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Don Celso, un prete
(e un uomo) speciale:
il ricordo a 30 anni dalla morte

FERMO - L'ex direttore del Ricreatorio San Carlo scomparve il 13 marzo 1989. Un ricordo di Maurizio Alberti, per anni promotore del premio dedicato al compianto parroco
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Era il 13 marzo del 1989 quando la città di Fermo perdeva uno dei suoi cittadini, seppur adottivo, più amato da tutti: Don Celso Giardinà. Sono trascorsi molti anni ma il suo nome rievoca ricordi indelebili per coloro che hanno avuto la fortuna di conoscerlo e frequentarlo durante la sua lunga opera educatrice come direttore del Ricreatorio San Carlo. E proprio sulla facciata della struttura è affisso un manifesto che ricorda lo stesso Don Celso

“Il San Carlo era tutto il nostro mondo che lui aveva costruito intorno a noi, togliendoci dalla strada e mescolandoci nelle attività – aveva raccontato Maurizio Alberti in occasione del 25° anniversario della scomparsa, in una delle edizioni della manifestazione dedicata al compianto parroco – per primo aveva infranto le barriere sociali che, allora, erano nette. In quell’ambiente venivano accolti, allo stesso modo e con il medesimo calore, i figli della plebe e quelli della borghesia che insieme giocavano e crescevano, inconsapevolmente accomunati dagli stessi ideali che quel prete brontolone, di poche parole, sempre attivo, piuttosto ruvido ma dal grande cuore, trasmetteva con entusiastica semplicità.

La sua opera non si limitava alla sola cura dei giovani ma entrava nelle loro famiglie dove spesso riusciva a risolvere problemi incancreniti dalla necessità e/o dalla ignoranza. Era tale e tanta la sua fede che, spesso, rasentava l’incoscienza nell’espletamento delle infinite attività che metteva in piedi. Se si pensa ai campeggi, alle ascensioni in montagna, alle trasferte sportive con sei-sette persone in una sola macchina, c’è da restare allibiti. Eppure le famiglie affidavano tranquillamente i loro figli a questo personaggio irripetibile, sicuramente allora mandato dalla Provvidenza. Quando io venni al San Carlo mi trovai subito bene, non solo perché ero con ragazzi volenterosi ed intraprendenti, ma sopratutto per la guida paterna, protettiva, umana, attraente che lui sapeva dare. Egli ha speso la sua vita per aiutare i giovani ad essere in armonia con sé stessi! Il suo obiettivo è stato quello di far capire loro che il benessere, la salute, il rispetto del proprio corpo possono ottenersi con una motivazione forte, come è la pratica di una attività sportiva. Dimostrava nobili sentimenti che scaturivano dalla sua anima cristallina ed una grande disponibilità verso gli altri. Appassionato ed instancabile scalatore, era sempre presente nel guidarci in montagna. Ci portava a raggiungere le cime delle vette più impervie come ad esempio quella del Vettore o del piccolo corno del Gran Sasso”.


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