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L’Arcivescovo Pennacchio ospite di Radio Fermo Uno: “Vogliate bene alla Chiesa come a una mamma”

FERMO - "Rapportiamoci alla Chiesa come un figlio fa con la propria mamma. Anche se un po' invecchiata resta sempre la più bella"
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di Paolo Paoletti

foto Simone Corazza

“Gesù vuole che i giovani siano vivi, non li vuole smorti, eccessivamente devoti o spiritualisti. Li vuole vivi nella vita quotidiana. Se un giovane non è contento, non è sereno ed inserito, non gli puoi neanche annunciare il Vangelo, o meglio lo puoi fare ma affinché torni ad essere vivo e sereno”. E’ solo uno dei passaggi dell’Arcivescovo di Fermo, Mons, Rocco Pennacchio, ospite questa mattina negli studi di Radio Fermo Uno e nella redazione di Cronache Fermane. Ad accoglierlo, accompagnato da don Michele Rogante, la presidente Nunzia Eleuteri, il direttore Paolo Paoletti e il personale di radio e redazione. Un’intervista ad ampio raggio in cui Mons. Pennacchio ha fatto il punto sulla linea pastorale portata avanti nell’Arcidiocesi più grande nelle Marche, a pochi giorni da una ricorrenza importante.

25 NOVEMBRE: DUE ANNI FA L’ORDINAZIONE A VESCOVO E L’ARRIVO A FERMO

L’intervista con l’Arcivescovo è iniziata ricordando proprio l’imminente anniversario dei due anni dalla sua ordinazione: “Il 25 novembre del 2017 venni ordinato vescovo – ha spiegato Mons. Pennacchio –  tra l’altro  il 25 novembre è la ricorrenza di Santa Caterina d’Alessandria, nome di una bella e famosa parrocchia di Fermo dove ormai è nata una tradizione con il parroco don Sergio. Ogni anno, in questa occasione, vado a celebrare messa. Divenni vescovo a Matera in una partecipata cerimonia al palazzetto dello sport. La settimana successiva, il due dicembre, ci fu l’ingresso a Fermo. Non si è trattato solo di un evento ma anche un fatto giuridico importante. Con l’ingresso ufficiale nell’arcidiocesi infatti, il vescovo prende possesso e ne diventa responsabile”.  C’è poi un orario che per Mons. Pennacchio significa molto: “Sia la celebrazione per l’ordinazione che la messa d’insediamento si svolsero per coincidenza alle 4 del pomeriggio. Ricordo ancora che feci riferimento, durante l’omelia a Fermo, al Vangelo di Giovanni. Quando infatti Giovanni Evangelista scrive ottant’anni dopo dell’incontro con Gesù, ricorda l’orario preciso in cui avvenne, le 4 del pomeriggio. E’ un segno di un incontro importante”.

IL PASTORE DI UNA COMUNITA’: “NON CAPISCO PER QUALE MOTIVO DOVREMMO DARCI DELLE ARIE”

Nel corso dell’intervista si è parlato anche di quando Mons. Pennacchio arrivò a Fermo e sorprese tutti celebrando la normale messa della sera, alla vigilia del suo insediamento ufficiale, nella chiesa di San Domenico, tra lo stupore dei tanti parrocchiani: “Venni un giorno prima perché portavo i miei genitori che sono anziani e malati quindi era giusto così. Come si sa, ogni sacerdote deve celebrare la messa tutti i giorni. Lo fa per dovere ma soprattutto per piacere. Quindi cercavo una parrocchia dove celebrare messa, la più vicina era quella di don Michele e andai lì. Forse non mi ero perfettamente reso conto che non ero più un parroco qualunque”.

Sin dai primi giorni del suo insediamento Mons. Pennacchio ha rappresentato, per l’Arcidiocesi di Fermo, la figura del pastore, abbattendo le barriere di comunicazione nei confronti della comunità di fedeli più grande delle Marche: “C’è un fattore che fa parte del carattere, io sono fatto così. Tendenzialmente non recito una parte e  non riuscirei neanche a sforzarmi per farlo. A volte il rapporto con il vescovo dipende dal carattere.  C’è chi è più riservato e tendenzialmente può incutere maggiore rispetto e chi è più immediato, cosa che potrebbe indurre una maggiore semplicità di approccio. Peraltro io penso che l’immediatezza non significhi mancanza di rispetto, nel senso che se una persona ti vuole rispettare lo fa anche se sei immediato e se invece non vuol farlo, lo farà forse solo formalmente ma poi di fatto no. C’è anche un tema culturale e storico. Non viviamo in tempi di trionfi. La Chiesa probabilmente non è nemmeno più maggioranza nella società, nel senso dei cristiani convinti e appassionati. E per fortuna non è più un centro di potere, a volte anche economico. Non capisco per quale motivo dovremmo darci delle arie“.

LA RIVOLUZIONE DEI GIOVANI: “IL RISCHIO E’ FORNIRE RISPOSTE A DOMANDE CHE NON SONO MAI STATE POSTE”

A partire dal convegno diocesano di inizio anno pastorale, svoltosi lo scorso 21 settembre, è emerso come tema centrale quello dei giovani, tra le novità illustrate dall’Arcivescovo quella relativo al rinnovo dei componenti dei vari consigli pastorali. Prevista, al loro interno, la presenza di una sorta di “quota giovani” proprio per dare ancora più voce a una realtà che rappresenta il futuro della Chiesa e dell’Arcidiocesi: “Il sinodo del 2018 ha portato all’attenzione della Chiesa e del Papa la questione giovanile da tanti punti di vista. A noi interessa soprattutto come annunciare ai giovani il Vangelo, come aiutarli a fare discernimento nella loro vita e come sostenere la fede. In sintesi il Papa dice che Gesù vuole che i giovani siano vivi, non li vuole smorti, eccessivamente devoti o spiritualisti. Li vuole vivi, nella vita quotidiana e nella vita normale. Se un giovane non è contento, non è sereno ed inserito non gli puoi neanche annunciare il Vangelo, o meglio lo puoi fare ma affinché torni ad essere vivo e sereno“.

L’Arcivescovo ha poi aggiunto: “Dobbiamo superare un piccolo pregiudizio, quello che essere giovani cristiani significhi sminuire la vita, gli affetti, i divertimenti. Non è così. Abbiamo bisogno di recuperare questo primo passaggio educativo. Per fare questo, e arriviamo al secondo passaggio, non possiamo aspettare che i giovani vengano chiamati a raccolta da noi, dobbiamo andarli ad incontrare dove vivono e, chiaramente, occorrono delle persone adatte, dei mediatori potremmo chiamarli.  Valorizzando questi ragazzi un po’ più grandi magari, che pur non avendo doti particolari dal punto di vista catechistico, biblico e formativo, sanno però aggregare, sanno incontrare. Poi c’è il tema del coinvolgimento. Dobbiamo far percepire ai nostri ragazzi che non abbiamo come primo passo da compiere quello di fornire loro risposte ma ascoltare le loro domande. Il rischio è di fornire risposte a domande mai poste. Per fare questo primo passaggio abbiamo bisogno di spendere (non perdere) tanto tanto tempo con loro. Quello che ci diciamo spesso, anche durante le riunioni con i sacerdoti, è di non avere timore di consumare la propria giornata con i giovani ascoltandoli e provando a coinvolgerli. Non secondo schemi precostituiti che magari sono nella nostra mente perché da decenni nella chiesa è stato fatto così, ma provando a innovare e rivoluzionare quello che può essere un programma tradizionale di una comunità parrocchiale“.

PAPA FRANCESCO E L’APERTURA DELLA CHIESA AI POVERI, AGLI SVANTAGGIATI: “A QUESTO NON ERAVAMO ABITUATI, MA E’ SEMPLICEMENTE IL VANGELO”

Parlando dei vari Papi che si sono succeduti alla guida della Chiesa Cattolica, Mons. Pennacchio ha parlato di persone giuste al tempo giusto. “Papa Benedetto XVI ha avuto un ruolo davvero importante nei suoi 8 anni, seguiti ai 27 anni di San Giovanni Paolo II che ha fatto trottare la Chiesa e a volte anche il mondo. Ricordiamo l’anniversario di qualche giorno fa della caduta del muro di Berlino. Di solito il valore di un pontificato lo si apprezza successivamente. Questo Papa, Francesco, attraverso quella che secondo alcuni può sembrare una destrutturazione della Chiesa, ma in effetti non lo è, sta mettendo in discussione alcune sicurezza che potevano essere patrimonio ormai acquisito del passato ma che tali non sono. Per esempio, dal punto di vista della pastorale della famiglia, il Papa, dopo il sinodo sulla famiglia, con l’esortazione Amoris laetitia, ha aperto alla comprensione, all’accoglienza, al discernimento attento a tutte quelle situazioni cosiddette, una volta, irregolari, parliamo del divorzio, dei separati, dei conviventi, che troppo frettolosamente in passato li accantonavamo come persone che ormai erano condannate. Aprire, aprire in generale a questo tema, aprire all’ambiente, ma soprattutto aprire noi Chiesa europea a uno sguardo sul mondo a partire dai poveri, dalla parte di chi è più svantaggiato, noi a questo non eravamo abituati ma è semplicemente il Vangelo”. 

UMILTA’ MA ANCHE RISPETTO PER IL DONO DEI SACRAMENTI: “IL CLIMA E’ CAMBIATO”

In conclusione si è toccato il tema di coloro che si sentono esclusi dall’accesso ai sacramenti pur nutrendo una profonda fede: “Posso invitare coloro che si sentono in una situazione di marginalità rispetto alla comunità ecclesiale a non avere timore di avvicinarsi, il clima è cambiato, e non lo dico per populismo. Ci vuole umiltà da tutte e due le parti. Da parte nostra, va riconosciuto che l’esperienza religiosa c’è anche in coloro che sono stati segnati da vicende della vita che devono essere chiamate per nome e che non si possono trascurare, esperienze negative per la comunità cristiana, come la rottura di un matrimonio. Ci vuole umiltà però anche da parte delle persone di non rivendicare diritti, senza prima (o contemporaneamente) sperimentare una vita comunitaria. I sacramenti non possono essere un diritto ma sono un dono, di fronte al quale accostarsi con grande umiltà”.

LA NOSTRA CHIESA, COME UNA MAMMA, ANCHE SE CON QUALCHE RUGA RESTA SEMPRE LA PIU’ BELLA

“Vorrei che tutti fossimo convinti che la nostra Chiesa, (intesa come comunità cristiana) per quanto possa avere delle rughe, è pur sempre una mamma. Rapportiamoci alla Chiesa come un figlio fa con la propria mamma. Anche se un po’ invecchiata resta sempre la più bella”.

 


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