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LA RECENSIONE
Rapina a Stoccolma, il film che romanza la nascita della ‘sindrome di Stoccolma’

CINEMA - L'idea che i due rapinatori fossero uomini con buone intenzioni, piuttosto che mostri che spaventano le loro vittime, ce li fa immaginare come i veri eroi di questa pellicola
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di Giuseppe Di Stefano

In Rapina a Stoccolma, lo scrittore e regista Robert Budreau rievoca la crisi degli ostaggi che ha dato un nome al fenomeno noto come la “Sindrome di Stoccolma”. La pellicola si basa su eventi realmente accaduti i quali fungono da veicolo per Noomi Rapace ed Ethan Hawke, che ci mostrano in modo credibile come una vittima di un crimine arrivi a simpatizzare con il criminale stesso. Nessuno dei nomi di seguito riportati è quello dei partecipanti effettivi, né le loro azioni riflettono esattamente quelle reali, sebbene molti particolari siano stati tratti direttamente dalla storia.

Il film si apre con un primo piano su Bianca Lind (Noomi Rapace), chiaramente ambientato dopo la sua liberazione dalla prigionia, per poi tornare al 1973, quando Lars Nystrom (Ethan Hawke) passeggia nella più grande banca di Stoccolma con una mitragliatrice nel borsone. Appoggia una piccola radio sul bancone, spara un paio di colpi nel soffitto e rende chiaro a tutti che si trovano nel bel mezzo di una rapina.

Consci dell’importante aspetto psicologico che c’è dietro Rapina a Stoccolma, siamo attenti fin dall’inizio a cercare di capire come questo malvivente possa far affezionare a sé le persone terrorizzate che lo circondano. Il regista Robert Budreau lo sa bene e ci offre, già dalle prime scene, dei particolari da notare. Infatti, subito dopo aver fatto adagiare i dipendenti e i clienti della banca, Lars si precipita da Bianca, un’impiegata che si nasconde dietro la sua scrivania. “Hai appena dato l’allarme?”, le grida, ma quando lei lo ammette, in modo rassicurante lui dice: “Molto bene.”

Un manipolatore addestrato difficilmente potrebbe fare di meglio nel terrorizzare e calmare la sua vittima. Ma è presto chiaro che Lars non ha intenzione di fare il lavaggio del cervello alle persone o di rapinare la banca. È lì per costringere il capo della polizia locale Mattsson (Christopher Heyerdahl) a scarcerare Gunnar Sorensson (Mark Strong), un suo vecchio compagno che sta scontando la pena nel carcere svedese. Farlo liberare si rivela sorprendentemente facile ma ora, uscire da lì dentro, lo sarà un po’ meno.

La sceneggiatura di Budreau trova molte piccole opportunità per Lars di presentarsi ai suoi prigionieri come la persona più interessata al loro benessere. Il capo della polizia Mattsson è così intenzionato a sopraffare i rapitori che sembra ignorare i civili e persino il primo ministro del paese adotta un atteggiamento che pare porre la sicurezza degli ostaggi in secondo piano.

L’idea che i due rapinatori fossero uomini con buone intenzioni, piuttosto che mostri che spaventano le loro vittime, ce li fa immaginare come i veri eroi di questa pellicola. Il regista ha intenzionalmente distorto la prospettiva per farci vivere l’adrenalina della sindrome stessa e non quella dei libri di storia. Rapina a Stoccolma risulta quindi agile e divertente, e probabilmente funzionerà bene per tanti tipi di pubblico, prima di diventare anche un sussidio per gli studenti di comportamento umano.


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