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Da Fermo alle favelas brasiliane,
il teatro “al contrario”
(e senza frontiere) di Marco Renzi

TEATRO E SOLIDARIETÀ - Intervista all'ideatore di un progetto che in 10 anni ha già toccato Etiopia, Ghana, Albania e Kosovo, Kenya e lo stesso Brasile
mercoledì 11 Settembre 2019 - Ore 14:20
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di Andrea Braconi

Due anni in Etiopia, altrettanti in Amazzonia, in Ghana e in Albania e Kosovo. Una volta in Kenya e quest’anno il ritorno in Brasile. Non si ferma il progetto dei Teatri senza Frontiere dell’instancabile Marco Renzi, che si appresta a partire alla volta di San Paolo insieme a numerosi attori per far vivere agli abitanti delle favelas della metropoli carioca momenti di svago e di riflessione.

Al termine della presentazione del viaggio che partirà il 14 settembre per terminare alla fine del mese – presenti anche Moira Canigola, presidente della Provincia di Fermo, Michela Vita, assessore alla Cultura di Montegiorgio, Christian Luna, consigliere comunale di Porto San Giorgio, e Massimo Valentini, presidente dell’associazione Condividere Onlus – abbiamo raggiunto Renzi per conoscere meglio i contorni e le sfumature di questo particolare progetto, giunto al suo decimo anno di vita.

Come vi preparate, che sensazioni ci sono prima di una nuova partenza?

“Siamo sereni, è il decimo anno di Teatri senza Frontiere e un po’ di callo lo abbiamo fatto, come si dice. Ci sono delle new entry, perché ogni anno la formazione non è mai la stessa: abbiamo 6 compagnie diverse che hanno mandato delle persone che sono alla loro prima esperienza. In totale saremo in 13, noi che siamo i veterani lo affrontiamo forse con uno spirito diverso, ma sempre con grande piacere e determinazione.”

Cosa andrete a fare materialmente in queste due settimane?

“Il progetto è di una semplicità sconcertante, e come tutte le cose più sono semplici più mi piacciono. È nato da una riflessione, 10 anni fa, di ribaltare il concetto di internazionalità. Perché dovevamo solo ospitare compagnie che venivano da fuori? E perché non potevamo essere noi artefici di un’azione al contrario? Un progetto internazionale che partisse da noi e venisse fatto da noi.”

E con quale finalità?

“Portare in zone particolarmente degradate del mondo – e su questo c’è solo l’imbarazzo della scelta – quel formidabile strumento di comunicazione e di socialità che è il teatro, affinché il piacere di assistere insieme ad uno spettacolo possa essere condiviso anche da coloro che non hanno questa opportunità. Questo resta lo zenit, il timone e la rotta che abbiamo tracciato.”

Quest’anno tornerete in Brasile.

“Siamo stati lì anni fa in Amazzonia, ma questa volta andiamo a San Paolo, un contesto completamente diverso. Andiamo in quella che è la più grande città dell’America Latina, che fa 14 milioni di abitanti ma che arriva a 20 con il suo comprensorio, una megalopoli infinita e piena di tutte le contraddizioni che quel continente porta con sé, quindi grandi ricchezze e grandi povertà. Andremo lì con l’associazione Condividere onlus che ha realizzato e gestisce una serie di presidi all’interno delle favelas, cioè scuole, centri sociali e spazi di condivisione, sia per bambini che per anziani. Tutto questo è stato realizzato negli anni da Don Luigi Valentini, che per la cronaca è stato cittadino dell’anno sangiorgese e che nel 2016 ha ricevuto la cittadinanza onoraria di San Paolo in virtù di questo suo operare, non solo lì ma in altre città brasiliane. Ci sono 10 centri diversi che la Condividere onlus ha creato.”

Grandi ricchezze e grandi povertà, dicevi: come si inserisce il teatro in questo stridente contrasto?

“Questo saprò dirtelo meglio il 3 ottobre, quando torneremo. Noi abbiamo sempre operato dalla parte degli ultimi della terra, come dice il titolo di un libro che ha fatto anni fa. Ci siamo sempre rivolti a questo tipo di persone e la risposta in questi anni che abbiamo avuto è stata superiore alle nostre aspettative. Abbiamo visto che non si vive di solo pane e che la cosa che noi portiamo, vale a dire il teatro, apparentemente in una situazione particolare – pensiamo all’Africa, dove a volte sembra non esserci neanche l’aria per respirare – è apprezzato, seguito e voluto a tal punto che siamo dovuti tornare lo scorso anno in Ghana e a tal punto che il prossimo anno torneremo a Nairobi. È stato richiesto un prosieguo di questa esperienza, perché esistono altri bisogni umani che in qualche maniera il teatro tocca.”

C’è un altro luogo dove vorresti portare questo tuo progetto?

“Di luoghi dove vorremmo andare ce ne sono tanti e ci dispiace che in alcuni casi ci siamo mossi ma non siamo poi riusciti ad arrivare, come ad esempio in Siria a causa della guerra. Purtroppo la miseria nel mondo non manca e siamo coscienti che questo nostro contributo è una goccia in mezzo nel mare, ma siamo altrettanto coscienti che in mezzo a questo mare ci sono già dieci gocce in più.”

 


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