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Montegranaro polo d’eccellenza
nella cura dell’Alzheimer
Al via gruppi di sostegno per familiari

SANITÀ - Dodici incontri a cadenza bisettimanale con psicologi, avvocati, neurologi e molto altro organizzati dall’Inrca con la collaborazione dell’Asur nei locali al secondo piano del presidio ospedaliero
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di Marco Pagliariccio

Montegranaro si conferma polo d’eccellenza nella cura dell’Alzheimer. E, in questo caso, non solo sul versante più strettamente medico-assistenziale, ma anche del sostegno alle famiglie. Con l’incontro preliminare del pomeriggio di venerdì 16 novembre, partono i gruppi di sostegno rivolti ai familiari di malati di Alzheimer. Un’attività fondamentale per dare un sostegno alle famiglie che si trovano catapultate nella difficile situazione di dover assistere quotidianamente un congiunto malato. Dodici incontri a cadenza bisettimanale con psicologi, avvocati, neurologi e molto altro organizzati dall’Inrca con la collaborazione dell’Asur nei locali al secondo piano del presidio ospedaliero di Montegranaro.

«Trent’anni fa, la malattia era qualcosa da nascondere, quasi di cui vergognarsi – ha sottolineato Vittorio Scialè, coordinatore del distretto sanitario – per cui il malato dove stare a casa, farsi vedere meno possibile. Era spesso impietoso il giudizio. Oggi siamo qui perché la malattia è stata pubblicizzata, all’attenzione di tutti. Qui ormai c’è un polo d’eccellenza dedicato alle demenze, grazie l’enorme lavoro di Mario Signorino, primario di neurologia dell’ospedale di Fermo, e di Demetrio Postacchini dell’Inrca».

Dal 2004 ad oggi l’Inrca ha seguito 213 pazienti, svolgendo una funzione che va oltre il medico. E con questi corsi va anche oltre. «Questo è l’unico centro delle Marche specificatamente dedicato a sintomaticità gravi ed in stato avanzato della malattia – rivendica con orgoglio il dottor Signorino – abbiamo fatto tanti interventi specifici per adeguare la struttura, ora ha una grande struttura infermieristica ed ausiliaria. Ma il personale a supporto dei pazienti ha sempre avuto il privilegio di mantenersi a livelli accettabili. Ci sono soggetti che restano anche per sei anni ed è raro che la situazione sia stabile per sei anni, anche perché la malattia dura circa dieci anni dalla comparsa alla morte. Più che i medici qua si fa gli assistenti sociali».

L’Alzheimer distrugge una famiglia ed è un costo. «Molti ci chiedono di tenere qua i loro familiari perché non saprebbero come fare – continua Signorino – riempiamo i buchi dei servizi sociali, dovremmo parlare con i Comuni e limitare questo aspetto. E noi siamo un’isola felice sotto questo profilo. Un malato di Alzheimer può costare tra i 25 e i 30 mila euro l’anno, oltre a quello che fornisce lo Stato, che è una cifra analoga. Per questo centri del genere sono fondamentali e farlo qui è stato una scelta giusta perché questo è uno degli ospedali più belli delle Marche. Stranamente è stato uno dei primi ad essere chiuso. Questa struttura va difesa e amplificata, speriamo arrivi anche un hospice neurologico. L’ospedale ha possibilità strutturali per crescere, aspettiamo cose migliori dal futuro».

Il centro diurno è un aiuto enorme per i familiari. «Diventano malati a loro volta per le ansie e la necessità di seguire il loro caro 24 ore su 24 – aggiunge Postacchini – perdono il loro caro molto prima della morte, lo perdono nel momento in cui il malato non li riconosce più. E questo è un dolore immenso che noi proviamo, con questi corsi, ad alleviare. È una cosa che aiuta molto. Cercheremo di aiutare a farli riappropriare della loro vita. Non serve l’intervento spot, ma un ciclo continuo, fino alla morte del paziente».

Al fianco di Asur ed Inrca c’è anche l’associazione dei familiari di malati di Alzheimer, guidata dal presidente Vincenzo Cestarelli (Afma): «Siamo persone che sono già passate su questo percorso – ha ribadito Cestarelli – mettiamo a disposizione la nostra esperienza Veniamo qua periodicamente a dare una mano. Non siamo una grande associazione, prendiamo in carico una persona e sappiamo che la perderemo quando ci sarà la morte. Perché una persona che ha perso un congiunto per Alzheimer poi non ne ha più voglia di parlarne.


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