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Da Redattore Sociale la sfida di Don Vinicio:
“C’è una guerra tra ultimi e penultimi,
il giornalismo deve stare dalla parte giusta”

FERMO - Venticinquesima edizione per il seminario di formazione nazionale, una realtà che per Maurizio Blasi si è sempre mossa nella direzione giusta: "Avete remato anche quando il vento soffiava in direzione ostinata e contraria"
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di Andrea Braconi

“Il bravo giornalista è un redattore sociale” commentava qualche anno fa il compianto Roberto Morrione proprio nel partecipare ad una delle edizioni del seminario nazionale di formazione che, da 25 anni, si svolge nella Comunità di Capodarco di Fermo.

Redattore Sociale, appunto: un nome che porta con sé una lunga storia, raccontata da un parterre di giornalisti chiamati a raccolta da Don Vinicio Albanesi. “Questa è un’edizione importante – ha spiegato in apertura -, è un momento che diventa un punto di partenza per capire quale nuova informazione il sociale necessita”.

Nel 1994 il primo incontro, pensato come un confronto su marginalità e disagio. “Quel primo titolo ci ha accompagnato per tanto tempo, dando il nome nel 2001 all’agenzia. Il gridare che tutto era ingiusto non bastava più: era questo lo spirito degli inizi. E 25 anni dopo siamo ancora qui, con la stessa intenzione”.

Di strada da fare ce n’è ancora molta, ma i numeri raccontano di un percorso straordinario: in uno dei corridoi della Comunità spiccano le 25 copertine delle edizioni svoltesi a Capodarco. “Ma in totale ne abbiamo fatte 56 in tutta Italia, tra Milano, Roma, Napoli, Trento e Palermo. Sono state quasi 8.000 i partecipanti, con un confronto importante sviluppato in tutti questi anni”.

Venticinque copertine che raccontano molto di come è cambiata la comunicazione. “Il nostro stile va alla sostanza, non alle celebrazioni – ha aggiunto Don Albanesi -. Il tema di quest’anno è ‘Guerra e pace’ perché viviamo in un mondo inquinato, con un inquinamento che ha però delle zone ancora fertili. Tanti sono stati i titoli che abbiamo creato: tra questi Algoritmi, Disorientati, Il dittatore, Sotto il tappeto, Meraviglia, Corre la lepre, Di razza e di classe, Acciaio e cristalli, Periferie umane, Maschere, Nascondigli, Volo radente e tanti altri ancora”.

Visibilmente emozionato Stefano Trasatti, responsabile comunicazione di CSVnet, che qui ha lavorato per ben 23 anni, anche come direttore di Redattore Sociale. “Ci siamo separati 4 anni fa in modo civile, ma lo strappo c’è stato – ha sottolineato – ma vi dico grazie perché ho finalmente capito l’ebrezza che regala lo stare qui. E mi sono reso conto perché tante persone in questi anni si sono offese per non essere state invitate”.

Navigando tra i ricordi, Trasatti ha citato diversi episodi significativi, come le scarpe regalate al grande Ryszard Kapuściński. “Con Vinicio volevamo fargli un regalo e così sono andato in un calzaturificio di Montegranaro a cercare scarpe che all’epoca costavano 1 milione di lire; ne ho prese due paia per farlo scegliere, una marrone e una nera, e lui le ha scelte entrambe. Già in uno dei suoi capolavori, Kapuściński raccontava che in Bielorussia fino all’età di 6 anni aveva camminato scalzo”.

Trasatti ha ricordato la dolcezza di Mario Dondero, la popolarità di un Gad Lerner letteralmente adorato dai giornalisti, la contentezza di Roberto Morrione, l’emozione di Ferruccio De Bortoli. E poi Marco Damilano, che mostrava la sua tessera di Non Important People, Marino Sinibaldi che sudava mentre intervistava Altan, il medico della Croce Rossa Alberto Cairo, Paolo Rumiz, Paul Lewis, Gianluca Nicoletti, Alessandro Leogrande, scomparso 2 anni fa, ed un giornalista afghano “che abbiamo fatto scappare dal suo Paese perché minacciato”.

Spazio anche alle “sole storiche”, cioè a quelle figure che avevano dato disponibilità per poi “sparire”: nomi prestigiosi come Salgado, John Bergen, Padre Giulio Albanese, Bianca Berlinguer e anche Milena Gabanelli.

“Oggi non si può rimanere alla finestra – ha proseguito Franco Elisei, presidente dell’Ordine regionale -, occorre reagire e la categoria ha dimostrato di saper mettere in atto quel fenomeno che chiamiamo resilienza. Ma di certo non possiamo farlo da soli. Viviamo in conflitti perenni, vediamo il caso di giornalisti minacciati: è la dimostrazione che c’è sempre più bisogno di noi”.

Elementi fondamentali della professione restano raccolta, elaborazione e divulgazione, con il termine centrale che diventa fondamentale. Ed è proprio quello, secondo Elisei, che dà più fastidio. “Dobbiamo assumerci tutta la responsabilità e la nostra è una professione di doveri. Oggi la concorrenza si basa sui secondi della pubblicazione e questo può determinare una scarsa consapevolezza. Occorre recuperare credibilità attraverso una riflessione maggiore sulla nostra professione e una terapia è quella di usare le parole giuste: spettacolarizzare la paura fa audience, ma quanto in realtà questo ha un ritorno? Sicuramente lo ha nell’immediato, ma non alla distanza. Dobbiamo evitare un ritorno immediato di consenso, anche nella nostra professione. E a proposito del tema di questa edizione, dobbiamo lavorare per una pace tra giornalisti e lettori, ma sarebbe auspicabile anche la pace tra giornalisti stessi”.

“Questo posto aveva alle spalle vent’anni di una storia speciale, dove non si declinava il pronome Io ma il Noi, un posto che accoglieva i più emarginati di tutti – ha ricordato ai presenti Maurizio Blasi, caporedattore del TGR Marche -. Il posto piaceva alla parte dei giovani giornalisti dell’epoca che cercavano una sponda fuori dalla professione, per leggere la stessa professione in modo più affascinante e gradevole. Voi ci davate l’unica possibilità di interpretare la professione in modo diverso”.

E da lì, nel 1990, iniziò un lavoro comune. “Il nostro esperimento era far lavorare insieme gli operatori dell’informazione e quelli dell’emarginazione. Non era uno che insegnava all’altro, ma si chiamava contaminazione di esperienze professionali. Perché una speranza esisteva soltanto nella capacità di apprendere il pronome Noi dalle esperienze degli altri. L’anno dopo facemmo la stessa esperienza, con un dossier su informazione ed emarginazione. Con il mio ragionamento sto cercando di trovare una radice che non deve morire. La nostra idea era di dare una speranza di futuro. E in questo c’è il percorso nobile di Redattore Sociale”.

“La cosa che serve a voi oggi, come a noi tanti anni fa, è quella di avere più punti di vista possibili su quello che fate” ha detto Blasi rivolgendosi ancora ai giornalisti in sala, per poi concludere con un richiamo alla storia di Redattore Sociale: “Il vostro lavoro quasi trentennale si è mosso nella direzione giusta, avete remato anche quando il vento soffiava in direzione ostinata e contraria”.

Venticinque anni fa, quando Redattore Sociale è nato, la formazione non era obbligatoria. A ricordarlo è stato Roberto Natale, responsabile della Responsabilità Sociale Rai. “Eravamo in una categoria dove c’era ancora chi sosteneva, senza arrossire, che non aveva bisogno di formazione perché aveva passato un esame. Ma eravamo proprio noi a chiedere che queste iniziative venissero riconosciute come formazione. E poi alcuni nomi del giornalismo li ho conosciuti qui, come Leogrande che solo anni dopo ho capito chi fosse. Qui hanno preso corpo iniziative, qui c’è l’origine della Carta di Roma proclamata nel 2008. Qui c’è sempre stato un richiamare i giornalisti alle proprie responsabilità e oggi ce n’è ancora bisogno, perché siamo il Paese della percezione: è attestato, infatti, che l’Italia è il Paese nel quale è massima la distanza tra i dati di fatto e ciò che la gente ne pensa”.

Un esempio, ha rimarcato, è quello dei migranti. “Sono il 7% della popolazione, ma la presenza percepita è del 25%. Quanti disastri si possono costruire in questa forbice… Siamo il Paese in cui l’agenda la fa la politica, anche quella dell’informazione, mentre noi dovremmo essere i sacerdoti della verità sostanziale dei fatti. I messaggi d’odio si costruiscono sul sociale e, quindi, qui la battaglia è decisiva. Penso anche alla Carta di Assisi, quella dei doveri della comunicazione ai tempi dei social, in un Paese dove siamo tutti comunicatori: un decalogo, con il punto 4 che ci dice di imparare a dare i numeri giusti. E qui a Capodarco, anno dopo anno, abbiamo imparato che dovevamo sentire gli esperti e le esperte per poter dare i numeri giusti”.

Purtroppo, il mondo del giornalismo deve ancora imparare a raccontare il sociale. “E imparare a raccontare il sociale significa raccontare la pace, perché raccontare la guerra è facile. Dobbiamo invece saper raccontare la bellezza delle esperienze positive, anche quando non c’è alcun incendio da descrivere”.

Un tavolo pieno di emozioni, quello di Capodarco, come lo ha definito Vittorio Di Trapani, segretario del sindacato dei giornalisti Rai (UsigRai). “È stato un viaggio in un’Italia che cambiava, un cambiamento che andava prima di tutto compreso da noi giornalisti. Da qui l’importanza di conoscere, come elemento fondante della nostra formazione. Sembra una cosa banale, ma lo è meno se ci rendiamo conto che stiamo vivendo un’epoca in cui altrove i libri vengono bruciati, e mi riferisco alla libreria La Pecora Elettrica. Questa è un’epoca nella quale le memorie devono essere cancellate e rimosse, come avvenuto con la Segre. Un’epoca nella quale addirittura gli striscioni hanno fatto paura, siamo passati dal fermiamo i barconi al fermiamo i balconi, semplicemente perché quella era un’azione di protesta. E come ha detto il pontefice, viviamo immersi nelle community senza essere comunità perché non c’è quel Noi e quella comunanza di valori che contraddistingue una comunità”.

Di Trapani, nel concludere il proprio intervento, ha voluto lanciare una proposta. “Proviamo a seguire un filo che è quello della nostra Costituzione, che può essere quello dell’articolo 3, dell’11, del 21. E potremmo anche scegliere qualche titolo tipo ‘Io non odio’: perché non possiamo essere neutrali, serve essere partigiani. Sono sicuro che quando quel vento soffierà bisognerà essere resistenti intorno a valori condivisi, dalla parte dei diritti, degli ultimi, delle periferie. Essere dalla parte del Noi e non dell’Io”.

A citare una significativa frase dell’ex presidente degli Stati Uniti Barack Obama è stato Piergiorgio Severini, segretario regionale del Sigim e consigliere nazionale della Fnsi. “Viviamo tempi pericolosi, la gente non sa più cosa è bene e cosa no: è una frase detta con profonda amarezza, che dà il senso del perimetro planetario che stiamo vivendo. Nessuno si sta accorgendo di questo aspetto perché quella che abbiamo tutti i giorni sotto mano è la logica delle multinazionali, con risorse che vanno a finire in pochissime mani e in una direzione profondamente sbagliata, alterando la realtà dei fatti e facendo comunicazione piuttosto che informazione. Stiamo vivendo un terzo conflitto mondiale, in maniera meno cruenta ma che dà l’esatta misura dal punto di vista delle conseguenze”.

Un quadro che spinge, secondo Severini, a ragionare su numeri precisi. “In Italia nel 2018 per le cosiddetti aziende Ott (Over the top) c’è stato un fatturato di 2,6 miliardi, con imposte pagate per soli 64 milioni, cioè il 2,66%: una cifra ridicola, sapendo che lo stipendio medio di un lavoratore viene tassato almeno al 27%. È questo il problema dei problemi”.

Sul fronte dell’informazione regionale, ha voluto porre l’accento sulla presenza di 2 soli quotidiani e sul fatto che un’agenzia come l’Ansa abbia appena 2 giornalisti per coprire il territorio. “In questi anni qui sono stati investiti oltre 2 milioni di euro di soldi pubblici che dovevano servire per migliorare la comunicazione, soldi che di fatto non hanno prodotto un solo posto di lavoro, se non qualche residuo di contratto part time. La globalizzazione ha globalizzato anche questo, fanno l’impossibile per renderci la vita impossibile, per limitare l’informazione scomoda che serve a confutare tutte quelle balle di cui siamo circondati. Per fortuna ci sono delle eccezioni importanti, ma la sfida che abbiamo davanti è far sentire quotidianamente al potere politico che deve riequilibrare questa situazione, seguendo i principi della nostra Costituzione”.

“Basta così, non se ne può più – ha tuonato Don Albanesi -. Quando si superano certi livelli poi si pagano le conseguenze. Stiamo facendo una proposta di sottoscrizione per quell’Albania terremotata che però gli italiani odiano: la faremo comunque e vedrete che raccoglieremo pochissimi soldi, perché qui sta succedendo la guerra tra gli ultimi e i penultimi, una guerra feroce e cinica. Ma proprio per questo bisogna stare dalla parte giusta”.

Agli ospiti, nel concludere l’incontro, ha portato il ringraziamento per le loro convinzioni, le preferenze ed i vari punti di vista. “Questo è un segno non solo di libertà, ma anche di intelligenza. Sono contento di questi ricordi e accettiamo la sfida difficile: c’è da cambiare anche l’assetto di questo nostro ritrovarci, rifletteremo e continueremo perché, come diceva Madre Teresa, una goccia di acqua è poco però contribuisce a spegnere l’incendio”.


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