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Ippocrate: una comedy-drama francese dal sapore reale e autentico

Per gli appassionati di cinema la recensione di Giuseppe Di Stefano
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Cineasti con esperienze di vita significative al di fuori delle arti creative stanno diventando creature sempre più rare ma il francese Thomas Lilti sfrutta al massimo la sua carriera in medicina nella commedia drammatica “Ippocrate“. Affiancando il suo lavoro di sceneggiatore e regista a quello di medico di base (ormai occasionale), Lilti ha applicato appieno l’espressione “scrivi ciò che conosci” al suo secondo lavoro.

Il film segue le vicende di un giovane medico francese, il 23enne stagista Benjamin (Vincent Lacoste) che lavora in un ospedale parigino a corto di personale. Per questa sua prima esperienza come internista, il ragazzo ha il vantaggio – se così si può dire – che suo padre (Jacques Gamblin) già lavora lì in una posizione importante.

Benjamin, a causa di scarso personale a disposizione, si trova fin da subito a sporcarsi le mani e commette un grave errore quando non riesce a richiedere un elettrocardiogramma per un paziente con dolori addominali che muore durante la notte. Le autorità, grazie all’intervento del padre,  chiudono rapidamente il caso per proteggere Benjamin e coprire il suo sbaglio; il padre appare alquanto soddisfatto di aver potuto offrire un nepotistico favore a suo figlio.

Poiché Benjamin è evidentemente modellato sul regista stesso, attingendo alle sue esperienze di tirocinante e alla sua vita all’ombra di suo padre medico, Lilti può essere perdonato per essere stato duro nella rappresentazione del suo protagonista, allontanandosi da un ritratto eccessivamente simpatico. Ma il pubblico potrebbe avere difficoltà a sviluppare un forte interesse per il giovane petulante che sembra troppo felice di dire le bugie necessarie per evitare di avere responsabilità. Dall’altra parte, però, il regista concede al pubblico un personaggio molto simpatico nelle vesti di Abdel (Reda Kateb), un dottore capace e con anni di esperienza a cui è dato il posto di stagista a causa della sua nazionalità algerina. Abdel emerge rapidamente come la coscienza morale del film, soprattutto quando la sua preoccupazione nei riguardi del comfort di un paziente lo pone in contrasto con le autorità, a suo grande pericolo personale.

Sebbene l’arco narrativo di “Ippocrate” non sia particolarmente degno di nota, il film dà il suo meglio nella rappresentazione della vita all’interno di un ospedale. I dormitori incredibilmente tristi per i dottori di guardia, che lo sfortunato Abdel ha come dimora permanente a Parigi, sono malandati e tappezzati di graffiti, così come lo squallido refettorio dei medici e le sale comuni. In questo scenario Lilti trasmette con forza il suo punto di vista, e cioè che in realtà la professione è piena di individui esausti e con risorse a disposizione limitate per permettergli di ponderare adeguatamente le decisioni, ancor di più se contornati da capi più preoccupati per il profitto che per il benessere del paziente.

di Giuseppe Di Stefano


© RIPRODUZIONE RISERVATA


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