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Il compianto Felice Gimondi
per due volte vincitore nel fermano
Gran Premio del Lavoro

CICLISMO – Il bergamasco si aggiudicò la sesta edizione del 1968 e la settima dell’anno seguente, fu terzo nel 1971. Gino Bartali il vincitore inaugurale del 1951, il veregrense Michele Gismondi nel ’53 quando le pagine della stampa nazionale non narravano della partecipazione del “campionissimo” Fausto Coppi, ma della prima apparizione “in incognito” al suo fianco della “dama bianca”
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di Tiziano Vesprini

 

BELMONTE PICENO – Solo chi è nato al massimo nei primi anni sessanta ha potuto godere delle sue gesta sportive in diretta o in differita nell’allora unico canale in bianco e nero della Rai, tra le quali le numerose vittorie al Giro d’Italia e il mondiale vinto in Spagna nel 1973, nonostante ha passato la seconda parte di carriera spalla a spalla con il “cannibale” Eddy Merckx.

Molti tifosi di ciclismo del territorio fermano però l’hanno potuto apprezzare “toccandolo con mano”, visto che è stato protagonista e vincitore due volte nel Gran Premio del Lavoro a Belmonte Piceno a cavallo del 1970. Sue le vittorie nella sesta edizione del 1968 e quella in maglia tricolore dell’anno seguente, terzo nel 1971.

Tifosi del Gran Premio del Lavoro che hanno goduto anche della partecipazione del “ginettaccio” nazionale Bartali vincitore della prima edizione del 1951 che ebbe luogo nel mese di aprile e fu un avvenimento sensazionale che, oltre ad essere vissuto con grande partecipazione dalla gente del paese che si adoperò in tutti i modi per la riuscita della manifestazione, richiamò a Belmonte moltissime persone da ogni parte d’Italia.

Questo all’epoca era lo sport nazionale, popolare come oggi o forse più del calcio, e si faceva qualunque sacrificio per essere presenti ad un evento come questo.

Gran Premio del Lavoro nato nei primi anni cinquanta, nel periodo di massimo splendore della C.O.M.A.B. e della S.A.F.A.B., Società Cooperative Belmontesi, rispettivamente di muratori e falegnami, che davano lavoro a molte persone, quando tutto sembrava possibile e non si aveva paura di pensare alla grande.

Su questa onda nacque un progetto a dir poco ambizioso per un piccolo centro: organizzare a Belmonte Piceno una corsa ciclistica con i più grandi assi di ciclismo del momento. Una quarantina di persone formarono un comitato autotassandosi (magari firmando delle cambiali) per anticipare le spese, furono contattati corridori e società ciclistiche e l’avventura cominciò.

Aderirono una cinquantina di atleti, compresa la squadra di Bartali al completo, quella dell’Atala ed altre. Sponsorizzata principalmente dalla C.O.M.A.B., la gara si chiamò “Gran Premio del Lavoro”, e Belmonte, per la prima volta nella storia, balzò agli onori della cronaca nazionale per questo importante evento sportivo.

Il circuito di quindici chilometri da ripetere per dieci giri seguiva la strada che da Belmonte va a Servigliano, poi a Piane di Falerone, “Querciabella” e ritorno al paese, un percorso misto di pianure, salite e discese giudicato interessante dal commissario tecnico, tanto che si parlò fin da allora di sceglierlo per la selezione dei pre-mondiali (cosa che avvenne nel 1971).

La prima corsa del Gran Premio del Lavoro fu un vero trionfo sotto tutti i punti di vista: i corridori offrirono uno spettacolo da veri professionisti, gli incassi furono buoni tanto da coprire abbondantemente le spese e la vittoria di Gino Bartali dette alla corsa un sigillo di serietà e qualità.

Nella seconda edizione, l’anno dopo, ci fu una grande novità: la partecipazione di Fausto Coppi che accettò di venire con la sua squadra, la Bianchi, accompagnato dalla moglie Bruna. La presenza del campionissimo rese ancora più prestigiosa la corsa e i tifosi accorsero sempre più numerosi.

Nell’aprile 1953, altra edizione. La partecipazione di ciclisti stranieri fu più consistente specialmente tra i francesi. Tra gli italiani Coppi, Bartali, Magni e Gimondi. Da un articolo uscito in quei giorni sulla Gazzetta dello Sport: “Basterebbero questi nomi per porsi la domanda: può qualche altra gara nazionale e internazionale vantare una così eletta schiera di partecipanti? Il Gran Premio del lavoro di Belmonte Piceno è una delle più importanti gare internazionali”.

Curiosità: quell’anno Coppi si presentò per la prima volta in pubblico con la “dama bianca” (indossava un montgomery bianco) la quale pensava di passare inosservata. Alcuni giornalisti invece pubblicarono le foto che la ritraevano insieme a Fausto e scoppiò il caso Coppi-Dama bianca, che per tanti anni riempì le pagine dei giornali.

Ci furono altre due edizioni, poi calò il sipario: le difficoltà economiche si fecero sentire e furono più forti del coraggio dei belmontesi. La corsa rimase per tanti anni un orgoglioso ricordo fino a che, come l’Araba Fenice che risorge dalle ceneri, dopo tredici anni dall’ultima gara, fu rimessa in piedi da un’altra organizzazione la sesta edizione che vide la partecipazione della nuova generazione di ciclisti, compreso il nuovo asso Felice Gimondi.

Si andò avanti ancora per sei anni realizzando belle corse, fino a che, per mancanza di fondi, si dovette chiudere il capitolo per sempre.

Ma nel ricordo di tutti i Belmontesi e non solo, quelle mitiche, di cui si è ancora particolarmente fieri, sono le prime edizioni, caratterizzate dalla serietà, dalla passione dei partecipanti e soprattutto dal coraggio di mille persone che hanno saputo lavorare insieme con impegno e sacrificio per il raggiungimento di un grande traguardo comune.

L’albo d’oro delle dodici edizioni del Gran Premio del Lavoro vede moltissimi illustri vincitori: Gino Bartali (1951), Arrigo Padovano (1952), del montegranarese gregario di lusso di Coppi: Michele Gismondi (1953), Giancarlo Astruà (1954), Barozzi (1955), Felice Gimondi (1968-1969), Olè Ritter (1970), Fabrizio Fabbri (1971), Franco Bitossi (1972) e dei due marchigiani: Enrico Paolini (1973) e Giancarlo Polidori (1974) nelle ultime due edizioni.

Prestigiosi piazzamenti sul podio anche per il compianto ex ct della nazionale di ciclismo: Alfredo Martini (1952-1955), Geminiani (1953), Gismondi (1954), Polidori e “il camoscio d’Abruzzo” Vito Taccone (1968), Ritter (1969), Bitossi e “Gigi” Sgarbozza (1970), “Miro” Panizza e Gimondi (1971), Polidori e Fuente (1972).

Tornando a Felice Gimondi, nato il 29 settembre 1942 a Sedrina (BG), è passato professionista nel 1965, dopo due anni di dilettantismo, chiudendo l’attività professionistica nel 1979 e seppur la sua carriera è coincisa in gran parte con quella del “cannibale” Eddy Merckx, grazie alle sue doti di campione completo: sul passo, in salita, a cronometro e in volata, è riuscito ad ottenere numerosi e prestigiosi successi iniziando a vincere nel 1965 nel Tour de France e chiudendo la carriera con il successo nel Giro d’Italia del 1976, per totali 118 primi posti.

Tra questi spiccano il trio dei “Grandi Giri” (d’Italia, Tour e Vuelta), che ne fa uno dei soli sette ciclisti ad aver fatto l’en-plein; l’oro nel Mondiale 1973 a Montjuic, l’argento nel 1971 (Mendrisio) e il bronzo a Leicester 1970; oltre agli exploit nelle Grandi Classiche: due Giri di Lombardia, una Milano-San Remo, una Parigi-Roubaix, non disdegnando di cimentarsi anche nelle gare su pista e conquistando la vittoria finale in due Sei Giorni di Milano (1972-1977).

 

Fotogallery

Coppi e Bartali a Belmonte Piceno

 

 

Altre immagini di Gimondi nella corsa di Belmonte


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