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Intossicazioni da funghi
Regna l’improvvisazione, l’Av4:
“Rivolgetevi all’Ispettorato micologico”

FERMO - Diversi i casi registrati nelle ultime settimane. I consigli degli ispettori: "Venite nei nostri uffici e fatevi certificare i funghi raccolti"
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di Andrea Braconi

Sono 3 i casi di intossicazione da funghi registrati nelle ultime settimane nell’area di competenza dell’Ispettorato Micologico dell’Area Vasta 4 di Fermo, che copre anche le zone di Ascoli Piceno e San Benedetto del Tronto.

DAL PRONTO SOCCORSO AL RICONOSCIMENTO DEL FUNGO

“In queste situazioni – spiega Antonio Paternesi – al medico serve la collaborazione del micologo per il riconoscimento, come previsto dalla normativa, del genere di fungo che ha causato l’intossicazione, in modo che si possa indirizzare in maniera corretta la terapia”.

Antonio Paternesi

Sono varie le sindromi che i funghi possono causare a breve, media e lunga latenza. “Dipende dall’orario che intercorre tra l’assunzione del fungo e l’insorgenza dei sintomi. Quel periodo di tempo è già indicativo per il tipo di rischio che il paziente può correre”.

Le chiamate arrivano dalle varie strutture sanitarie, a partire dal Pronto Soccorso, dislocate nei due territori provinciali ed il lavoro di Paternesi e del suo collega Marco Monaldi si basa su ciò che il paziente riesce a mettere a disposizione. “Possono essere resti di funghi ancora non cucinati, resti di puliture da recuperare nel cestino dell’immondizia, se ci sono, reperti legati a vomito o dietro aspirazione gastrointestinale. Noi dovremmo essere in grado di capire, ma a volte è veramente complicato perché non c’è nulla a disposizione, soltanto l’aver mostrato delle foto in base alla descrizione di quello che la persona aveva visto e raccolto”.

IL SERVIZIO DELL’AREA VASTA 4

Questa attività viene svolta a livello dipartimentale dal servizio Igiene Alimenti e Nutrizioni, al cui interno figura appunto l’Ispettorato Micologico. “È fondamentale – rimarca Paternesi – far passare un messaggio diretto ai raccoglitori, per sensibilizzarli sul fatto che non devono consumare funghi di sospetta determinazione. Se non riescono a capire il genere non devono mangiarlo. Invece c’è ancora qualcuno che si improvvisa, spesso si limita a guardare qualche foto su un libro o su internet, ma un conto è un’immagine, un conto è il fungo nella sua realtà e con le dovute distinzioni”.

L’invito, quindi, è di raggiungere la sede in via Zeppilli con il proprio cestino o la propria cassetta carica di funghi, far stilare una determinazione dai micologi della struttura pubblica e ricevere una certificazione. “A quel punto c’è la certezza che il consumatore può assumere funghi certificati e commestibili.

QUANTE INTOSSICAZIONI

Rispetto al dato iniziale, tiene a precisare Monaldi, i casi sono sicuramente superiori. “Non tutti vanno al Pronto Soccorso e con vomito e diarrea la cosa la risolvono al momento. Fortunatamente quelli che abbiamo affrontato non sono state situazioni gravi, anche se l’ultima sembrava complessa; poi sono stati fatti accertamenti più specifici per cercare la tossina specifica”.

LA MINIERA DEI SIBILLINI

I Sibillini sono un’autentica miniera per quello che riguarda i funghi, per autoconsumo ma anche da studio. “Non si tratta di funghi che si trovano solo qui – afferma Paternesi – ma se ne trova una quantità massiccia, mentre in altri posti sono più rari. C’è un funghetto che cresce sui 1.500 metri, ad esempio, che la gente viene a studiare durante la fioritura perché particolare e buono da mangiare.”

Il 2019, aggiunge, si è caratterizzato per un’eccezionale proliferazione di funghi buoni, stimabili in diversi quintali. “Da noi si va dai Monti della Laga al Vettore, dalla Priora a Castel Manardo fino al Maceratese. Tra Montefortino e Amandola ce ne sono molti e di vario tipo, sia funghi di prato che di bosco. Sempre riguardo ai funghi praticoli c’è anche la zona di Piano Piccolo e Pian Perduto a Castelluccio, sul versante marchigiano”.

Marco Monaldi

A NORMA DI LEGGE (E DI FORNELLI)

Ma raccoglitori non ci si improvvisa, è il mantra degli ispettori. “Bisogna fare un corso e ottenere un tesserino regionale, pagarne la quota di 20 euro annui e muoversi solo nel territorio regionale. A chi è sprovvisto la Forestale rilascia una sanzione”.

Nell’illustrare aspetti per lo più ignorati dai cittadini, Monaldi spiega come il settore sia regolamentato dalla legge regionale 17/2001, nel tempo revisionata. “Questa norma ha 3 allegati: l’allegato A riguarda i funghi mortali, che sono 8; il B circa 40 funghi tossici; infine il C, con 62 commestibili che noi possiamo certificare”.

“Fatevi sempre certificare i prodotti dal nostro ufficio – prosegue .- e non fidatevi neanche dei conoscenti o di credenze popolari, a volte demenziali, che dicono che visto che lo ha mangiato un animale allora significa che è commestibile: dimentichiamo che gli animali hanno un apparato digerente diverso dal nostro. Altro aspetto importante: alcuni funghi hanno delle tossine termolabili e devono essere sbollentati in una certa maniera, ma anche qui, purtroppo, ci si improvvisa”.

Sono solo 4 o 5 i funghi che possono essere mangiati al carpaccio, sottolinea, mentre gli altri vanno cotti e soprattutto cotti bene. “Devono bollire almeno 20 minuti, con il caldo che deve arrivare al cuore del prodotto. Una volta fatto vanno sciacquati e l’acqua va tolta”.

E, ovviamente, non basta navigare in rete: bisogna studiare ed essere preparati. Perché il rischio, seguendo la “microlezione” che Monaldi ci regala all’interno degli uffici dell’Ispettorato, è realmente significativo. “C’è l’amanita cesarea che è uno dei più buoni, ma c’è anche l’amanita falloide che, una volta ingerita, può far andare il fegato in necrosi, con un’elevata possibilità di dover ricorrere, nei casi migliori, al trapianto”.

Ma il peggiore che può essere trovato sui Sibillini è il cortinarius orellanus. “È un fungo che la gente scambia per un altro fungo ridicolo, ma il primo ti inibisce le funzioni renali e dopo diversi giorni si manifestano i sintomi con dolori atroci, in particolare alle articolazioni e anche con sudore e lacrimazione. Dopo 24 ore ti senti bene, invece dopo altre 24 vai in ittero, i reni non gestiscono più nulla e bene che va si arriva in dialisi”.

Ultimo esempio è quello della lepiotina. “Può facilmente essere scambiata per un commestibile prataiolo. I colori delle lamelle sono importanti, possono assumere 5 variazioni diverse e devi sapere esattamente cosa stai raccogliendo, non puoi sbagliare”.

I RISCHI DELLA MONTAGNA

Massima attenzione, consigliano gli ispettori, va posta anche sull’abbigliamento. “Quando ci sono fioriture enormi la gente si lancia verso la raccolta con un abbigliamento assolutamente sbagliato, quando invece in quelle zone i rischi sono tanti. Pensiamo al pericolo delle zecche, delle quali c’è una proliferazione enorme; ci sono le processionarie che sono cresciute in modo veloce, fanno i nidi sugli alberi e il pulviscolo che secernono può provocare dermatiti serie; le api escavatrici, che vivono sotto terra o nei buchi degli alberi secchi; e poi animali come i cinghiali”.

Oltre a come ci vestiamo per proteggerci, tiene ad evidenziare Monaldi, c’è anche la questione delle scarpe adatte. “Qualche anno fa in Italia sono morte diverse persone che andavano a funghi, ma non sono decedute per quello che hanno ingerito, piuttosto per cadute in zone impervie. Tre anni fa anche da noi una donna è caduta e scivolata in un costone, dove ha battuto la testa perdendo la vita. E considerate che questi problemi accadono anche a noi, nonostante l’esperienza e l’abbigliamento sicuramente idoneo. Per tali motivi ci sentiamo di invitare le persone a rispettare anche quelle regole non scritte che però, in tantissimi circostanze, evitano traumi significativi o situazioni peggiori”.


© RIPRODUZIONE RISERVATA


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1 commento

  1. 1
    Fabrizio il 5 Novembre 2019 alle 23:06

    Meglio non fidarsi dei funghi, specie se non si è bravi conoscitori!

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