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Quando il teatro fa tremare gli occhi:
Felicetti e le storie dei tanti Appennini (FOTO)

FIASTRA - Con “La terra tremano. Storie dall'epicentro” l'attore e regista, insieme a Valentina Bonafoni, è riuscito a colpire le oltre 60 persone che hanno riempito ogni sedia all'interno dell'Auditorium San Paolo
lunedì 29 Gennaio 2018 - Ore 21:08
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di Andrea Braconi

Sabato pomeriggio a tremare sono stati gli occhi. Gli occhi di Giorgio Felicetti e Valentina Bonafoni. Gli occhi delle oltre 60 persone che hanno riempito ogni sedia all’interno dell’Auditorium San Paolo di Fiastra, tra i resti del Castello Magalotti.

Hanno tremato dall’inizio alla fine dello spettacolo ideato dall’attore e regista, con la giovane Bonafoni a spalleggiare le tante incursioni nella vita di chi, sui Sibillini, ha provato a resistere o di quelli che, da queste terre, sono stati cacciati a causa delle ferite provocate dalla terra tremante. Ferite inizialmente materiali, con i paesi che “venivano giù”, uno ad uno. Poi ferite di una comunità sradicata, ferite profonde, difficili da rimarginare. Anche oggi che, con drammatico ritardo, si stagliano lungo i fianchi della montagna le cosiddette Sae, quelle soluzione abitative emergenziali che dovrebbero riportare ad una normalità perduta. Ma dentro “La terra tremano. Storie dall’epicentro” queste abitazioni di pochi metri quadri sono soprattutto un acronimo, uno dei tanti che Felicetti ha posizionato all’interno di questa sua ricerca. Quasi a scandire l’impotenza di fronte ad un muro che sembra erigersi ad ogni tragedia.

“La terra tremano” è fatto di storie d’Appennino, in un viaggio che va dal 1997 al giorno stesso dell’anteprima in questo borgo del Maceratese, affacciato su un lago che regala sempre un azzurro stridente. Ma anche di storie delle pareti che sembrano venire giù in una Ancona di inizio 1972. Storie di Gemona e Artegna, nel Friuli del maggio 1976. Di Teora, Castelnuovo di Conza e Conza della Campania in quell’Irpinia dell’autunno 1980. Dei bambini di San Giuliano di Puglia che non risponderanno più all’appello, come chi aveva scelto la Casa dello Studente per vivere L’Aquila e il suo incanto. Ma non c’è alcun intento didascalico in Felicetti, quanto piuttosto la volontà di tessere un lunghissimo filo rosso e di indicare che, nonostante le urla ancorate nel tempo, la gente di terremoto continua a morire o veder rovesciata la propria esistenza. Ed ecco che, tra fugaci novelle di pastori sotto le stelle che vedono implodere Amatrice, insieme alle tante, troppe voci strappate da Visso o Arquata, Felicetti lascia una missiva scritta proprio con le lacrime di chi resta ancora aggrappato a questa terra. Qui si può vivere, qui si deve vivere, fa capire da quel minuscolo palcoscenico. Ma è necessario scegliere, subito, come farlo. E dentro quali pareti farlo. Per non ripetere gli stessi errori.

 


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