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Natura, storia e leggenda
Lo spettacolo del Lago di Pilato
(Le foto)

SIBILLINI - Vicende naturalistiche e storiche di un posto “magico” per eccellenza, lo splendido specchio d'acqua situato sul Monte Vettore dove secondo Leandro degli Alberti «soggiornano i diavoli e danno risposta a che li inter­roga» (1551). Solo qui vive il chirocefalo del Marchesoni, minuscolo crostaceo di colore rossastro
venerdì 10 agosto 2018 - Ore 15:37
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Il Lago di Pilato dal sentiero che scende dal versante arquatano (Forca di Presta). Sullo sfondo, lo sfregio della “Z” sul Monte Sibilla

di Gabriele Vecchioni

(foto di Antonio Palermi, Claudio Ricci e Gabriele Vecchioni)

Recentemente uno dei luoghi più belli e frequentati (dal punto di vista escursionistico) dei Monti Sibillini è stato teatro di eventi drammatici, per una serie di incidenti avvenuti sui sentieri che ad esso conducono, dovuti a imperizia o fatalità. Si tratta del Lago di Pilato, posto “magico” per eccellenza. In questo breve articolo ripercorriamo le sue vicende, natu­ralistiche e storiche.

Le acque limpidissime del bacino idrico

Il Lago di Pilato è un lago di origine glaciale, unico lago naturale delle Marche, situato a 1.941 metri di quota, nell’area del Monte Vettore, all’interno del massiccio calcareo dei Sibil­lini, nel parco nazionale omonimo. Lo specchio d’acqua è un rarissimo esempio appenni­nico di lago glaciale di tipo alpino, compreso in una ridotta valle glaciale, a settentrione della vetta dei Monti Sibillini. Il bacino è stato creato dallo sbarramento della valletta da parte della morena (accumulo di detriti) glaciale, avvenuto nel Tardo Pleistocene (un peri­odo geologico “recente”, compreso tra 125.000 e 10.000 anni fa – l’epoca dell’Ho­mo sapiens). È conosciuto anche come “lago ad occhiali” per la forma caratteristica dei suoi invasi ge­melli, intercomunicanti nei periodi in cui c’è una maggiore quantità d’acqua.
Il lago occupa il fondo di una conca glaciale, ai piedi di un imponente cono detritico ed è un’autentica, inaspettata epifania “dolomitica”. Gli fanno corona alcune tra le alture princi­pali dei Monti Sibillini: è circondato, infatti, dal Monte Vettore (”tetto” delle Marche, 2.476 metri), dalla Cima del Lago, dalla Cima del Redentore e dal Pizzo del Diavolo.
Una piccola digressione sui pittoreschi oronimi. L’ultimo è stato dato, sicuramente, in contrapposizione al precedente; un esempio, ben noto agli ascolani, è proprio vicino alla città: sul Colle San Marco c’è il Dito del Diavolo, che “bilanciava” la presenza dell’an­ti­stante “luogo santo”, il convento di San Lorenzo in Carpineto.

Uno dei nevai che alimentano il lago

Le dimensioni del lago sono strettamente legate alle precipitazioni atmosferiche (pioggia e neve) e allo scioglimento delle nevi; piccole lingue di neve rimangono fino a estate inol­trata. Nella sua massima estensione (fine primavera – inizio estate), il lago è lungo circa 300 metri e largo poco meno di 150; ha un perimetro di quasi 1 chilometro e una profondità tra gli 8 e i 9 metri.
Il nome. La voce popolare vuole che il nome derivi da quello di Quinto Ponzio Pilato, pro­curatore romano della Giudea ai tempi della crocifissione di Gesù e suo giudice (è il per­sonaggio che “se ne lava le mani”). Secondo la tradizione, Pilato fu poi condannato a morte da Tiberio; il corpo fu abbandonato su un carro trainato da bufali che, dopo una corsa sfre­nata du­rata diversi giorni, lo avrebbero fatto cadere nel lago da allora denominato “di Pi­lato”. La sto­ria è obiettivamente poco credibile, anche in virtù della poca profondità del­l’invaso, ma è stata tenacemente tramandata nel corso dei secoli, contribuendo ad ac­crescere la fama del bacino come “lago maledetto”.
In realtà, sembra che il nome del lago derivi dal termine latino pila, che indicava un og­getto circolare; Niccolò Peranzoni (XVII secolo) scrisse «pro pilari lacus dictus est Pilatus». Nel tempo, fu scelto il nome più evocativo di lacus Pilati, anche per il fatto che, già da tempo, quello era un luogo dove si recavano i negromanti per effettuare il complesso rito di consa­crazione del cosiddetto “libro del comando” («Hic lacus; ille suas extendit frigidus undas/ Quem Necromantes nocte dieque petunt», Francesco Panfilo da San Severino, sec. XVI).

La Gran Pietra conservata nel Museo della Grotta della Sibilla (spiegazione nel testo)

A Villa Curi di Montemonaco, al Museo della Grotta della Sibilla, è conservata la Gran Pietra (una roccia piatta con incise misteriose lettere), ritrovata nella striscia di terra che separa i due bacini del Lago, nel punto in cui si presume che i ne­gromanti effettuassero i loro riti di legittimazione satanica: questo la rende un interessante reperto antropologico e sociologico.
Nelle limpide acque del lago, poi, vive il chirocefalo del Marchesoni, minuscolo crostaceo di colore rossastro: forse l’animaletto è stato “interpretato” come presenza diabolica e ha contribuito alla demonizzazione del luogo (nel ‘600, i cronisti scrivevano di «demoni guiz­zanti nelle livide acque»). Nella sua Descrittione di tutta Italia (1551), il domenicano Leandro degli Alberti lo menzionò come «il stretto Lago intorniato da alte ruppi». Scrisse poi che «Essendo vol­gata la fama di detto lago che quivi soggiornano i diavoli e danno risposta a che li inter­roga si mossero già alquanto tempo alcuni uomini di lontano paese et vennero a questi luo­ghi per consacrare libri scellerati e malvagi al diavolo, per poter ottenere alcuni suoi bia­simevoli desideri, cioè di ricchezze, di onori, di arenosi piaceri et simili cose».
Come si arriva al Lago. Il Lago di Pilato è raggiungibile solo per via escursionistica, con percorsi non difficili ma abbastanza lunghi, da percorrere con cautela.

Il sentiero di accesso alla valle del lago dal versante umbro

Si arriva all’invaso per tre vie. La prima è quella che parte dal versante arquatano: da Forca di Presta si segue il sentiero usato per raggiungere la cima del Monte Vettore; arri­vati al Rifugio Tito Zilioli (quota 2.250, attualmente inagibile per i danni dei terremoto del 2016), in lo­calità Sella delle Ciaule, si de­via a sinistra, in discesa, verso la valle del lago. Le vedute sono magnifiche ma il percorso va se­guito con attenzione.
A proposito del Rifugio, storico punto di riferimento degli escursionisti dell’Italia centrale, la sezione ascolana del Cai, proprietaria del fabbricato, sta pensando al lancio di un crowdfunding (raccolta online) per reperire i fondi necessari alla sistemazione dell’opera, magari in una versione più “moderna” (il vecchio edificio risale agli anni ’60, anche se ha avuto miglioramenti – l’ultimo nel 2014).
La seconda via risale la valle dell’Aso, partendo da Foce, frazione di Montemonaco che ha subìto, anch’essa, danneg­giamenti dal terremoto. Si se­gue la sterrata che risale il Piano della Gardosa, in ambiente maestoso, fino a un’area bo­schiva che si supera con un sentiero ripido (conosciuto come “le Svolte”, per gli stretti tor­nanti) e, dopo un canalone, si arriva alla valle del Lago di Pilato. Il terzo sentiero parte dal versante umbro, davanti al borgo di Castelluccio, uno dei luoghi-simbolo dei recenti eventi sismici; la lunga (e faticosa) via passa per i prati di Forca Viola, attraversa un mae­stoso ghiaione e arriva al Lago.

Il Pizzo del Diavolo (una muraglia alta 300 metri) e il Gran Gendarme (a destra) visti dalle sponde del Lago di Pilato

Tutti e tre (in particolar modo il primo) sono itinerari adatti per collezionisti di vedute perché offrono continue variazioni di scenari, con punti dai quali godere panorami mozza­fiato e colpi d’occhio sempre interessanti.
Avvertenza. Come già evidenziato, per arrivare al Lago di Pilato è opportuno essere alle­nati e accompagnati da personale esperto del percorso. È assolutamente vietato bagnarsi nelle sue acque; occorre mante­nersi a una distanza di sicurezza (5 metri) dalle sue rive, per non danneggiare, calpestandole, le uova (in realtà sono cisti, all’interno delle quali l’em­brione può rimanere vitale per anni, anche in assenza di acqua) che il chirocefalo depone sulle rive, tra le rocce asciutte.

 

Escursionisti intorno allo specchio d’acqua

Ultimo tratto da percorrere della valle del lago, prima di arrivare al circo glaciale

A sinistra, immagine a corredo de “Le Paradis de la Reine Sibylle” di Antoine de La Sale (1420); a destra, imma­gine tratta dal testo di Augusto Campana e proveniente dalla Biblioteca Apostolica Vaticana (1566-67). Il «laco averno di Norcia» ha, in mezzo, cerchi di pietre collegati, probabilmente, ai riti descritti nel testo

 

 

 


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