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Il Flauto magico ai tempi di Salvini:
il drago diventa una ruspa nel campo rom

CHOC E ROCK ALLO SFERISTERIO - Il tema dell'immigrazione è centrale nella rappresentazione di Graham Vick. Nell'opera di Mozart entrano molto simboli contemporanei e il desiderio di Papageno è "uno spinello da fumare"
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Il video con le opinioni degli spettatori all'uscita

Una delle scene finali de Il flauto magico

 

di Marco Ribechi

Matteo Salvini debutta all’opera, o meglio lo fa la sua ruspa. La regia del Flauto Magico di Graham Vick  ha sconvolto il pubblico dello Sferisterio per le ardite scelte sceniche del famoso “colpo allo stomaco” cercato dal regista e realizzato mettendo sul palco tanto realismo fiabesco più vero del vero. Un’allegoria dell’Italia che traspare dalla televisione e dai social. Un’opera per far riflettere dove “la prosa irrompe nella lirica e le ruba la scena” come sottolinea la cricica Maria Stefania Gelsomini (leggi la recensione). Piaccia o non piaccia è impossibile non chiedersi “Ma che cosa ho visto?”. E’ giusto quindi analizzare alcuni dei punti chiave che nella notte della prima hanno fatto guadagnare applausi e fischi al regista britannico.

La ruspa dove viene trovato Tamino

Prima di tutto la ruspa. La scena si apre in un campo rom dove Tamino invece che fuggire dal dragone finisce tra le fauci di uno scavatore. Simbolo di devastazione e rovina “Il drago ha la capacità di assumere molteplici forme che però sono imperscrutabili” diceva Borges. Per il regista la ruspa è una di queste forme. Lo scavatore che si aggira tra gli ultimi della società è l’incubo da cui il protagonista deve liberarsi per iniziare il suo viaggio iniziatico verso la libertà e la verità. “Ruspe, ruspe, ruspe!!” gridava Matteo Salvini. Il tema dell’immigrazione ritorna quando una voce fuori campo grida a Sarastro “Sei un razzista” perché intento a punire il moro colpevole. “Cosa c’entra il colore della pelle?” è la frase che ritorna. E’ la retorica che supera la realtà.

Sarastro diventa un presentatore televisivo

Se il leader della Lega è stato definito populista e l’opera un genere popolare il passo da una cultura di arricchimento a una di intrattenimento è breve. E così all’inizio del secondo atto il protagonista chiede al pubblico di alzarsi in piedi e cantare con lui alcuni versi incitando i presenti come in un villaggio vacanze e gridando: “Siete Bravissimi!”. Chi lo ha fatto si è sentito inevitabilmente ridicolo, ma non bisogna ingannarsi, la messa in scena è già iniziata. Vick sembra dire: “Se non vi scandalizzate per la deriva della produzione culturale del vostro paese allora ve la metto anche in uno dei templi della lirica”. L’opera si fa talent show dove il personaggio di turno ha bisogno del sostegno del pubblico per superare le prove introdotte dal predicatore/presentatore Sarastro. In questo caso è la spettacolarizzazione della realtà che ha il sopravvento.

Papageno si fuma una canna divertito

Altra scena che ha scandalizzato: Papageno, disubbidiente all’autorità che gli vieta di parlare, cosa che invece farà per tutto il tempo, incontra l’Oratore del Tempio che gli dice: “Cosa desideri più di tutto?”. La risposta è esplicita: “Una bella canna da fumare”. E spunta un braccio che gli dà spinello e accendino. Papageno si fa una bella fumata e inizia a cantare allegro come una Pasqua. La scena ha del comico ma rivela una critica alle giovani generazioni che disobbediscono senza agire. Papageno, col look alla moda ma cafone, in grado di fare sesso anche con una vecchia in un cassonetto dell’umido per soddisfare il suo pubblico, felice nel suo lavoro di servizio consegna a domicilio polli arrosto, non fa altro che pensare ai suoi piaceri e infatti droga e sesso gli impediranno di compiere il suo percorso di iniziazione.

I tre templi

E poi l’evidente simbolismo della scenografia. I tre templi della Natura, Ragione e Sapienza sono intitolati al denaro, alla tecnologia e alla religione. Dietro ognuno si rivela una seconda faccia: la guerra con missili pronti al lancio, la distruzione con un albero morto, e la società patriarcale con una statua della Madonna imbavagliata. I tre templi al termine crolleranno come castelli di carte lasciando i tantissimi personaggi del cast, che raffigurano le tipologie più disparata di essere umano, intenti a ballare una goffa danza liberatoria. Un abbattimento delle gabbie sociali che imprigionano l’individuo è la realizzazione dell’utopia a cui l’iniziato che cerca la verità deve tendere.

Vick agli Aperitivi Culturali

Durante l’Aperitivo Culturale (leggi l’articolo) Vick aveva detto: “Nulla è lasciato al caso durante una regia altrimenti si è cattivi registi”. Il simbolismo infatti è rintracciabile in decine di altre forme: i tre fanciulli/scugnizzi napoletani sul motorino senza casco, la spazzatura presente ovunque, l’Oratore del tempio della tecnologia che richiama Steve Jobs o Mark Zukerberg e che decide le regole del gioco, l’estetica insignificante del protagonista, senza particolari abilità né virtù che rappresenta l’individuo medio. Anche la fruibilità a ogni livello culturale, come avvenne per l’originale, è lasciata intatta: ogni spettatore osservando gli elementi scenici potrà trovare il proprio drago da abbattere. Vick sceglie da che parte stare, sembra evidente che per lui continuare a rappresentare l’arte come pura bellezza in un mondo dominato da tante brutture è assolutamente insignificante e per questo le porta sul palco. Sceglie di tradurre il libretto perché “Bisogna parlare, il silenzio è portatore di segreti e quindi è un male” aveva detto sempre agli Antichi Forni. La musica non gli basta e si serve di una lingua comprensibile al pubblico. Mantenendo la trama fiabesca riscrive una nuova forma di Flauto Magico e realizza un viaggio di tasformazione, in questo caso degli spettatori più che del protagonista, e l’utopia di un mondo di uguali senza guerre. Difficile da digerire? Sì, lo è stato per tutti, non solo per i contestatori ma a volte l’arte culla altre volte colpisce e qui lo si è fatto attraverso i simboli di una società moderna più distopica che utopica ma sicuramente reale. Sul giudizio estetico ognuno poi potrà trarre le proprie conclusioni.

LA RECENSIONE DI MARIA STEFANIA GELSOMINI: (LEGGI L’ARTICOLO)

I tre fanciulli in motorino

Papageo con Papagea vecchia

Il campo rom


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