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“Non esiste il prima gli italiani ma il bisogno della persona”: monsignor Pennacchio vicino a Sprar e migranti

FERMO - Cerimonia d'inaugurazione delle esposizioni curate dallo Sprar e allestite all'interno della Chiesa di Sant'Antonio, visitabili fino al 17 giugno
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di Andrea Braconi

Con una preghiera all’interno della Chiesa di Sant’Antonio da Padova si è aperta la cerimonia d’inaugurazione delle mostre “Aritmie” e “No Borders”, realizzate dallo Sprar ed incentrate sulle esperienze dei migranti e richiedenti asilo presenti nel territorio. Mostre che saranno visitabili fino al 17 giugno, in occasione della festa di Sant’Antonio.

Marco Milozzi, operatore dello Sprar, ha ricordato la prima esposizione delle foto di “Aritmie”, tenutasi nel Palazzo dei Priori del capoluogo, un laboratorio che aveva visto protagonisti i richiedenti asilo e alcuni fotografi del Fermano. “Vogliamo riproporla oggi per far tornare l’attenzione sui servizi dello Sprar che mirano a portare i migranti verso un’autonomia di vita”.

A chi aveva sollevato qualche dubbio sull’esposizione delle foto in chiesa piuttosto che nei locali sottostanti, don Francesco Monti ha spiegato come una parrocchia “o accoglie bene un’iniziativa e la condivide nell’aula del popolo di Dio, oppure non ha senso tenerla nascosta”. “È il segno che noi accogliamo in toto questa realtà – ha rimarcato il parroco – e io stamattina ho pregato per loro perché, come ho detto, possiate sempre avere una amore forte, che la vostra fede possa crescere che il vostro esempio penetri nella chiesa e che la chiesa vi accolga come stimolo. Ho detto anche che è giusto e doveroso che parte del pil di uno Stato lo investa in progetti di accoglienza. Mi auguro che il nostro Paese sia sempre accogliente. Mi sono reso conto che questi ragazzi escono da questa iniziativa in maniera ottima”.

“Torniamo qui dopo una prima esperienza fatta nella Sala degli Incontri di Palazzo dei Priori – ha affermato il sindaco Paolo Calcinaro – per una mostra che rappresenta uno dei punti essenziali del rapporto di una città con lo Sprar. L’esperienza con lo Sprar a Fermo è molto positiva perché non ci si ferma ad un’accoglienza statica, ma c’è un elaborare progettualità su progettualità che è molto importante e stimolante. Non ci nascondiamo dietro un dito: il tema è sentito nella nostra società, c’è stata una campagna elettorale quasi interamente basata su questo. Ma una cosa voglio dirla: voglio esprimere l’orgoglio della nostra città. Sono un sindaco fortunato perché lo faccio per una comunità come quella fermana che mai in questi tre anni ha fatto pesare l’accoglienza che fa, anche oltre i numeri previsti dalla legge. Questo per me è assolutamente un vanto e non posso che ringraziare l’impegno quotidiano di realtà come lo Sprar ma anche le nostre parrocchie. E don Checco è un punto di riferimento anche nelle situazioni emergenziali, ha sempre risposto presente”.

Francesco Gramegna, assessore di un Comune come quello di Porto San Giorgio che ospita da 10 anni un progetto Sprar, ha sottolineato come l’Amministrazione sia felice del lavoro che si sta svolgendo e della reciproca collaborazione.

Del progetto Aritmie è tornato a parlare Milozzi, citando le presentazioni (incluse nel volume) dell’attore Moni Ovadia e del coordinatore degli Sprar della provincia di Fermo Alessandro Fulimeni. “I ragazzi sono entrati in questo gruppo per imparare a fare foto ma mano a mano il laboratorio è diventata un’occasione per conoscere il territorio, conoscendo luoghi e persone. Le persone che hanno collaborato sono tutte amiche di Mario Dondero e il suo stile li ha accompagnati in tutto il percorso”.

Dell’altra iniziativa, denominata “No Borders”, Milozzi ha spiegato come sia nata lo scorso mese tra le persone dello Sprar di Fermo, gli insegnanti e gli studenti del Liceo Artistico “Preziotti-Licini” all’interno di un corso di ceramica.

“Nell’ascoltare un bambino che stava piangendo poco fa in questa chiesta – ha rimarcato l’arcivescovo Rocco Pennacchio – ho pensato che i bambini piangono tutti alla stessa maniera, ovunque siano nati e di qualsiasi colore sia la loro pelle. Quindi di cosa stiamo parlando? Non dovremmo avere bisogno tra cristiani di sollecitare il tema dell’accoglienza come categoria teologica. E se abbiamo bisogno di farlo non è perché ci disturbano quelli che non sono della nostra nazionalità, ma perché siamo incapaci di accoglienza. La nostra fede è ricca di episodi di accoglienza. A volte mi irrita il pensiero di chi dice: ma io accolgo gli altri perché lì vedo il volto di Cristo, ma nel pensiero che se non ci fosse il volto di Cristo cosa farebbe? Non è così che funziona: nella nostra fede umanità e divinità sono talmente impastate che è l’umanità il veicolo per raggiungere la fede e riconoscere Cristo. Qui non esistono prima gli italiani, non è l’identità che da la priorità ma la condizione di bisogno. Sono contento di essere il vescovo di questa che è una città accogliente, nonostante i rigurgiti e le semplificazioni da campagna elettorale”.


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