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Protezione Civile, la delega
può tornare alla Provincia

Lusek: “Grande opportunità”

FERMO - Intervista al responsabile dell'ufficio competente del Comune che mette in parallelo i terremoti del 2009 e quelli del periodo 2016-2017
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di Andrea Braconi

C’è un filo rosso che unisce i terremoti del 2009 a L’Aquila e del periodo 2016-2017 nelle Marche. Ma ci sono anche differenze profonde nella gestione successiva alle scosse, differenze che abbiamo provato ad analizzare con Francesco Lusek, da 24 anni in Protezione Civile e attuale responsabile dell’ufficio competente nel Comune di Fermo.

Anche per lui sono tanti i punti di contatto tra le varie sequenze sismiche, a partire dalla fascia oraria. “A L’Aquila sono arrivato dopo poche ore, operando ad Onna e alla Casa dello Studente. Situazione simile a Pescara del Tronto, con l’alba che illuminava le macerie”.

Nella primissima emergenza differenze sostanziali non ce ne sono state.

“Sia a L’Aquila che a Pescara del Tronto tutte le strutture si sono mobilitate in modo massiccio. Si è dato il massimo con un coordinamento che ovviamente può sempre migliorare, ma ci siamo trovati ancora una volta sul posto con strutture e corpi eterogenei, con linguaggi e formazioni diverse ma tutti pienamente operativi e ben disposti all’integrazione. Questo perché nella prima emergenza l’Italia ha delle potenzialità enormi riconosciute a livello internazionale.”

Dove si sono invece riscontrate difficoltà?

“In entrambi i casi, ma soprattutto nel 2016, nei soccorsi improvvisati, come con i volontari spontanei. La gente che viene a scavare deve essere addestrata ed avere le attrezzature giuste. Il bello del nostro Paese è che c’è una capacità di mobilitazione forte, ma questo stimolo va ad attenuarsi nelle fasi successive quando invece qualsiasi cittadino può rendersi utile, in termini di donazioni e di presenze. C’è purtroppo la tendenza a correre nelle prime ore e a dimenticare troppo in fretta.”

Che chiave di lettura è possibile dare a questo approccio?

“I social nel 2009 c’erano ma non avevano questa capacità di penetrazione massiccia che hanno oggi. Negli ultimi 10 anni il bombardamento mediatico si è amplificato.”

E come Protezione Civile come cercate di arginare, se non addirittura gestire la situazione?

“Quello che cerchiamo di fare noi è anche un’educazione alla solidarietà. Il cittadino che vuole mettersi a disposizione o lo fa in modo strutturato, iscrivendosi e formandosi, oppure deve rimanere alle richieste degli organi di Protezione Civile. Perché se servono coperte non si possono portare mutande: spesso ci siamo trovati molte donazioni che non rispondevano alle reali necessità degli sfollati. Questa mobilitazione se governata è utile, se invece è incontrollata diventa un problema.”

Stesso modus operandi nei soccorsi.

“Certamente. Prima devono intervenire i professionisti, poi i volontari addestrati a supporto. Il volontario spontaneo che si presenta lì in maglietta e vuole scavare tra le macerie è un altro problema.”

Torniamo alle differenze tra i due terremoti: cosa è accaduto nelle fasi successive?

“La differenza più grande è sicuramente una burocraticizzazione eccessiva rispetto a L’Aquila, anche nella catena di comando, sicuramente oggi più complessa: un aspetto che ritroviamo anche nella fase di ritorno alla normalità. Si è passato troppo rapidamente da una flessibilità notevole ad un elenco interminabile di norme e competenze, da un eccesso all’altro.”

Anche la questione degli alloggi ha visto due scelte diverse.

“Ci sono state dinamiche sulle quali non so dare una risposta. Nel sisma umbro-marchigiano del 1997 sono state fatte delle scelte, a L’Aquila altre, dopo il 2016 altre ancora. Ma al di là del trovare capri espiatori – che poi questo approccio paralizza sempre tutto – dovremmo invece fermarci a riflettere su quello che non è andato, quello che possiamo migliorare, magari anche attingendo ad esperienze del passato. Questo a partire dal livello centrale, con l’assetto normativo che va semplificato, fino a quello locale, anche alla luce del nuovo Codice di Protezione Civile.”

Quali novità significativa contiene il Codice?

“Raccoglie le competenze dei vari enti, le responsabilità, gli stati di emergenza, le procedure degli stessi stati di emergenza. E ci sono novità che ci riguardano direttamente le Regioni, che possono riassegnare alcune deleghe alle Province. E quella secondo me è una grande opportunità, anche per decongestionare la stessa Regione in caso di gravi calamità. Il livello intermedio è un’opportunità da cogliere e in questo modo le Province possono tornare ad essere parte attiva nel sistema. In questa fase ho apprezzato la sensibilità dei Prefetti Di Lullo e D’Alessandro, ma anche del Dirigente regionale Piccinini, che hanno ‘serrato le fila’ e si sono impegnati molto per rafforzare l’organizzazione a livello provinciale.” ”

Altri aspetti di rilievo?

“La diffusione della cultura di Protezione Civile è menzionata nella stessa legge, cosa che noi facciamo da parecchi anni. Poi c’è la professionalizzazione delle figure che si occupano di questo settore. Anche in questo Fermo è stata precursore, non solo per l’inserimento del “disaster manager” ma anche perché lavora molto sulla formazione degli operatori. Un potenziale che ci viene riconosciuto e richiesto anche da molti Comuni marchigiani e da realtà di altre regioni o estere.”

Va detto che nel mese di febbraio hai anche discusso la tua tesi di laurea dal titolo “L’impiego della Protezione Civile del Comune di Fermo a seguito del sisma del Centro Italia: dalla preparazione all’emergenza”.

“E’ stata un’occasione per non disperdere il patrimonio esperienziale accumulato in 8 anni. Nell’elaborato ho provveduto a descrivere le scelte che hanno portato allo sviluppo della Protezione Civile fermana dall’anno 2010 ad oggi, i soggetti coinvolti, gli obiettivi raggiunti nel corso del tempo e le modalità di gestione delle operazioni di soccorso. E’ stata sviluppata anche un’analisi delle criticità affrontate e una serie di proposte, basate sull’esperienza diretta, per il miglioramento della capacità di risposta alle emergenze in ambito locale. Il lavoro sarà pubblicato e presentato nei prossimi mesi.”

Un nodo cruciale rimane quello dei piani di emergenza.

“Ogni Comune è tenuto ad avere un piano di emergenza, cosa che c’era già prima ma che viene rafforzata dalla norma.”

Rafforzata in quali punti?

“Viene chiarito meglio come operare e con quali modalità di aggiornamento. E non dobbiamo solo farli, ma anche aggiornarli periodicamente, rendendoli funzionali. E’ ovvio che per elaborare un buon piano serve un approccio multidisciplinare, tutti gli uffici e le professionalità a disposizione di un ente devono contribuire e farsi carico di alcune responsabilità. Il concetto di sistema è sempre attuale.”

E in tutto questo come entra il cittadino?

“A volte lo vediamo come una figura passiva: il cittadino chiede aiuto e deve ricevere aiuto. Ma lo stesso cittadino anche nel nuovo codice ha un ruolo e delle responsabilità. Deve sapersi comportare nei casi di emergenza ma soprattutto deve saper segnalare la situazione per quella che è, né amplificandola troppo né minimizzarla. Serve a noi per stabilire le priorità. Poi viene anche riconosciuto il volontariato di prossimità.”

Di cosa si tratta?

“È una forma di collaborazione non strutturata all’interno delle organizzazioni di volontariato accreditate ma che stimola ed autorizza il cittadino a dare una mano, ad esempio al vicino di casa o al familiare. Sembra una cosa scontata, ma se ognuno di noi inizia ad occuparsi del pianerottolo innevato della persona anziana vicino alla nostra casa o situazioni simili, è chiaro che il sistema viene decongestionato e può concentrarsi sulle situazioni più grandi. In altri Stati europei ed extra europei questo è addirittura un obbligo di legge. Da noi non lo è ma è già importante che si cominci a parlarne.”

Ritorniamo al parallelismo con il 2009.

“A L’Aquila la situazione è stata più flessibile, c’era una figura di riferimento principale – che questo possa piacere o meno non interessa – e a cascata tutti gli attori del sistema eseguivano. Nella situazione recente le procedure non sempre sono state chiare e le competenze si sono sovrapposte, molti tra i soggetti coinvolti hanno avuto delle difficoltà nel capire come procedere.”

E cosa serve?

“Serve tornare alla flessibilità: un’emergenza in Italia non può essere gestita con la normativa ordinaria. Poi servono risorse, con il fondo di Protezione Civile che va ripristinato per sostenere i Comuni, che però non sono soggetti passivi che devono solo ricevere ma devono essere capaci di organizzarsi, ad esempio nell’individuazione dei piani di emergenza che, se ben strutturati, permettono di ottimizzare tempi e risorse.”

Quindi cosa è possibile fare?

“Intanto basta piangere e incolparsi uno con l’altro, alle polemiche bisogna mettere un punto e chiederci cosa possiamo fare ognuno nei rispettivi livelli di competenza. Altrimenti, quando ricominciamo a costruire? A livello centrale cosa si può fare? A livello regionale cosa si può fare? A livello locale cosa si può fare?”

Andiamo per step: il livello centrale.

“Semplificazione delle norme e della catena di comando. Ripristino dei fondi per il potenziamento del sistema di protezione civile.”

Livello regionale.

“Ripeto: la norma ci da un’opportunità con le Province che, se colta, permetterebbe di aiutare l’intero sistema.

E sul locale?

“Lavorare sui piani di emergenza, sul coinvolgimento attivo di tutte le risorse a disposizione degli enti e sui gruppi di volontariato, rendendoli operativi, anche attraverso forme di collaborazione nei Comuni più piccoli. Una presenza, questa, che permette di velocizzare le operazioni di soccorso perché conoscono il territorio e le comunità colpite. I gruppi locali servono come prima risposta all’evento calamitoso, quella è loro missione essenziale e devono essere preparati a svolgerla. In questo fine settimana, ad esempio, con il gruppo di Fermo abbiamo effettuato un’esercitazione, durante la quale abbiamo formato i nuovi soccorritori che si stanno specializzando nella ricerca sotto macerie. Quest’ultimo è un punto per noi di grandissima importanza, un aspetto che ci caratterizza in Italia e per il quale veniamo chiamati ad intervenire nelle situazioni di estrema emergenza in supporto ai professionisti.”

A questo nostro lungo ed articolato confronto manca però una parte: il Francesco Lusek cittadino, l’uomo che, comunque, vive l’emergenza.

“La mia prima esperienza diretta è stata nel contesto di un terremoto, quello del 1997. Il sisma ha scandito le tappe del mio percorso. A L’Aquila mi sono sentito sicuramente coinvolto, ci ho passato molto tempo, è un’esperienza che mi ha arricchito e che porto nel cuore. Tuttavia non è come affrontare un evento del genere in casa propria. Ho vissuto questo lungo periodo toccando con mano, ogni giorno, le conseguenze dell’emergenza, senza poter ‘staccare’. In molti casi il viso degli sfollati è lo stesso delle persone alle quali sono legato affettivamente, alcune vittime sono famigliari di amici stretti. Le lesioni hanno sfregiato e reso inagibili i luoghi più cari della mia esistenza. Dalla mia finestra vedo i Sibillini. Un tempo era un’immagine rigenerante, oggi quell’immagine rappresenta l’epicentro. Mi è capitato di piangere in diverse occasioni, non lo facevo da una vita.

E cosa ha generato tutto questo?

“Una profonda riflessione sulle criticità della mia professione e sulle mie scelte, ma anche sulle prospettive future. Oggi non sono più lo stesso di due anni fa, alcuni aspetti del mio modo di vivere e lavorare sono cambiati. Non tutti sono riusciti a comprendere i disagi scaturiti dal doppio ruolo ‘soccorritore-persona coinvolta’ e questo un po’ mi ha ferito.”

Quindi sei alla ricerca di quello che potremmo definire “il giusto equilibrio”?

“Sì, mi sto impegnando per costruire qualcosa sopra le macerie di questa esperienza. Lo sto facendo grazie a chi crede in me, alla passione per il mondo dell’emergenza e all’amore per il territorio, ma con un atteggiamento più consapevole, se vogliamo anche disilluso. Probabilmente sto semplicemente crescendo.”

 

LE FOTO DELL’ESERCITAZIONE ALL’AUTOPARCO DI FERMO

 


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