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Giuseppe Costanza: “Non lasciate
il vostro futuro nelle mani degli altri,
scegliete sempre la giustizia”

PORTO SAN GIORGIO - L'uomo di fiducia di Falcone, sopravvissuto alla strage di Capaci del 23 maggio 1992, ha incontrato questa mattina al teatro di Porto San Giorgio studenti e docenti delle scuole secondarie di I grado dell’Istituto scolastico comprensivo “Nardi”
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di Claudia Mazzaferro

La voce rotta dalla commozione, i ricordi che scavano ancora dentro una ferita mai guarita. Giuseppe Costanza, uomo di fiducia di Falcone sopravvissuto alla strage di Capaci del 23 maggio 1992, ha incontrato questa mattina al teatro di Porto San Giorgio studenti e docenti delle scuole secondarie di I grado dell’Istituto scolastico comprensivo “Nardi”. Una platea attenta e silenziosa, rapita dal racconto di Costanza di quei tragici giorni, tra cui anche una rappresentanza del Sap, il sindacato autonomo di polizia: “Perchè da sempre siamo vicini alle vittime delle mafie e ai loro familiari”.

Il sindaco Nicola Loira e la dirigente scolastica Daniela Medori hanno aperto l’incontro esortando i ragazzi all’ascolto, sottolineando la straordinarietà dell’evento. “Non capita tutti i giorni – ha sottolineato Loira – di incontrare la Storia di persona. Pochi di noi qui presenti ricordano la strage di Capaci, io ero studente, voi avete la possibilità di ascoltare la storia dalle parole di un sopravvissuto. Un evento unico”.
Era stata ordinata una sesta bara, tutti pensavano che non sarebbe sopravvissuto al coma in seguito all’esplosione di Capaci, sul tratto di autostrada che collega Palermo a Punta Raisi, in cui il 23 maggio 1992 persero la vita il giudice antimafia Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Giuseppe Costanza, che per caso in quell’occasione si trovava sul sedile posteriore avendo espresso Falcone il desiderio di guidare lui stesso al fianco della moglie Francesca, è lucido nel ripercorrere quelle terribili ore. L’arrivo in aeroporto, le ultime parole di Falcone, il suo ultimo gesto in auto. Dopo 26 anni, una medaglia d’oro al valore civile e un libro, “Stato di abbandono”, in cui Costanza si racconta a Riccardo Tessarini, tutto è ancora così vivo nella mente e sulla pelle, che le parole si spezzano, escono a fatica, si spengono.


“Non eravate nati – dice rivolgendosi agli studenti – sono stati anni durissimi di lotta alla mafia, alla criminalità organizzata. Molti uomini morirono per la verità, hanno pagato la lotta alla corruzione con la propria vita. Due su tutti, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Io sapevo cosa rischiavo ad accompagnare il giudice, ogni mattina uscivo di casa e non sapevo se vi avrei fatto ritorno la sera. Era questo il mio lavoro, la mia missione. E a quanti hanno detto – se fossi stato tu alla guida Falcone si sarebbe salvato – ho sempre risposto che avrei tanto voluto che le cose andassero così, almeno oggi sapremmo la verità, sapremmo i nomi di quei colletti bianchi, dei mandanti delle stragi”. E se trecento chili di tritolo non sono bastati a metterlo fuori uso, con grande rammarico Giuseppe Costanza racconta come in seguito all’attentato e ai mesi in ospedale la sua sopravvivenza fosse diventata scomoda e, anziché ascoltarlo come testimone e uomo di fiducia, lo abbiano rinchiuso in fondo a un corridoio del palazzo di giustizia di Palermo, dentro un box. “Non sapevano cosa farsene di me, restare in vita è stato peggio. Quasi una disgrazia, una condanna”.
Dopo otto anni trascorsi in prima linea accanto al giudice, gli restavano le fotocopie da fare e una scomoda memoria che molti avrebbero voluto mettere a tacere per sempre. E se dopo 26 anni le stragi di Capaci e via D’Amelio restano in gran parte ancora un mistero pieno di buchi neri e depistaggi, Costanza non si dà per vinto e gira il Paese a raccontare la sua verità, a ricordare gli eroi della sua Palermo, “che è sempre una città meravigliosa”. Prima di lasciarlo andare gli chiedo della mafia di oggi, cosa è cambiato in Sicilia, lui che ha il ricordo delle stragi e delle strategie successive. “Giovanni diceva sempre che sta a noi combattere la mafia, in qualunque forma essa si manifesti. Perché la mafia c’è sempre stata e tenterà in ogni modo di continuare ad esistere. Come la malerba, l’erba cattiva”.


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