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Ore 15:17 – Attacco Al Treno: a volte una piccola falsità hollywoodiana può aiutare

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di Giuseppe Di Stefano

Lento e leggero, a tratti noioso, “Ore 15:17 – Attacco al Treno” è tematicamente allineato con i film più recenti di Clint Eastwood, American Sniper e Sully, ma il regista premio Oscar aggiunge qui una nuova sfumatura: nel raccontare la storia di tre eroi americani che hanno aiutato a sventare un attacco terroristico su un treno Thalys nel 2015, utilizza dei non-attori per interpretare loro stessi. Sfortunatamente, questo intrigante trucco finisce per ritorcerglisi contro, non solo perché i partecipanti non sono particolarmente dinamici, ma anche perché l’approccio narrativo potenzialmente innovativo, dimostra di essere snervante anziché avvincente.

Ore 15:17 ci presenta subito Spencer Stone, Alek Skarlatos e Anthony Sadler, tre amici da una vita che si sono incontrati in Europa nell’estate 2015 per una vacanza transcontinentale. Presto impareremo come sono diventati amici e tracceremo gli sviluppi che li hanno portati a quel viaggio in treno, dove si troveranno di fronte ad un terrorista marocchino pesantemente armato.

Dei poco più di 90 minuti di durata, “Ore 15:17” dedica forse 10 minuti all’attacco reale, che Eastwood filma con un’intensità grintosa e cruda. Per la maggior parte del tempo, questo film racconta del legame tra Spencer, Alek e Anthony, che sono raffigurati come normali americani spinti in una situazione incredibile. La narrazione si concentra maggiormente su Spencer, che è stato allevato da una madre single timorata di Dio (Judy Greer) ed è attratto dalla guerra sin dalla tenera età. Volendo servire le forze armate per salvare delle vite, si scontra con dei disturbi di percezione della profondità, tra gli altri problemi, che lo pongono nella necessità di ricercare qualche altro scopo per dare significato alla sua esistenza.

È segno dell’incredibile talento di Eastwood il fatto che sia riuscito a realizzare un film in studio senza stelle, e c’è un innegabile fascino superficiale nel guardare questi non-attori rievocare le loro vite in attesa dell’attacco del treno. Ma se da un lato i tre uomini conferiscono un’evidente autenticità agli atti, dall’altro non hanno una presenza sullo schermo. La loro rigidità è ancor più evidenziata dalla preferenza di Eastwood per una naturalezza spoglia, che non permette a questi dilettanti di nascondersi. Sembra che il regista abbia incoraggiato i suoi non-attori ad improvvisare alcuni dei loro dialoghi, presumibilmente nella speranza di enfatizzare il realismo della storia, ma nonostante sappiamo quale appuntamento li attende, il film non riesce comunque a coinvolgerci.

Non convenzionale è anche la decisione di Eastwood di non basare l’intero film sull’attacco del treno. “Ore 15:17” ha una qualità quasi sperimentale: piuttosto che essere affascinati dalla tensione, siamo destinati a conoscere questi amici come giovani che lottano per ritrovare se stessi, con l’attacco che arriva nelle battute finali quasi come un incidente casuale. Prima di quell’attacco, non c’è nulla di particolarmente importante in questi personaggi, e proprio questo è il punto di Eastwood: le situazioni di vita o di morte possono accadere a chiunque. Ma nel complesso, l’aderenza schiava alla realtà di “Ore 15:17” finisce per sostenere che, a volte, una piccola falsità di Hollywood può fare molto.


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