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Marie Colvin combatte la sua “Private War”

Per gli appassionati di cinema la recensione di Eraldo Di Stefano
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Arriva nelle sale il film che ha fatto tanto discutere, sull’articolo uscito nel 2012 pubblicato da Vanity Fair dal titolo “Marie Colvin’s Private War, scritto da Marie Brenner.

Debutto alla regia di un film per Matthew Heineman, in uno studio psicologico profondamente angosciante, toccante e di ossessione incontrollabile.

Ancorato sulla prestazione principale di Rosamund Pike che interpreta Marie Colvin, questo film crudo e rude rende i suoi difetti irrilevanti, trattando la storia molto in profondità.

Partendo dal 2001 fino alla morte della Colvin in Siria nel 2012, il racconto sceneggiato da Arash Amel, salta da una zona di guerra all’altra. I fatti confusi, le macerie, i corpi, le donne piangenti, si confondono e si mischiano lasciando fisso un concetto nella mente dello spettatore: le posizioni cambiano ma il conflitto armato è sempre lo stesso per gli innocenti e per la sofferenza che provoca.

L’accecamento dalle schegge in Sri Lanka, la scoperta di una fossa comune in Iraq, non fanno differenza; la storia ruota su quel disagio e quella sofferenza che non allenta mai durante tutto il film. Brevi periodi di interruzione a Londra, dove la Colvin ha lavorato per il Sunday Times, rivelano i detriti della sua vita personale e il precario bilancio psicofisico sul suo lavoro. Tra una sigaretta e l’altra, tormentata dagli attacchi di panico, sembra quasi che la protagonista sia più a suo agio sfoggiando le unghie nere sul campo di battaglia che le perle nella sua cerimonia di premiazione.

Nella costante velata paura di morire e di invecchiare, la Colvin corteggia involontariamente un caos che il direttore della fotografia Robert Richardson rende così vividamente da sembrare quasi desideroso di farci lontanamente assaporare un po’ del disturbo post-traumatico della protagonista. La vera Marie Colvin probabilmente avrebbe approvato.

 

di Eraldo Di Stefano


© RIPRODUZIONE RISERVATA


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