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Nelle pieghe del tempo: quando la bravura del regista vale più degli effetti speciali

Per gli appassionati di cinema, la recensione di Giuseppe Di Stefano
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In questi giorni, nei cinema italiani è uscito “Nelle pieghe del tempo”, un film distribuito dalla Walt Disney Studios, sotto la regia di Ava DuVernay che diventa così la prima donna di colore a dirigere una produzione dal budget di oltre 100 milioni di dollari. La pellicola è un adattamento cinematografico dell’amato romanzo fantascientifico di Madeleine L’Engle “A Wrinkle in Time” del 1962 anche se non mancano sostituzioni di personaggi e diverso materiale inutilizzato.

Il film si apre presentandoci Meg (Storm Reid), una ragazza curiosa e sensibile molto legata a suo padre Alex Murry (Chris Pine), un fisico teorico della NASA, e sua madre Kate (Gugu Mbatha-Raw) mentre tollera suo fratello minore, adottato, Charles Wallace (Deric McCabe). Dopo essersi soffermato sull’idea di Alex di viaggiare attraverso lo spazio usando solo il potere di connessione della mente con l’universo, il film balza avanti di quattro anni, quando lui è scomparso – presunto morto – e Meg (ora nella scuola media e tristemente insicura) riceve la visita di potenti figure ultraterrene che la informano che è ancora vivo ma che ha bisogno del suo aiuto per sfuggire a una dimensione parallela prima che le forze dell’oscurità distruggano l’universo. Di lì a poco vedremo queste figure guidare Meg, suo fratello soprannaturalmente intelligente Charles Wallace e il suo amichevole compagno di classe Calvin (Levi Miller), attraverso galassie e mondi alla ricerca di Alex.

 

Nelle pieghe del tempo” è fondamentalmente una storia in cui la giovinezza supera l’insicurezza che deriva dall’inesperienza, e i suoi momenti più forti sono ottimamente interpretati nella complessa performance della Reid nei panni di Meg, che rimane ben focalizzata anche dove la trama del film talvolta incespica e sobbalza. DuVernay coglie l’insopprimibile curiosità e la speranza sepolte sotto i molti strati dell’ansia di Meg fin dal momento in cui le guide ultraterrene arrivano nel cortile della ragazza e i primi piani indugiano sul conflitto tra il dubbio e la convinzione che emerge dal suo volto. Il film potrebbe coinvolgere lo spettatore già soltanto attraverso l’idea di movimento istantaneo tra le distanze insondabili e la distruzione dei limiti dello spazio e del tempo, ma la vera multidimensionalità ci è offerta da Meg che compie un viaggio emotivo più affascinante di qualsiasi effetto speciale del film.

 

Il regista ha dichiarato che voleva fare un film per i giovani e “Nelle pieghe del tempo” appare molto adatto a bambini e adolescenti, raccontando la battaglia tra il bene e il male in termini chiari. La DuVernay rimane, tuttavia, un regista di volti dotato ed intuitivo, che approfondisce i suoi personaggi analizzando le sottigliezze delle loro espressioni, caratteristica che talvolta la costringe ad offrire maggior risalto a performance non eccellenti. In alcune situazioni, i personaggi esprimono i loro sentimenti con una tale apertura da risultare inaspettatamente toccanti, sottolineando ancor di più il messaggio del film: che non possiamo cedere all’odio e che è importante dire ai nostri cari quanto significhino per noi.

di Giuseppe Di Stefano


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