
di Andrea Braconi
“Carlo Urbani era un medico semplice, disposto ad essere vicino a persone in difficoltà che non potevano debellare malattie che li stavano sterminando”. Leonardo, studente della “Fracassetti-Capodarco” di Fermo, ha descritto così il medico marchigiano scomparso il 29 marzo 2003 a causa della Sars, malattia che lui stesso aveva individuato per la prima volta.
In un Teatro dell’Aquila pieno di giovani provenienti dalle scuole secondarie di primo grado, si è celebrata la cerimonia di premiazione del concorso giornalistico, partito dall’Istituto Carlo Urbani di Porto Sant’Elpidio e divenuto provinciale. Parola chiave di questa terza edizione l’amicizia. “Noi ce l’abbiamo messa tutta, abbiamo ragionato sul fatto che se una persona come lui ce l’ha fatta, potevamo farcela anche noi” ha aggiunto Leonardo.
Il primo posto è andato a Raj Gusteri della 3B della scuola “Galileo Galilei” di Porto Sant’Elpidio, che ha preceduto la compagna di classe Valeria Donati. Sul podio la 2B e la 2E della “Fracassetti-Capodarco”.
Ad aprire la mattinata l’orchestra provinciale delle scuole, diretta da Paolo Strappa, che ha eseguito l’inno italiano.
“Oggi noi ricordiamo un nome e un cognome, ricordiamo una persona, ricordiamo dei sentimenti e dei valori – ha rimarcato Francesco Trasatti, assessore alla Cultura del Comune di Fermo -. Abbiniamo l’esempio di un nostro conterraneo ad un modello: progettare la nostra vita sui valori di amicizia, generosità e amore per il prossimo. Ogni tanto è bene fermarsi a riflettere per fissare quei valori, per recuperare quel patrimonio che deve rimanere vivo in un tempo in cui questi valori tendono a svanire”.
Importante il ruolo della Provincia nella crescita dell’iniziativa. “Carlo Urbani è una figura straordinaria – ha ricordato la presidente Moira Canigola – che porta con sé un mondo di valori incredibile, dei quali dobbiamo farci carico tutti. C’è una sua frase che mi ha colpito: non dobbiamo essere egoisti, dobbiamo pensare agli altri. Una frase con un contenuto rivoluzionario. Se ognuno di noi pensasse un po’ di più agli altri credo che la nostra società sarebbe sicuramente migliore”.
“Sentitelo come un grande amico – ha spiegato il giornalista Rai Vincenzo Varagona -. Quello che colpisce di lui è che a distanza di 15 anni dalla sua scomparsa fisica, quando si va nelle scuole e parli di quello che la vita ha significato per lui, vedi che ai ragazzi si illuminano gli occhi. I bambini in Africa e in quei territori per piccole malattie muoiono. Perché? Le multinazionali del farmaco non investono sui medicinali che costano poco e questa crea danni enormi”.
“Non si può definire l’amicizia, la si vive ed è una delle poche esperienze che accomunano tutti” ha affermato l’arcivescovo monsignor Rocco Pennacchio che, ricordando il vecchio sceneggiato “I ragazzi di padre Tobia”, ha intonato quella che era la sigla: chi trova un amico trova un tesoro, una citazione di un brano della Bibbia. “Il più grande tesoro è di sentirti accolto” ha aggiunto, prima di ricordare il rapporto tra San Basilio e San Gregorio, “un’amicizia che non era un darsi ragione continuamente, ma un’amicizia che a volte aveva il coraggio di dire no”. Ultima citazione: “È meglio amare con serenità che ingannare con dolcezza”, per un invito ad essere sempre migliori per crescere. “Gesù parla di amicizia in diverse occasioni – ha concluso monsignor Pennacchio -. Nel suo ultimo discorso parla dell’amicizia e dice: io vi ho chiamato amici perché l’amico non è come il servo, il servo non sa cosa fa, cosa pensa e cosa dice il suo padrone. L’amico sì. Non c’è amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. I grandi della storia, come Carlo Urbani, ci dimostrano che l’amicizia vera non si chiude ma è tale perché si allarga. Gesù dice amatevi come io vi ho amati, fate sì che questa amicizia diventi anche l’amicizia tra di voi che vi faccia crescere. Vi auguro di essere buoni amici e di averne altrettanto buoni”.
Intervallati dall’orchestra (che ha eseguito anche l’inno europeo, “What a wonderful world” ed una composizione originale di Andrea Strappa, nata proprio dalla storia di Urbani), hanno preso parte alla cerimonia anche Mauro Ragaini, amico e già presidente dell’Associazione Italiana Carlo Urbani, il dirigente scolastico Roberto Vespasiani e Giuliana Urbani, moglie del medico.
“Vorrei dirvi che Carlo avrebbe apprezzato anche questo incontro da un punto di vista musicale – ha affermato Ragaini -. La musica è stata, infatti, una delle sue grandi passioni. Carlo era un bravo musicista, abbiamo cantato, suonato e fatto i matti più di quello che voi potete immaginare. Per me l’amicizia con Carlo riguardandola oggi è stato un sogno condiviso per tanti anni, una speranza condivisa ed un modo per condividere le prospettive della vita futura dove il linguaggio degli sceriffi, dove la paura della diversità, tutti questi luoghi comuni e questi pregiudizi erano lontani anni luce dai sogni, dalle speranze e dalla visione della vita che Carlo aveva e che ha dato un’impronta a tutta la sua attività. Non fidatevi di chi gioca sulle paure, di chi vuole tirare su muri, abbiate paura da quelli che vogliono mettere ordine frettolosamente ad un mondo che è straordinariamente complesso. Solo l’altruismo, solo i ponti verso gli altri sono in grado di mettere un po’ più di ordine in questo caos che ci viene rappresentato come tale. Carlo è stato un uomo straordinariamente normale e ci ricorda che diritti e doveri si sposano indissolubilmente nella vita quotidiana. Una vita fatta di diritti senza doveri è l’anticamera dell’anarchia, che non può garantire benessere e sviluppo”.
Il preside dell’Istituto “Carlo Urbani” ha ricordato la genesi del premio. “Si sta allargando perché da una fase di istituto è diventato provinciale e perché si parte da un assunto: non è importante quanta strada si è fatta ma quante impronte si sono lasciate. Più noi faremo conoscere quello che ha fatto Carlo Urbani, più sarà bello perché c’è stato qualcuno che ha costruito un mondo così”.




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