facebook twitter rss

“Sono nonna anche
di quella bambina deportata”

Liliana Segre tra i sassolini della memoria
e l’abbraccio di Servigliano (FOTO)

EVENTI - La senatrice a vita ha fatto visita all'ex campo di internamento e alla Casa della Memoria
Print Friendly, PDF & Email

di Andrea Braconi

“Sono qui. E sono qui per i ragazzi”. È nei singoli gesti e nelle parole di Liliana Segre il significato più profondo di una giornata storica per Servigliano e per tutto il territorio provinciale.

Prima, all’ingresso del Parco della Pace, la senatrice a vita ha invitato tutti a lasciare un sassolino sotto la lapide che ricorda la resistenza civile del Fermano ma anche la deportazione di diversi ebrei verso Auschwitz-Birkenau, dove anche lei era stata internata: un sassolino che diventa “segno della propria presenza e della propria testimonianza”, Poi, all’interno del teatro comunale, ha ripercorso un’esistenza segnata dall’Olocausto, partendo però dal presente, dal suo essere diventata nonna di Edoardo, oggi trentenne.

“Questa grande felicità di essere nonni ha permesso a questa donna qualsiasi di diventare testimone – ha spiegato -. Sono stata zitta tanti anni, non volevo sentire parlare dell’argomento chiave della mia vita finché non sono diventata nonna di mio nipote. La vita è importantissima e la forza di gravità che ti tiene attaccata al suolo è la stessa forza che c’è nella vita. Noi prigioniere abbiamo scelto tutte la vita, poi ognuna ha avuto il suo destino, per la maggior parte ci hanno uccise tutte ma eravamo comunque disperate di perdere la vita”.

Ha voluto stimolare i tanti giovani presenti (la media di Servigliano e la Betti di Fermo, oltre agli studenti del Montani, del Liceo Artistico del capoluogo e del Liceo Scientifico di Montegiorgio) ad apprezzare anche il senso della primavera. Lei, che dopo aver visto solo filo spinato ha scoperto la libertà e come la natura sia sempre capace di vincere.

Una tappa importante, quella di Servigliano, per una donna “un po’ o tanto marchigiana”, che ha in Pesaro le origini di suo marito e che vede un parente persino ad Amandola.

E lo ha ricordato, la Segre, l’uomo della sua vita. “Io sono stata una donna felice, presa per mano da questo uomo più grande di me. Mi sono sposata a 20 anni e quando ho visto nascere il mio primo figlio ho pianto di felicità. Sono una mamma di tre figli, con una gelosia con questo passato così pesante che incombeva sulla mia famiglia, con il mio braccio tatuato che stringeva i miei figli. Non ho mai voluto far pesare questa storia e ho sempre proibito a mio marito di tirare fuori il discorso. Ma poi, quando è nato Edoardo, trent’anni fa, ho sentito un rimorso tremendo di una persona che non aveva fatto il suo dovere di testimone. Da lì è iniziato tutto e oggi non posso più vivere senza testimoniare”.

La senatrice a vita ha rimarcato di provare una grande pena per quella Liliana, che vede paradossalmente come nipote. “Sono anche la nonna di quella ragazzina sola, infelice, con tutti i vuoti e tutto l’orrore che ha dovuto vedere. Il mio è una specie di sdoppiamento. Quando il presidente Mattarella mi ha ricevuto per la nomina mi ha chiesto cosa avessi pensato dopo la telefonata. Vede, gli risposi, io sono vecchia, ma dentro di me sono sempre quella bambina che doveva fare la terza elementare, che si è vista chiusa la porta della scuola e che 80 anni dopo si vede aprire la porta del Senato”.

Non può e non vuole dimenticare gli effetti devastanti di un’indifferenza che ha permesso “un genocidio di milioni di persone uccise solo per la colpa di essere nate” e che oggi rivive in altre forme. Un concetto che ha ribadito camminando all’interno del Parco della Pace e visitando la Casa della Memoria, gestita dall’omonima associazione e presieduta da Giordano Viozzi, suo cicerone tra fotografie dell’epoca e frammenti di una memoria che “non vogliamo perdere”.

Lì, tra quelle pareti, la Segre ha ricomposto parte del suo mosaico, venendo a conoscenza di come una delle ragazze prigioniere con lei a Como fosse poi transitata da Servigliano, prima di venire deportata.

Di numeri e parole ha parlato il prefetto Vincenza Filippi. “I numeri hanno di per sé un significato neutro, hanno rappresentato e rappresentano la capacità dell’uomo di evolversi. Ma a volte posso avere una valenza negativa, quando l’uomo intende portare avanti una logica di odio. E leggendo la storia della bambina Liliana c’è il numero del binario 21, il numero dei 605 portati ad Auschwitz, il numero tatuato in maniera indelebile sul braccio. Ma è qui che arriva il potere catartico della parola e per lei la parola amore ha rappresentato un elemento di identificazione, quell’amore vissuto nei confronti del padre e del marito”.

E anche in una piccola realtà come Servigliano e come la provincia di Fermo, ha detto il prefetto rivolgendosi agli studenti, si deve portare avanti un percorso di rispetto dell’altro, anche se diverso, anche se più fragile e meno fortunato di noi.

Per il sindaco Marco Rotoni la Segre è venuta qui “per insegnare a tutti noi il presente e il futuro attraverso la memoria di quello che è stato”.

Emozionato il senatore Francesco Verducci, che si è impegnato in prima persona per invitare la Segre e che ha trovato il prezioso supporto della Casa della Memoria. “Questo non è un momento come gli altri. Ogni volta che vedo Liliana varcare la soglia del Senato, che posso avvicinarla e parlarci è davvero tanta la soggezione non nei confronti di una donna squisita e dolcissima, ma per quello che rappresenta. C’è l’enormità di una storia di un Novecento così tragico, dove perdemmo tutto: democrazia, diritti e libertà. Lo sterminio non avvenne per caso, era figlio di un’ideologia tremenda, figlio del nazismo e del fascismo”.

Ricorda bene, Verducci, quando un anno fa il presidente della Repubblica volle nominare la Segre senatrice a vita. “Non fu una scelta casuale, ma cadeva in un anniversario drammatico, gli 80 anni dalla promulgazione delle leggi razziali. La scelta di Liliana ha un significato grande per tutti noi, cittadini adulti e soprattutto per i più giovani: quello di non dimenticare che nel nostro Paese è potuto accadere che fossero studiate a lungo da un regime delle leggi razziste. E la memoria di Liliana è l’antidoto più potente al veleno dell’intolleranza”.

È di grande significato, ha aggiunto, che tutto questo sia accaduto a due giorni dal 25 aprile, “la giornata che ricorda la liberazione, la vittoria dei partigiani e la scrittura della nostra Costituzione, che da quella lotta nasce e nella quale all’articolo 3 c’è scritto che tutte le persone hanno pari dignità. Mi piace, inoltre, ricordare quelli che in quegli anni non furono indifferenti ma seppero da che parte stare”.

E proprio dai giovani è arrivato un messaggio per la senatrice a vita, letto da Stefano Mezzabotta, studente del quinto anno del Montani. “La sua è una testimonianza che si fa stimolo per vedere il passato da un’angolazione diversa. Siamo qui per dire che non vogliamo dimenticare. Grazie a quello che fa, senatrice, per la costruzione di un mondo più giusto”.


© RIPRODUZIONE RISERVATA


Torna alla home page


Per poter lasciare o votare un commento devi essere registrato.
Effettua l'accesso oppure registrati




Gli articoli più letti