticorpi”.
CRIMINALITA’ ORGANIZZATA, DALLA CALABRIA ALLE MARCHE
‘Ndrangheta in Calabria. E le Marche? “In questo caso – le prime parole di Lupacchini dopo l’insediamento – bisognerebbe vedere, visto che la criminalità organizzata si va infiltrando dappertutto, se non si sia infiltrata anche nelle Marche. Ma l’unico modo per risolvere elegantemente i problemi è non porseli. Secondo me è impossibile che delle infiltrazioni non ci siano tanto più che proprio perché non tradizionalmente infiltrata e particolarmente ricca anche da un punto di vista dell’imprenditoria, possa essere un territorio appetibile ma ci sono organi e persone preposti ad occuparsene. Quindi sicuramente avranno più strumenti di me. Secondo ciò che accade non si può evitare di porsi il problema. In Calabria c’è da rimboccarsi le maniche e fare quel che c’è da fare per mantenere, o conseguire un livello di eccellenza.
La Corte d’Appello di Catanzaro
MARCHE E CALABRIA, MENTALITA’ DIVERSE MA DUE POPOLI ACCOMUNATI DALLA RISOLUTEZZA
Cosa accomuna le Marche e la Calabria? Siamo molto distanti se non nella risolutezza. Ma sono comunque due mentalità diverse. Noi abbiamo una mentalità rinascimentale, i calabresi hanno una mentalità greca, ma nella tragedia greca, come nelle vicende di Oliverotto c’era sempre la Nemesi”. Leggi, giustizia, sistema che, però, non possono prescindere dall’uomo. Un concetto che Lupacchini custodisce gelosamente tra il sentimento e la ragione: “Quel che voglio evitare, infatti, è l’eccesso di burocratizzazione, che finirebbe per imprigionarci tutti in una rete di regole minuziose, con la conseguente frustrazione delle esigenze di un sistema in continua trasformazione, che rende rapidamente obsolete le competenze e le specializzazioni della burocrazia, e si mostra sempre più insofferente ai vincoli posti dalle sue regole e dalle sue procedure. Quel che voglio evitare, insomma, è che il burocrate finisca per sopprimere il magistrato che è in me”.
Il magistrato fermano, infatti, è entrato in magistratura del 1979 ed è stato pretore a Riesi (Cl), giudice di Corte d’Assise a Bologna, giudice istruttore penale e giudice per le indagini preliminari presso il Tribunale di Roma. E’ componente della Commissione per l’applicazione delle speciali misure di protezione ai testimoni ed ai collaboratori di giustizi e consulente delle Commissioni Parlamentari d’Inchiesta Antimafia e Mittrokhin. Impegnato da sempre sui fronti caldi della criminalità organizzata, comune, politica e mafiosa. si è occupato, fra l’altro, degli omicidi del PM Mario Amato, del banchiere Roberto Calvi, del generale americano Lemmon Hunt e del professor Massimo D’Antona, nonchè della strage di Bologna e della strage brigatista di via Prati di Papa.
Lupacchini, che è stato nominato pg della Corte d’appello catanzarese il 6 ottobre dal Csm, subentra a Raffaele Mazzotta, andato in pensione a luglio. Lupacchini, nel corso di una breve cerimonia, è stato immesso nel possesso delle sue funzioni di procuratore generale della Repubblica presso la Corte di Appello di Catanzaro dal presidente della Corte d’appello di Catanzaro, Domenico Introcaso
IL DISCORSO DI INSEDIAMENTO DEL PG OTELLO LUPACCHINI
Ringrazio quanti hanno voluto essere qui, per questo inizio, per gli auguri e gli incoraggiamenti, ma, di più, per assicurarmi che mi trovo tra amici, colleghi e compagni di lavoro, affettuosi e gentili; tra persone, soprattutto, che hanno a cuore il l’amministrazione della giustizia, la Costituzione, della quale condividono i valori, e il rispetto per i diritti dei cittadini, consapevoli altresì dei doveri che su ognuno di noi, nelle rispettive pubbliche funzioni, incombono e ai quali dobbiamo assolvere “con disciplina e onore”, così come c’impone l’art. 54 della Costituzione.
Ringrazio il presidente della Corte di appello, che mi ha accordato il privilegio d’essere Lui a presiedere il Collegio, che ha decretato la mia immissione in possesso; e l’Avvocato Generale, che ha retto sin qui la Procura Generale: entrambi sono stati prodighi d’informazioni e di consigli ed anche per questo va a loro la mia gratitudine.
Ringrazio i Presidenti dei Tribunali e i Procuratori della Repubblica del Distretto, presenti all’insediamento, ai quali va la mia riconoscenza per il lavoro da essi svolto per assicurare il funzionamento della complessa macchina giudiziaria e, sin d’ora, per la collaborazione che certamente vorranno offrire al Generale Ufficio che mi appresto a dirigere, così come è avvenuto in passato.
Ringrazio i colleghi che non esercitano più la giurisdizione, ma che tanto hanno dato; sono qui con noi e interpreto questa loro attenzione come un gesto di simpatia che rafforza la mia determinazione.
Ringrazio i Dirigenti e il personale amministrativo, come pure tutti gli Ufficiali e gli Agenti di Polizia giudiziaria, ai quali tutti va la mia riconoscenza per l’apporto al conseguimento delle finalità affidate alla funzione giudiziaria.
Ringrazio il Presidente dell’Ordine degli Avvocati e il Presidente della locale Camera Penale e gli Avvocati tutti, ai quali va il mio profondo e sincero rispetto, poiché là dove si scredita l’avvocatura, colpita per prima è la dignità dei magistrati, e resa assai più difficile ed angosciosa la loro missione di giustizia.
Ringrazio il Prefetto, il Presidente della Provincia e il Sindaco di Catanzaro, ma anche tutte le Autorità pubbliche del Distretto, quantunque non presenti, sulla cui leale collaborazione sono certo di poter sempre contare, assicurando, da parte mia, l’altrettanto leale collaborazione di questo Generale Ufficio.
Ringrazio i Vertici interregionali, regionali e locali delle Forze dell’ordine, ai quali è affidato il delicatissimo settore della Sicurezza, su un territorio ricco di meravigliose risorse umane, sociali, imprenditoriali e culturali, ma anche, purtroppo, piagato da tanto virulenti quanto intollerabili fenomeni di criminalità organizzata.
Otello Lupacchini
Last but not least, un abbraccio affettuoso a Massimo Forciniti, componente autorevole del CSM, espresso da questo Territorio, che ha voluto onorarmi della sua presenza: ebbi modo di conoscerlo e apprezzarlo sin dai tempi in cui, a Roma, svolgeva l’Uditorato, e a Lui mi lega una fraterna amicizia.
Pur andandone fiero, ometto ogni riferimento alla mia storia professionale, che somiglia a quella di tanti altri, ma non posso non soffermarmi, sia pure in via di rapidissima sintesi, sulla Weltanschauung giusfilosofica, che ha orientato, da un lato, la mia vita come giurista e, dall’altro, la mia attività giudiziaria, sia di giusdicente sia di requirente, sin qui svolta, e che ispirerà l’opus che mi appresto a compiere nel Generale Ufficio al cui vertice sono stato chiamato.
Entrando in questo Palazzo, non posso, ogni volta, fare a meno di notare l’epigrafe incisa sul basamento di marmo della statua collocata, sin dal 1946, al sommo della scalinata, nell’atrio, , su iniziativa del presidente di questa Corte d’Appello di allora, Enrico Carlomagno: “Ultime Dee superstiti // Giustizia e Libertà”.
Forte è l’assonanza di essa con l’epitaffio riportato sulla lapide di Carlo e Nello Rosselli, nel cimitero di Trespiano a Firenze: “Giustizia e Libertà // per questo morirono // per questo vivono”.
Forse proprio per questo, essa ravviva in me le suggestioni del mio primo approccio agli studi giuridici, negli incipienti anni Settanta del secolo scorso, quando mi resi ben presto conto, seguendo il Corso di Diritto Costituzionale, che la giustizia, virtù morale che consiste, per dirla con Ulpiano, nel suum cuique tribuere, non è pensabile se non in funzione della libertà individuale. Che, insomma, una democrazia vitale può attuarsi soltanto nella misura in cui la giustizia sia concepita, piuttosto che come ideale separato ed assoluto, come premessa necessaria e come graduale arricchimento della libertà individuale.
Erano, quelli, anni in cui l’Italia viveva uno dei quei periodi di trapasso, nei quali la funzione dei giudici, meglio che quella di difendere una legalità decrepita, era, invece, di creare, gradualmente, la nuova legalità promessa dalla Costituzione. Una Costituzione, la nostra, non diciamo rivoluzionaria, perché per rivoluzione nel linguaggio comune s’intende qualche cosa che sovverte violentemente, ma rinnovatrice, progressiva, piena di parole potenti preannuncianti il futuro: “pari dignità sociale”; “rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana”; “Repubblica fondata sul lavoro”; “Diritto al lavoro”; “condizioni che rendano effettivo questo diritto”; assicurata ad ogni lavoratore e alla sua famiglia “un’esistenza libera e dignitosa”… Grandi promesse che, una volta fatte, non si possono più ritirare.
Non voglio dire, con questo, che non si registrassero anche allora delle imbarazzanti contraddizioni: per quanto fosse impensabile che i destinatari di quelle parole potenti, che in esse credevano e che a loro si erano attaccati come naufraghi alla tavola di salvezza, potessero essere condannati come delinquenti, solo perché chiedevano, civilmente senza far male a nessuno, che le promesse fossero adempiute come la legge comandava, era, tuttavia, proprio questo che, purtroppo, talvolta accadeva. In ogni caso, il programma politico contenuto nella Costituzione si andava, almeno in parte, realizzando anche per via giudiziaria, non già mediante atti eversivi, ma semplicemente sfruttando le risorse ermeneutiche di cui all’articolo 12 delle pre-leggi al Codice civile.
Una lunga tradizione letterario-filosofica, da Terenzio a Erasmo, Jean-Jacques Boissard e Giordano Bruno, insegna che omnium rerum vicissitudo est. Come non aspettarsi, dunque, che, prima o poi, scattasse la reazione dei titolari dei privilegi che, in ossequio alla legge fondamentale della Repubblica, anche la magistratura stava gradualmente smantellando? I precedenti, del resto, suonavano campane a morto per l’opus di rinnovamento dell’ordinamento giuridico: alla fine della Seconda guerra mondiale molti tra i più alti vertici militari delle Forze armate italiane avrebbero dovuto rispondere di crimini di guerra, eppure nessuno venne mai processato in Italia e all’estero; a salvarli erano stati gli equilibri della Guerra fredda e il decisivo appoggio degli alleati occidentali grazie a cui l’Italia eluse ogni forma di sanzione per i suoi militari; diversi di loro erano stati reintegrati negli apparati dello Stato come questori, prefetti, responsabili dei servizi segreti e ministri della Repubblica, e coinvolti nei principali eventi del dopoguerra: il referendum del 2 giugno; la strage di Portella della Ginestra; la riorganizzazione degli apparati di forza anticomunisti e la nascita dei gruppi coinvolti nel «golpe Borghese» e nel «golpe Sogno» del 1970 e 1974; il loro reinserimento aveva dato corpo a quella “continuità dello Stato”, destinata a rappresentare una pesante ipoteca sulla storia repubblicana.
Questa volta, nella seconda metà degli anni Settanta, per l’appunto, fu l’irruzione sulla scena del Terrorismo, tanto del Partito Armato quanto della Galassia della Destra eversiva, e della Criminalità organizzata, sia comune sia mafiosa, a indurre il rapido intorpidimento della coscienza civile del Paese, a causa del quale dal culto della “Resistenza” si passò ben presto alla rassegnazione della “desistenza”. Fu così che, nel clima avvelenato di scandali giudiziari e di evasioni fiscali, di dissolutezze e di corruzioni, di persecuzioni della miseria e di indulgenti silenzi, o peggio, per gli avventurieri di alto bordo, il processo di creazione della nuova legalità promessa dalla Costituzione subì una repentina battuta d’arresto. E così, al misero spettacolo offerto da decenni di relativismo morale, turbo-liberismo economico, deregulation e annacquamento delle differenze tra popoli, religioni e culture, s’è accompagnata la deriva burocratica della funzione giudiziaria.
Le ragioni morali di questo ripiegamento, seguito all’esperienza chiaroscurale di “Mani pulite”, vennnero descritte, a riprova che si tratta di un fenomeno niente affatto nuovo, già da Francesco Carrara nel 1871, là dove, per giustificare la decisione di non esporre, nel suo Programma del corso di diritto criminale, la “classe dei delitti politici”, l’illustre criminalista dolorosamente confessava: “Ingenuo un tempo io credetti che la politica dei liberi reggimenti non fosse la politica dei despoti, ma le novelle esperienze mi hanno purtroppo mostrato che sempre e dovunque quando la politica entra dalla porta del tempio, la giustizia fugge impaurita dalla finestra per tornarsene al cielo”; s’era così “sventuratamente convinto che politica e giustizia non nacquero sorelle (….) e che (…) come nella pratica applicazione la politica impone sempre silenzio al criminalista, così nel campo della teoria gli mostra la inutilità delle sue speculazioni e lo consiglia a tacere”.
Sebbene non mi consideri un ingenuo, non ho, tuttavia, mai condiviso una simile scelta, che reputo non semplicemente improduttiva di conseguenze pratiche, ma che ha addirittura il sapore intollerabile del più bieco opportunismo: i giuristi, e tali sono i magistrati, quando non siano esclusi dal concerto poiché devianti dal tipo canonico, oltre ad avere vocazione all’ordine, spirito freddo e abilità pratiche, hanno soprattutto coscienza infallibilmente regolata su quanto conviene.
Per quanto mi concerne, dunque, ho sempre sentito, come giurista e come magistrato, il dovere di non sottrarmi al compito di attuare la legge fondamentale, perché essa non resti soltanto un programma, un ideale, una speranza, un impegno di lavoro da compiere, in difesa dei principi eterni della giustizia contro la prevaricazione delle esigenze utilitaristiche e contingenti.
A questa Weltanschauung giusfilosofica, che è anche scelta di vita, sarà dunque improntato l’esercizio delle mie nuove funzioni.
È mia ferma intenzione, che la Procura Generale s’ispiri ai principi fondamentali del corretto e uniforme esercizio dell’azione penale e del rispetto delle norme sul giusto processo.
Questi principi sono innanzitutto correlati alla fase delle indagini preliminari, che solo in maniera sporadica, almeno per ora, interessa la Procura Generale. Essi si riflettono, però, sul complesso delle misure organizzative, in ogni grado del processo, e dunque anche nella fase dell’appello e poi del ricorso per cassazione. Ciò implica che debba strutturarsi un progetto organizzativo, in modo tale che le decisioni sull’azione e poi nel processo siano ispirate a garantire la correttezza (dunque l’imparzialità, l’adeguatezza, la professionalità, l’efficacia) dell’agire della Procura Generale, secondo criteri uniformi, seguiti in maniera trasparente e riconoscibile dall’intero Ufficio.
Tra i principi del giusto processo, poi, non vi è solo il rispetto delle norme procedurali, del ruolo delle parti, della terzietà del giudice come distinta dall’imparzialità, della dignità dell’imputato, della tutela delle vittime. Tutto ciò sarebbe vano se al primo posto non si ponesse la ragionevole durata del processo, senza la quale gli altri valori sarebbero tutti mortificati. Operare per la ragionevole durata del processo, in ogni sua fase, sarà, dunque, obiettivo principale del Progetto Organizzativo.
Si vedrà naturalmente come questo obiettivo possa oggi essere perseguito, senza inutili e controproducenti forzature, nella situazione in cui versa la giustizia nel distretto, a partire dalle indagini preliminari e dei poteri di controllo e sostituitivi attribuiti al Procuratore Generale.
Guardando, peraltro, com’è doveroso, in casa propria, è mia ferma intenzione rendere effettiva ed efficace, dunque non meramente formale, la presenza del procuratore generale nella fase delle impugnazioni che gli è devoluta. Il che implica la necessaria interlocuzione con la Corte d’Appello.
Ulteriore pilastro su cui dovrà poggiare l’organizzazione della Procura Generale, accanto all’attuazione dei principi del giusto processo, del corretto e uniforme esercizio dell’azione penale e dell’ottimizzazione delle risorse, è quello dell’individuazione e diffusione delle buone prassi.
Soccorre, a tale ultimo proposito, la disposizioni di cui all’articolo 6 del decreto legislativo n. 106 del 2006, in materia di riorganizzazione dell’ufficio del pubblico ministero, che suggerisce una cooperazione istituzionale, là dove impone il raccordo tra il procuratore generale presso la corte d’appello e il procuratore generale presso la corte di Cassazione, cui compete di individuare, promuovere e custodire le buone pratiche e fare in modo che siano uniformemente adottate nel Paese.
Per ottenere questa sinergia, che ritengo fondamentale, sono indispensabili l’assoluta trasparenza e la massima collaborazione, non soltanto tra tutte le procure generali, ma anche, all’interno di ogni distretto, fra le procure della Repubblica e il procuratore generale.
È affatto ovvio che per la realizzazione di questi obiettivi dovrà essere messo a punto un Progetto Organizzativo, non calato dall’alto, ma prodotto di una costruttiva interlocuzione fra tutti i Soggetti che a esso saranno chiamati ad adeguarsi o che ne subiranno, comunque, gli effetti, i cui apporti saranno preziosi. Quel che voglio evitare, infatti, è l’eccesso di burocratizzazione, che finirebbe per imprigionarci tutti in una rete di regole minuziose, con la conseguente frustrazione delle esigenze di un sistema in continua trasformazione, che rende rapidamente obsolete le competenze e le specializzazioni della burocrazia, e si mostra sempre più insofferente ai vincoli posti dalle sue regole e dalle sue procedure.
Quel che voglio evitare, insomma, è che il burocrate finisca per sopprimere il magistrato che è in me.
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