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Comuni, le fusioni non piacciono
Prevalgono anche qui i “sovranisti”
ma da micro-feudo

Le prossime elezioni amministrative riguarderanno ben 23 comuni della provincia di Fermo. Quasi la metà, dieci per la precisione, ha una popolazione inferiore ai mille abitanti. E in tre casi addirittura non viene superata neanche la soglia dei cinquecento residenti. La fusione tra enti non è più rinviabile.
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di Sandro Renzi

Le prossime elezioni amministrative riguarderanno ben 23 comuni della provincia di Fermo nei quali i cittadini saranno chiamati ad eleggere il nuovo sindaco. Quasi la metà, dieci per la precisione, ha una popolazione inferiore ai mille abitanti. E in tre casi addirittura non viene superata neanche la soglia dei cinquecento residenti. Se non fosse per l’urna in cui infilare la scheda elettorale, qualcuno potrebbe pensare, paradossalmente, che il 26 maggio in alcune realtà si nominerà il nuovo amministratore condominiale. Perché di queste cifre parliamo e con queste proporzioni dobbiamo confrontarci. Probabilmente un complesso residenziale al quartiere Eur di Roma ha più “votanti” di qualche comune fermano. Eppure, nonostante gli inviti arrivati dai Governi che si sono succeduti negli ultimi anni, nonostante le indicazioni giunte da Ancona, nonostante gli interventi di autorevoli esperti in materia amministrativa e diritto degli enti locali, l’eccessiva parcellizzazione del territorio, forse una volta vera ricchezza sul piano economico, ora solo un peso per le casse pubbliche, è lì a fare bella mostra di sé tra l’indifferenza di molti e la strenua difesa del campanile di pochi.

Ha senso ancora mantenere in vita piccolissime realtà a loro volta costrette a barcamenarsi tra secchi tagli statali e ridotte entrate erariali? Cercare di programmare interventi, anche banali, come la manutenzione delle strade puntando su fondi che Roma concede saltuariamente ai piccoli comuni? Perché prolungare l’agonia di enti il cui futuro è ormai segnato? Visionario non è quel sindaco che avvia un percorso di fusione o aggregazione del proprio comune con realtà vicine, ma, in questo contesto, sociale ed economico, quel primo cittadino che si ostina caparbiamente a voler tenere saldamente lo scettro in mano. Sia ben chiaro. I processi di fusione tra comuni non portano mai consenso. Piacciono poco alla politica. Anche per questo motivo nei programmi elettorali si accenna tuttalpiù alla possibilità di intraprendere una strada soft come l’accorpamento di alcuni servizi. I benefici sono stati dimostrati, esattamente come la riduzione dei costi. Ma il salto in avanti, almeno per ora, nessun candidato sembra intenzionato a farlo. Servono coraggio politico e doti di mediazione. Lungimiranza e preparazione. Occorre mettersi in gioco, insomma. Sia ben chiara un’altra cosa. Non si tratta di demonizzare o tanto meno tagliare i costi della politica con queste operazioni. Fare il sindaco o l’assessore in un comune di 300 o 400 anime di per sé non comporta alcun guadagno per chi ricopre l’incarico. Semmai qualche primo cittadino ci ha pure rimesso di suo. La questione è un’altra. Efficientare i servizi al cittadino significa ridurre i costi e migliorarne la qualità. Obiettivi che tutti gli amministratori si prefiggono. L’unione è lo strumento per essere competitivi, avere un peso specifico diverso quando si presentano progetti, essere più incisivi ai tavoli tecnici comprensoriali, avere più chance di ottenere finanziamenti. Questo vale per i micro-comuni esattamente come per quelli più grandi della provincia fermana, da Porto San Giorgio a Fermo, da Porto Sant’Elpidio a Sant’Elpidio a Mare. L’unione è una porta aperta sul futuro. Basta girare la maniglia.

 

 

 

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