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Tunia Gentili:“Realizzare qualcosa per gli altri, un atto civico molto importante”

Per la rubrica "Donna" l'intervista a Tunia Gentili: infanzia e adolescenza ad Amandola poi cittadina sangiorgese. Fondatrice del primo club Soroptimist del Fermano, associazione mondiale di donne che promuove diritti umani, sostiene l’avanzamento della condizione femminile e crea opportunità.
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di Claudia Mazzaferro

Mi capita spesso di incontrare le protagoniste di questa rubrica senza averle mai conosciute prima. Con Tunia è andata esattamente così. A lei mi ha portato la curiosità di conoscere il mondo Soroptimist International più da vicino. Un’associazione mondiale di donne che promuove diritti umani, sostiene l’avanzamento della condizione femminile e crea opportunità. Tunia è la fondatrice e prima presidente del Club di Fermo. Oggi presidente nazionale Comitato Consulte e Pari Opportunità Soroptimist.

Si sa, la curiosità è femmina. Così, il primissimo impatto è il suo nome. Le chiedo da dove venga e qui scopro un nervo che non sospettavo. Vorresti riavvolgere il nastro alla velocità della luce, fare un incantesimo per far perdere la memoria alla tua interlocutrice, ma no. Fai i conti con quell’intimità fortissima e spiazzante che solo due sconosciute al tavolino di un bar possono condividere. Arrivi allo strato più primitivo e profondo di una persona senza neppure volerlo. E da lì si parte insieme, si sale, si scende, si ride, si sta in silenzio, si riflette.

“Sono felice che tu me lo abbia chiesto. So che mia mamma lo ha voluto fortemente, l’ha sentito, le suonava così. Mamma non c’è più da qualche mese ed è il mio snodo cruciale. Non avendo una mia famiglia, dei figli, vivevo per lei. Quando è venuta a mancare ho pensato ‘adesso di cosa mi occupo?’. Nella sua semplicità era fierissima, esageratamente orgogliosa di me. Penso che se fosse qui, le avrei raccontato che ci saremmo viste, sarebbe stata felice. Allo stesso modo in cui si è emozionata quando, prima della fondazione del Club, mi arrivavano messaggi di congratulazioni dal resto del mondo”.

 

Perché hai voluto fondare un’associazione di donne che si rivolge alle donne?

“Ho vissuto un periodo della mia vita a Macerata, ero sposata allora. Sentivo e leggevo notizie del Club di Macerata e mi incuriosivano tanto.

Mi piacevano la mission, l’etica statutaria, le attività, i target a cui si rivolgevano, mi piaceva il fatto che ci fossero dei bellissimi progetti da realizzare, l’attenzione alle donne, ai minori, il focus sul lavoro. Dai 18 ai 30 anni ho fatto parte del Rotaract (un’associazione promossa da Rotary International e dedicata a uomini e donne di età compresa tra i 18 e i 30 anni ndr), quindi ho sempre avuto una certa propensione (vocazione?) per il club di servizio.

So benissimo che all’esterno la percezione è quella di ambienti elitari, ma non è così”.

 

 

Non basta fare volontariato se si ha la predisposizione al servizio?

Sono volontaria ma il club di servizio ha una struttura, delle linee guida, la possibilità di diversificare. Non è così scontato, soprattutto tra le giovani generazioni, mettersi a disposizione del proprio territorio. Poi mi piaceva la centralità della donna, sul sostegno, sull’attenzione a quello che la donna negli anni sta attraversando”.

 

Spiegati meglio.

“Dunque, Sorores Optimae, partendo dal nome, significa sorelle nel bene ed è l’unico club, almeno nel nostro territorio, costituito da sole donne. E, come si legge nello statuto, per fondare un nuovo club devono esserci 25 donne tutte di professioni diverse. Non è affatto facile…”

 

E di elevata qualificazione professionale. Non è elitario?

“Al di là di ciò che recita lo statuto, siamo donne che lavorano e che tutti i giorni si alzano e si danno da fare, si rimboccano le maniche e fanno i conti con le condizioni attuali, dalla società al mercato del lavoro. Se fino a qualche anno fa era una questione di prestigio, oggi c’è molto da fare, le sollecitazioni sono tantissime. Siamo donne che lavorano ma sappiamo cosa accade intorno a noi? Non è sempre una questione di attività pratiche; anche sensibilizzare, informare, sono aspetti fondamentali. E’ importante che la collettività sia informata, che si parli dei temi più urgenti legati alla condizione femminile. Siamo donne, quindi parliamone. In questo non c’è qualcosa di elitario. A me piace tantissimo il welfare aziendale, gli integrativi territoriali, tutto ciò che nell’impresa può essere fatto a sostegno della donna, della famiglia, non solo né necessariamente l’aumento retributivo. Ti metti a disposizione di un territorio e da solo non lo puoi fare, la forza del gruppo sta in questo. Provare a realizzare qualcosa da restituire al territorio lo trovo un atto civico molto importante”.

 

Tu sei avvocato, giusto?

“Mancato, aggiungo. Sì, ho fatto tutto il mio percorso di studi, la pratica, l’esame di stato…ma non mi riportavano i conti. Non mi vedevo come avvocato, in cancelleria, tra le scartoffie, c’era qualcosa che non mi tornava. Non potevo essere un avvocato, non allora. Così feci un tirocinio in Confindustria Ascoli, poi il contratto a progetto, poi il tempo indeterminato. Mi piaceva tantissimo il lavoro in associazione, ero a contatto con gente sempre diversa, la consulenza, ero funzionario area lavoro, poi il trasferimento a Fermo. Poi, ho tradito me stessa”.

 

Cioè?

“Mi sono licenziata, ho lasciato un lavoro che mi piaceva e che avevo costruito con le mie forze, mattone dopo mattone, dal tirocinio all’assunzione, mi sono trovata a gestire da sola 500 aziende, è stata una palestra importantissima per me. Mi sposavo e quindi il trasferimento a Macerata. Avrei fatto altro, ma da lì a un anno il mio matrimonio è finito e, con la coda tra le gambe e disoccupata, sono tornata a casa.

 

Ti sei rimessa in gioco. Alla soglia dei 40, per farlo, ci vogliono coraggio, forza e fiducia.

“C’erano delle selezioni per un’agenzia tecnica di servizi (ANPAL – Agenzia Nazionale Politiche Attive del Lavoro) legata al ministero del lavoro. Ho superato le selezioni e mi sono rimessa in gioco. Ancora oggi collaboro con loro e mi occupo di politiche attive, cioè quegli strumenti, quelle attività e iniziative volte a favorire il reinserimento dei cittadini che sono fuoriusciti dal mercato del lavoro. Ci coordiniamo con i centri per l’impiego, per esempio”.

 

Ti piace? Sei passata dal licenziare i lavoratori a riassumerli.

“Molto. Ho riscoperto anche il piacere del lavoro autonomo. E’ una prospettiva diversa, prima i lavoratori li licenziavo adesso li reinserisco, prima ero dalla parte dell’azienda ora del lavoratore. Aver vissuto entrambe le esperienze ti aiuta ad avere una visione d’insieme più realistica ed obiettiva. Ho finalmente dato il senso al mio percorso di studi, adesso so cosa mi piace e non è poco”.

 

Ma tu, cosa sognavi di fare?

“Volevo studiare lettere moderne, ma era impensabile. Ricordo ancora mio padre all’esame di maturità, alle mie spalle. Quando la commissione mi chiese cosa volessi fare, mi voltai e il suo labiale fu inconfondibile “giurisprudenza”. Così ho fatto. Secondo la sua logica all’epoca “con giurisprudenza poi fa tutto”, le altre erano materie per gente destinata a fallire. Motivo per cui oggi, che non devo più nulla a nessuno, mi sono regalata l’iscrizione al corso di laurea in Filosofia, la mia grande passione”.

 

Chiudi gli occhi. Tunia ha una seconda possibilità.

“Se devo sognare in grande allora ti dico che vorrei essere una scrittrice, vivere all’estero, magari in campagna, scrivere e basta”.

 

E se dovessi partire per un viaggio domani?

“Andrei a Ponza, l’isola di cui mi sono innamorata. Quest’anno ho deciso di partire in compagnia di Sofia, la mia cagnolina. Per me lei è stata fondamentale, un’ancora di salvezza, soprattutto da quando mia madre se ne è andata. Sapere che al mondo c’è un essere vivente che non mangia fino a quando non ti vede rientrare, per me è struggente”.

 

 

 

Puoi lasciare in eredità a qualcuno un valore, un principio, un insegnamento.

“Non ho figli quindi non lo lascerei ad una persona in particolare. Mi piacerebbe riuscire a fare nella vita qualcosa che possa proseguire anche dopo di me e ci sto lavorando. E’ legato a ciò che ha vissuto mia madre. Ho vissuto lo strazio del coma di un familiare e i ricordi sono molto dolorosi. Entravamo in questo padiglione che ironicamente si trovava all’ultimo piano come fosse quello più vicino al cielo. Entravamo come se stessimo entrando in fabbrica, tutti in fila e poi ognuno nella stanza del dolore. Ci vuole umanità, competenza, tutto un lavoro degli operatori che dovrebbe essere rivolto alle famiglie che sono duramente provate. Ci sono famiglie che vivono questo strazio per mesi, molte per anni. Presi contatto con una struttura di Bologna, mi rispose al numero verde una signora, la mamma di quel ragazzo a cui hanno dedicato il centro. Anche solo pensare che c’è un numero verde dedicato e che nella disperazione puoi parlare con qualcuno, vuol dire tanto. Ecco, mi piacerebbe che qualcosa restasse al territorio e che possa davvero aiutare gli altri”.

 

 


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