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Canonizzazione di Mons. Romero:
il centro culturale San Rocco intervista il docente Oswaldo Curuchich

FERMO - L'approfondimento a cura del centro culturale San Rocco in dialogo con il prof. Oswaldo Curuchich, giornalista e scrittore, docente di Teologia spirituale.
giovedì 20 Settembre 2018 - Ore 12:36
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In occasione della prossima canonizzazione di Mons. Oscar Romero, i membri del centro culturale San Rocco di Fermo ne hanno voluto approfondire la conoscenza dialogando con Oswaldo Curuchich, docente di Teologia spirituale presso l’Istituto Teologico Marchigiano, giornalista e scrittore, collaboratore di numerosi periodici e del comitato di “Firmana – Quaderni di Teologia e Pastorale dell’ITM sede di Fermo”.

 

Il prossimo 14 ottobre 2018 Mons. Oscar Arnulfo Romero sarà canonizzato. Ci potrebbe ricordare innanzitutto le circostanze storiche del suo assassinio?

L’uccisione di Mons. Oscar Romero, il 24 marzo 1980, accadde all’indomani della sua ultima e memorabile omelia, la cosiddetta “Homilía de fuego”, in cui l’Arcivescovo di San Salvador si rivolse energicamente ai militari per implorarli di disobbedire al mandato di uccidere, perché bisognava prima obbedire alla legge di Dio che comandava di non uccidere: “Vi supplico, vi scongiuro, vi ordino in nome di Dio: cessi la repressione!”… Ho avuto la grazia di visitare i luoghi della memoria di Mons. Romero, compreso l’Hospitalito, dove dimorava, e la piccola chiesa dove fu ucciso. La sua morte è stata lentamente preparata dagli eventi: a lui potremmo applicare il titolo di una delle opere di Gabriel García Márquez: Cronaca di una morte annunciata.

 

Quali sono questi eventi che lasciavano presagire qualcosa di grave?

Tra i fatti precedenti che determinarono la morte tragica dell’Arcivescovo possiamo elencarne diversi: Romero aveva abbracciato la causa dei più deboli, il suo operato a favore della difesa dei campesinos, operai, presbiteri e catechisti, tutti vittime della dura repressione militare. Da vescovo, aveva optato per la “scelta preferenziale per i poveri”, come auspicava la conferenza del Celam celebrata a Medellin nel 1968. Le costanti denunce, pubblicamente e settimanalmente, contro la violenza elevata a sistema nel Paese. Criticò duramente, e in diverse occasioni, l’operato del governo. I suoi interventi erano attesi e ascoltati praticamente da tutti. Denunciò la persecuzione violenta contro la Chiesa elencando le atrocità commesse contro la popolazione, sacerdoti e catechisti compresi perché sospettati di comunismo, da parte dei gruppi armati in conflitto, esercito e guerriglia. Aveva scritto una lettera pastorale in cui affermava il diritto del popolo a organizzarsi per manifestare pacificamente…

 

Quali sono state le reazioni intra ed extra-ecclesiali dopo la morte di Romero?

Alcuni vescovi e presbiteri, e lo stesso Vaticano, si dimostrarono freddi e indifferenti di fronte alla morte di mons. Romero perché, dicevano, aveva abbracciato la Teologia della Liberazione, vista con sospetto a motivo delle infiltrazioni in essa di elementi marxisti. Erano gli anni di forte dissenso ecclesiale circa l’autenticità e l’ortodossia delle teologie latino-americane… Ma il popolo salvadoregno e latinoamericano, in genere, fu profondamente colpito dalla morte di Romero perché ritenuto un difensore tenace dei diritti umani, era la “voce dei senza voce”. Nel 1980 avevo soltanto otto anni, ma nel mio paese, il Guatemala, si respirava lo stesso clima di tensione, insicurezza e violenza; anche da noi la Chiesa era minacciata e perciò il nome di Romero ravvivava la speranza.

 

Non è un mistero che la vicenda umana di mons. Romero sia stata contrastata da una parte dell’episcopato e del clero. Ne è un segno il fatto che la causa di beatificazione abbia avuto un iter travagliato. Perché queste perplessità?

Perché – come afferma il titolo eloquente del contributo di Alberto Vitale – Oscar Romero era contemporaneamente Pastore di agnelli e lupi: è più facile per un pastore affrontare i lupi che, dall’esterno, minacciano il gregge, ma quando i “lupi” sono seduti in prima fila durante le celebrazioni liturgiche le cose si complicano. D’altronde – sostiene oggi il giornalista Humberto Chuluc – una parte della Chiesa, vescovi e presbiteri, usufruivano di certi privilegi, economici, da parte del governo di turno e delle famiglie benestanti. E ancora, è risaputo l’atteggiamento piuttosto freddo di Giovanni Paolo II al momento di ricevere mons. Romero in Vaticano: “Faccia attenzione ai Comunisti”, disse il papa, e Romero si azzardò a far notare al papa che vedeva le cose soltanto dal punto di vista dei polacchi…

 

Romero non è l’unico martire della violenza in America Centrale. Perché secondo lei il suo contributo ha avuto una così grande risonanza?

La letteratura riguardante il caso Romero ha evidenziato chiaramente quella “conversione” avvenuta in lui, dopo la violenta uccisione di un suo amico, padre Rutilio Grande. Fino a quel momento Romero era ritenuto un vescovo conservatore e allineato con l’establishment del Salvador. A molti, il cambio di rotta in favore dei più deboli, è parso un vero tradimento. Avendo abbracciato la causa del popolo, Romero si era trovato assieme alla gente in mezzo a due fuochi, la destra e la sinistra in conflitto, denunciava le atrocità che venivano da ogni parte e ricordava che “il terribile ruolo della Chiesa è mantenere nella storia degli uomini il progetto della storia di Dio”, pertanto “la Chiesa non deve identificarsi nei progetti storici degli uomini, sebbene debba illuminarli tutti”. L’Arcivescovo cercava di mediare e non perdeva la speranza di assistere, un giorno, ad  una svolta, ma il suo tentativo di trovare una terza via, quella secondo il Vangelo, lo rendeva scomodo. Avvertiva, quindi, che poteva essere ucciso da chiunque in qualsiasi momento. Ma oggi Romero vive ed è un’icona non solo per il popolo salvadoregno, rappresenta anche un segno concreto di speranza per tutto il continente latino-americano. Romero non è un caso isolato, anzi, sono numerosi i martiri della violenza politica, per accennare un caso molto simile, mons. Juan Gerardi Conedera, Vescovo ausiliare di Città del Guatemala, fu crudelmente assassinato il 26 aprile 1998, il motivo principale è stato il suo tenace impegno in favore del recupero della memoria storica. Il martirio avvenne all’indomani della presentazione del programma Guatemala nuncamás. A distanza di vent’anni ancora non si è fatta piena luce, ma la Chiesa riconosce in Gerardi un martire della Verità.

 

Qual è l’attualità ecclesiale di questo evento? Quale messaggio consegna a ciascun battezzato la canonizzazione di mons. Romero?

La Chiesa in America Latina attendeva fiduciosa la canonizzazione di mons. Romero. Sono passati alcuni decenni dalla sua morte, il clima socio-politico non è cambiato molto, ma dal punto di vista ecclesiale si è fatto chiarezza attorno alla figura di Romero e dei motivi che lo hanno portato al martirio. È ritenuto ormai un testimone di Cristo che, come Lui, ha dato la vita per coloro che amava. Il messaggio che consegna a tutti i battezzati di oggi è la capacità di vivere la propria fede con “parresìa”, difendere la verità e stare dalla parte dei più poveri con franchezza. Essere discepoli di Gesù di Nazaret, il Figlio di Dio, significa saper riconoscere il primato di Dio e saper andare, se necessario, contro corrente rispetto al comune pensare.

 

A cura del Centro Culturale San Rocco

 

 


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