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LETTERE AL DIRETTORE
“Per Don Luigi l’incontro con l’altro
non era un mero incontro spirituale,
ma partiva dai bisogni delle persone”

RICORDO - La parole di Massimo Valentini: "In questi giorni siamo rimasti impressionati dallo sterminato numero di persone che lui ha incontrato su tutte le latitudini e con cui ha condiviso pezzi di vita generando nell’altro speranza e fede, una amicizia forte capace di sfidare tempo e distanze"
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di Massimo Valentini

Volevo portare a nome della famiglia un ringraziamento per la partecipazione avuta in occasione della dipartita del nostro amato Don Luigi. La circostanza legata alle norme di prevenzione dettate in questo periodo per il Coronavirus, che ci ha costretto a celebrare il rito funebre in forma privata, aiuta a comprendere meglio cosa ci dice la presenza di Don Luigi in mezzo a noi. Don Luigi proviene da una famiglia naturale , ma in questi giorni è apparso nella sua evidenza che lui appartiene ad una famiglia più grande. Lui è stato generato alla fede cristiana nella sua famiglia, sua madre Angelina, rimasta vedova in giovane età con otto figli, ha fatto crescere tutti tenendolo uniti e avendo come suo più grande desiderio che almeno uno diventasse prete.

Luigino è stato il preferito proprio perché ha realizzato questa sua grande aspirazione che testimonia la centralità affettiva che questa donna viveva con l’esperienza cristiana. Dopo questa prima generazione alla fede c’è stato un secondo momento decisivo nella vita di Don Luigi. Diventato prete fu nominato nei primi anni sessanta dall’Arcivescovo Perini responsabile della pastorale per gli studenti animando attività nella sede della Casa dello Studente in Via Anton de Nicolò a Fermo. Già allora riscontrava una grave difficoltà nel comunicare l’attrattiva per i giovani della fede cristiana, tanto che cominciò a guardarsi attorno cercando una risposta più convincente per sé e per i ragazzi che incontrava.

Nel febbraio del 1965 fu invitato ad un incontro di un prete di Rimini con degli studenti che erano stati conquistati dalla proposta di Don Giussani, fu una folgorazione che lo ha accompagnato per tutta la sua vita, perché Don Giussani proponeva la pertinenza della fede alle esigenze più profonde della persona invitando ciascuno ad una libera personale verifica. Quell’incontro determinò tutta la vita successiva di Don Luigi e di tanti che lui immediatamente coinvolse. Moltissimi giovani riscoprirono in quegli anni la bellezza dell’esperienza cristiana diffondendola nelle Marche e nelle sedi universitarie di Bologna, Perugia, Macerata ed altre ancora ove si recarono finita la scuola superiore , inoltre dopo questo incontro Don Luigi portò a maturazione la sua vocazione missionaria che lo portò a partire per Brasile nel 1970.

La prima considerazione inevitabile che si impone a questo punto è che Don Luigi fu investito dallo sguardo umano di sua madre Angelina e dallo sguardo umano di Don Giussani che comunicavano uno sguardo che veniva da lontano. Era lo stesso sguardo che alle 4 del pomeriggio avevano incrociato Giovanni e Andrea, lo sguardo di Gesù amante dell’uomo che ora si rendeva ancora presente in un flusso continuo di persone prese da Lui e che a sua volta lo trasmettevano. Infatti il primo riflesso sulla persona di Don Luigi di essere conquistato da questo sguardo fu la trasmissione ad altri di una passione umana per il singolo io. L’incontro con ciascuna persona era un incontro unico che portava ad un coinvolgimento personale in cui la persona faceva esperienza di essere amata, di avere un valore, di poter partecipare ad un luogo che la educava ad un cammino umano.

In questi giorni siamo rimasti impressionati dallo sterminato numero di persone che lui ha incontrato su tutte le latitudini e con cui ha condiviso pezzi di vita generando nell’altro speranza e fede, una amicizia forte capace di sfidare tempo e distanze. Per Don Luigi l’incontro con l’altro non era un mero incontro spirituale, ma essendo umano partiva dai bisogni delle persone. In Brasile, dopo essersi commosso per la morte di alcuni bambini in una favelas, iniziò a costruire le prime opere educative per i bambini brasiliani delle favelas. In questo infaticabile lavoro lui riverberò lo sguardo umano che aveva incontrato che si commuoveva per il bisogno dell’uomo, inoltre attinse a doti di capacità imprenditoriale che la cultura familiare gli aveva consegnato. Lo sviluppo di tale opere per bambini e giovani in Brasile è stata impressionante e lui coinvolse in questo passione educativa anche i suoi amici italiani fondando l’associazione Condividere.

Un altro aspetto che l’incontro con questo sguardo generò in Don Luigi fu quello dello stupore e della curiosità che ha avuto sino alla fine con una voglia di vivere e di costruire incredibile, un giovane incontenibile anche in tarda età. Da ultimo mi preme anche evidenziare il suo senso della storia. Proprio perché certi incontri hanno segnato indelebilmente la sua vita, la sua affezione a questi luoghi e alla storia che ne è derivata è stata intensissima. Con la sua famiglia ha ricostruito tutti i legami di una origine comune che si erano dispersi riconnettendo i legami di una famiglia che era approdata anche in Brasile, Argentina e Canada, riproponendo costantemente la sua esperienza della bellezza dell’ essere uniti che ha vissuto nella sua famiglia. Lo stesso agli amici del movimento di CL ricordava sempre il 7 febbraio 1965, giorno dell’incontro con il carisma di Don Giussani che aveva cambiato la sua vita e quella di tante persone.

Don Luigi non era un uomo perfetto, come tutti aveva le sue virtù e le sue fragilità, ma certamente l’accoglienza dello sguardo umano che lo ha generato alla fede lo ha reso un testimone credibile, generando alla fede, alla speranza e alla carità , generazioni di persone in tutte le latitudini in cui è stato presente. Negli ultimi tempi stava già organizzando per il 18 luglio la festa per gli 85 anni del suo compleanno e per il suo sessantesimo di sacerdozio, sarà questa l’occasione per incontrare tutti gli amici di Don Luigi, non per celebrare una persona, ma per guardare un testimone che ha sostenuto e sostiene ancora la nostra vita perché ha fatto conoscere uno sguardo che abbraccia il dolore, vince la morte e genera una responsabilità costruttiva nella vita. Soprattutto in questo momento di smarrimento e paura che ha creato la diffusione del Coronavirus, ci ricordava recentemente Julian Carron in un articolo apparso sul Corriere della Sera, “ nessun compito è più decisivo che intercettare quelle presenze in cui si vede in atto una esperienza di vittoria sulla paura”.

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