
di Andrea Braconi
foto di Marilena Imbrescia
È una vera e propria chiamata alle arti quella dell’associazione Rinnovarte, fondata da 6 donne del Fermano nel marzo 2018. Una chiamata al senso di comunità per il recupero di parti fondamentali della città capoluogo, del territorio tutto ma anche di realtà più distanti ma comunque caratterizzate da una storia unica e irrinunciabile.
E mentre Maria Letizia Vallesi mette letteralmente mano alle opere, lavorando sulla pulizia dei materiali e sulla loro “rinascita”, le altre complici di questa avventura vanno a completare un mosaico perfetto: da Rosanna Balestrini, che si occupa di comunicazione e grafica, a Giulia Alberti, impegnata a cercare risorse e a confrontarsi con enti finanziari; da Marilena Imbrescia e Viviana Vallesi, rispettivamente fotografa e social media manager dell’associazione, a Antonella Leoni, che cura le ricerche storiche e l’organizzazione di eventi.
Dopo il recupero nel marzo 2018 del Loggiato San Rocco (sostenuto anche da Cronache Fermane), Rinnovarte – grazie al contributo di Vittorio Ferracuti, negoziante del centro storico – ha deciso di impegnarsi sulla Statua di San Bartolomeo, collocata su una nicchia posta sulla facciata dell’Oratorio dei Cavalieri di San Giovanni, adiacente alla Chiesa della Pietà, lungo Corso Cefalonia a Fermo.
LA STORIA
A raccontarci la storia della statua è Antonella Leoni, che parla di un restauro particolare e interessante sotto tanti punti di vista. “Interessante sia perché siamo a casa nostra e restaurare beni di Fermo per noi è la priorità. Ovvio che ci muoviamo in altre zone, ma ci piacerebbe avere la possibilità di realizzare questi recuperi qui. Particolare perché è una statua peculiare, di epoca medioevale, non di pregiatissima fattezza ma con la caratteristica di avere non solo ritratto San Bartolomeo nella sua iconografia classica, ma anche una testa umana ai piedi, sul lato destro. Non ci sono studi che ci facciano capire con certezza di chi si tratti, ma è sicuramente un personaggio storico di Fermo. Una tesi interessante lo collega alla storia di Rinaldo da Monteverde, ricordando quella che per Fermo ha rappresentato una battaglia per la libertà. Il 24 agosto, giorno di San Bartolomeo, nel 1379 i fermani decidono di liberarsi da Rinaldo da Monteverde, che aveva preso la città 3 anni prima compiendo orrori ed efferatezze. La città si ribella con una vera e propria rivoluzione che vede il Rinaldo in fuga. Il 24 agosto, quindi – giorno dedicato al Santo – diventa per lo Statuto fermano un giorno da ricordare: il giorno della liberazione dalla tirannide. Rinaldo da Monteverde scappa ma nel 1380 viene ritrovato a Monteleone di Fermo, nella rocca nella quale si era rifugiato. Viene portato insieme alla moglie e ai figli a Fermo; entra nella città che lo ha cacciato dalla Porta di San Giuliano sopra un mulo rivolto di schiena e con una corona di spine. Viene decapitato davanti al Palazzo dei Priori tre giorni dopo, insieme ai suoi due figli.
Si pensa che la testa alla base delle statua di San Bartolomeo sia sua, scolpita anni dopo la decapitazione come monito per tutti; Fermo e i Fermani non avrebbero mai più permesso ad altri dittatori di prendere possesso della città. È una tesi affascinante, e ricorda momenti importanti per la città; pezzi di storia che tanti fermani non conoscono ma che vanno invece riscoperti: la storia dei nostri cittadini che hanno avuto il coraggio di lottare per la propria libertà è anche un motivo di orgoglio e va ricordata”.
IL RESTAURO
Ma la statua di San Bartolomeo ha una certa rilevanza da un punto di vista strutturale e tecnico, come illustrato da Maria Letizia Vallesi. “La statua è stata probabilmente spostata dalla facciata della Chiesa – un tempo denomiata di San Bartolomeo – ad una nicchia: in questo cambiamento ci sono state alcune procedure non idonee per il materiale di cui è costituito il bene. C’era molto cemento, che abbiamo dovuto togliere completamente. Questa non è una statua a tutto tondo, ma un bassorilievo. Durante i lavori di restauro abbiamo scoperto e tirato fuori l’aureola del Santo, che era totalmente coperta dal cemento, probabilmente per dare più stabilità alla statua. Abbiamo fatto delle iniezioni di malta liquida per consolidare la parte strutturale sul retro e questo ci ha permesso di recuperare l’aureola di pietra. Altro elemento veramente molto impattante sia sul lato estetico che su quello strutturale del lapideo, è l’inquinamento che ha creato nel tempo croste nere intense. Per questo, in accordo con la Sovrintendenza, si è deciso di fare degli impacchi a tempi prestabiliti, al fine di intuire la tempistica necessaria per il risultato ottimale. Grandi problemi a livello strutturale, come crepe, non c’erano, quindi abbiamo cercato di mantenere la statua il più possibile originale, con interventi poco invasivi. Durante i saggi di pulitura, in alcuni parti abbiamo notato delle piccole chiazze di colore; questo ci fa pensare che forse l’incarnato (cioè collo, viso e mani) oltre all’aureola, fossero colorati. Tutte le fasi procedurali sono state fotografate e ci piacerebbe fare dono a Vittorio Capriotti di un dvd con tutte le fasi del lavoro di recupero della statua”.
In una settimana, quindi, sono stati fatti i saggi, installata l’impalcatura e restaurato l’opera, utilizzando un silicato di etile, “un prodotto impregnante che entra dentro la materia limitando la possibilità di intaccamento da parte di agenti esterni”.
IL MECENATE
“Come fermano ho sempre avuto un grande amore per la mia città, ci ho investito, ci lavoro e la sento mia – commenta Vittorio Ferracuti, definito dalle socie di Rinnovarte un autentico mecenate -. Vorrei che il mio gesto, dettato soltanto dal desiderio di poter fare qualcosa, sia anche un esempio: se tutti facessero in questa maniera, con pochissimo riusciremmo a tenere pulita Fermo. Parlo di amore per le cose: quando di rimette a posto, anche una strada, bisognerebbe sempre avere un occhio per il bello. Ho un altro sogno nel cassetto: quello di sistemare il presepe attaccato al Carmine”.
LO SPIRITO E IL FUTURO
“Questo è lo spirito del mecenate moderno – commenta Vallesi -. Il nostro obiettivo è proprio quello di scuotere la coscienza collettiva del semplice cittadino, del commerciante, del piccolo imprenditore che si attiva per il recupero dei beni culturali e quindi delle bellezza e della storia del luogo in cui vive e opera. L’associazione si fonda proprio su questo principio e anche se non ci sono fondi pubblici, vogliamo intervenire lo stesso – grazie ai Mecenate – per un bene comune”. “La nostra – chiosa Leoni – è una chiamata alle arti. Interverremo anche sulla statua di San Giovanni, al fianco di quella di San Bartolomeo, ma soprattutto faremo un lavoro importante all’interno del cimitero settecentesco di Porto San Giorgio. Stiamo cercando di capire le modalità di affido del bene, poi procederemo, facendolo prima conoscere alla cittadinanza, coinvolgendo in particolare i bambini anche grazie alla collaborazione con il Fai, per poi iniziare la fase di restauro vero e proprio e alla fine renderlo di nuovo fruibile a tutti”.
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