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End Of Justice – Nessuno è innocente:
Denzel Washington in una eccezionale ed inattesa performance

Per gli appassionati di cinema la recensione di Giuseppe Di Stefano
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In “Lo Sciacallo“, due anni fa, lo scrittore e regista Dan Gilroy ha mostrato un lato molto diverso di Jake Gyllenhaal. Gyllenhaal, nel ruolo di un videomaker freelance di basso livello, ha dato vita ad una performance strana e affascinante, quasi un’ombra rispetto alla sua solita presenza. Ora, in “End of Justice – Nessuno è Innocente”, sempre di Gilroy, anche Denzel Washington si trasforma e, dopo quasi 40 anni di carriera nel cinema, regala una performance del tutto inaspettata e totalmente “vera”.

Il film non è all’altezza delle performance che raccoglie, ma forse è inevitabile. Washington interpreta il ruolo principale, un brillante avvocato che ha trascorso tutta la sua carriera dietro le quinte di uno studio legale per i diritti civili, facendo ricerche, scrivendo memorie, rimanendo fuori dai riflettori, sempre attento alle cause dei più deboli. Un uomo tranquillo, socialmente imbarazzante, che vive una vita apparentemente immutata da quando la sua carriera è iniziata negli anni ’70: il suo appartamento, i suoi vestiti, i suoi capelli, le sue cuffie di schiuma, la fila di barattoli di burro di arachidi Jif sullo scaffale. Ma nelle scene iniziali del film, il suo collega subisce un grave attacco di cuore e Roman è costretto a mettersi in gioco in prima persona anche se, nel frattempo, il “mondo reale” è cambiato molto rispetto a quello che lui aveva lasciato decine di anni prima.

Guardando questo film si ha l’impressione che Carmen Ejogo (l’attivista per i diritti civili Selma, nel film), così come Colin Farrell (il ricco e ambizioso avvocato George Pierce che assume Roman nel suo studio legale), siano sottoutilizzati; si passa del tempo quasi a sperare che abbiano di più da fare. I loro personaggi si aggirano sempre alla periferia della storia, senza mai saltarci pienamente dentro. Washington, invece, in ogni scena crea un personaggio indelebile costellato di sfumature: Roman non può guardare i clienti negli occhi, parla in un flusso silenzioso di parole non del tutto pronunciate, appende il telefono e agita le mani come se stesse dirigendo un’orchestra, si gratta sempre la faccia, si aggiusta gli occhiali, si liscia i capelli, tira fuori il fazzoletto; non può, in compagnia degli altri, trovare la calma. Non può, perché non ci è più abituato.

Sappiamo che le cose non andranno bene per Roman – la scena d’apertura del film lo dice chiaramente – quindi è ancora più toccante quando, per un breve periodo a metà film, Washington ci permette di vederlo rilassarsi e sorridere. E il titolo che usa così orgogliosamente – “Esquire” (che è, come viene bruscamente ricordato nel film, “un titolo di dignità, leggermente al di sopra di gentiluomo, al di sotto del cavaliere”) – sembra quasi, improvvisamente, adattarsi a lui.

di Giuseppe Di Stefano


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