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Il prefetto Filippi incontra le parti sociali:
“L’imperativo è la sicurezza sul lavoro”,
possibili controlli a campione

FERMO - Incontro con le associazioni di categoria e i sindacati. I dettagli e i passaggi da seguire nella riconversione delle aziende per la produzione di dispositivi di protezione individuale
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Il prefetto Filippi ha tenuto nella mattina di ieri una riunione in videoconferenza con le parti sociali per una disamina congiunta della situazione socio-economica sul territorio provinciale a seguito dell’emergenza epidemiologica in atto.
Presenti all’incontro, la Camera di Commercio Marche nella persona del dottor Schiavoni su delega del presidente Sabatini, le maggiori associazioni di categoria ed organizzazioni sindacali presenti sul territorio provinciale: Confindustria Centro Adriatico, Cna, Confcommercio, Confartigianato, Cgil, Cisl e Uil.
La riunione in ambito provinciale ha sviluppato i temi esaminati nel corso del confronto tenutosi a livello centrale tra il Presidente del Consiglio dei Ministri e le parti sociali, a seguito del quale è stato elaborato, tra l’altro, un “Protocollo condiviso di regolamentazione delle misure per il contrasto e il contenimento della diffusione del virus Covid-19 negli ambienti di lavoro”.

“Le associazioni di categoria intervenute – riferiscono dalla prefettura – hanno riferito in merito alla grave situazione in cui versano le aziende del Fermano per la chiusura di molte attività, dovuta alle nuove misure adottate dalla decretazione d’urgenza per il contenimento del contagio da Covid-19, in una fase storica in cui l’imprenditoria già accusava un forte ridimensionamento a seguito delle ripercussioni negative registratesi dopo il sisma 2016. Ciò ha costituito un indubbio aggravio della crisi economica che ha investito l’intero Paese ed ha portato alla costituzione di ‘area di crisi complessa’ anche in questo territorio provinciale.
Si è, però, convenuto che, al momento, l’unica stella polare dell’intero sistema, pubblico e privato, deve essere la tutela della salute pubblica, minacciata dalla virulenza del Covid-19 che ha ormai gravemente colpito anche la popolazione di questa provincia.
Confindustria, in particolar modo, ha rappresentato al Prefetto la necessità che il Governo stanzi adeguate misure economiche compensative per le imprese che, in questo momento, hanno dovuto fermare la produzione, ricevendo rassicurazioni sull’inoltro al centro delle esigenze rappresentate.
Cna ha chiesto, tra l’altro, ragguagli tecnici su alcune questioni attinenti proprio alle chiusure aziendali ed alla possibilità di riconversioni, successivamente evidenziate.


Ciò che il Prefetto ha ribadito alle parti sociali – spiega il capo di gabinetto, Francesco Martino – è l’esigenza del rispetto di quanto convenuto a livello centrale con il su richiamato Protocollo, circa il fatto che la prosecuzione delle attività produttive può avvenire solo in presenza di condizioni che assicurino ai lavoratori adeguati livelli di protezione e sicurezza.
Nello specifico, il Prefetto ha rimarcato alcuni passaggi del Protocollo, che potranno essere oggetto, anche a campione, di controlli da parte delle Forze dell’Ordine ed in particolare della Guardia di Finanza nonché dei Vigili del Fuoco, sia in merito alla corrispondenza delle attività produttive consentite con quelle effettivamente riscontrate in azienda, sia per ciò che concerne le misure da adottare per assicurare la salute nei luoghi di lavoro nell’attuale contesto emergenziale: incominciando dalla distanza interpersonale di almeno un metro e, laddove non sia oggettivamente possibile il rispetto di un metro tra una persona e l’altra, l’obbligo dell’adozione di dispositivi di protezione individuale nella loro integrale accezione tecnica (in primis, mascherine chirurgiche così come disciplinate dalla normativa vigente, da ultimo con le procedure previste dall’art. 15 del Decreto “Cura Italia”).
A tal riguardo, si fornisce di seguito un vademecum informativo in forma semplificata, che possa agevolare datori di lavoro e lavoratori nella comprensione delle diverse tipologie di mascherine e nel relativo uso.


Le aziende che intendono avviare una riconversione aziendale per produrre mascherine chirurgiche (ossia gli unici strumenti previsti come dispositivi medici a protezione individuale) devono attivare la procedura prevista dall’art. 15 del Decreto Legge n. 18 del 17 marzo 2020, che prevede l’invio all’Istituto Superiore di Sanità di un’autocertificazione nella quale, sotto la propria esclusiva responsabilità, attestano le caratteristiche tecniche delle mascherine e dichiarano che le stesse rispettano tutti i requisiti di sicurezza di cui alla vigente normativa. L’Istituto Superiore di sanità si pronuncia circa la rispondenza delle mascherine chirurgiche alle norme vigenti.
L’Istituto Superiore della Sanità, contattato ieri proprio dalla Prefettura in merito, ha confermato per iscritto, nella persona del Coordinatore Gruppo di Lavoro Dm Covid-19 presso gli uffici centrali di Roma, che questa procedura ‘non prevede silenzio assenso’ e, pertanto, le aziende non possono e non devono avviare la produzione delle mascherine chirurgiche prima della pronuncia (che potrà essere favorevole o di diniego). L’inottemperanza avrà, quale conseguenza, la sospensione dell’attività produttiva con decreto del Prefetto ed il conseguente sequestro della merce da parte delle preposte forze di polizia, in quanto non ne sarà possibile la commercializzazione.
La produzione di mascherine non chirurgiche (come tali non classificabili come dispositivi medici a protezione individuale) è consentita ai sensi dell’art. 16, comma 2 del citato decreto Cura Italia, in cui è previsto che gli individui presenti sull’intero territorio nazionale sono autorizzati all’utilizzo di “mascherine filtranti” prive del marchio CE e prodotte in deroga alle vigenti norme sull’immissione in commercio.
In relazione a ciò, la riconversione (seppur provvisoria) in produzione di mascherine filtranti può essere fatta dalle aziende, che però dovranno avere cura di non ingenerare con formule equivoche l’idea che siano dispositivi di protezione idonei a consentire una riduzione del “distanziamento sociale” che, invece, con dette mascherine deve rimanere quello stabilito nella distanza interpersonale di un metro (anche nei luoghi di lavoro, qualora si utilizzino tali tipologie di mascherine).
Sul tema ‘mascherine’ si è, altresì, suggerito alle associazioni di categoria di veicolare alle aziende la possibilità di avvalersi della produzione di mascherine in Tnt (“tessuto non tessuto”) per due ordini di motivi: la fabbricazione di ‘tessuti non tessuti’ e di articoli in tali materie (esclusi gli articoli di abbigliamento) è prevista in deroga dallo stesso Dpcm del 22 marzo 2020 nell’allegato in cui sono individuati i codici Ateco dei diversi settori (tessuto non tessuto: codice Ateco 13.95):
I prodotti in Tnt risultano filtranti di aerosol generato dall’alito umano per circa il 90% e sono, pertanto, maggiormente funzionali alle motivazioni sottostanti all’utilizzo delle mascherine.
Pur ricordando e confermando che, comunque, non sono classificabili come “mascherine chirurgiche”, quali dispositivi medici a protezione individuale.
Si è, tra l’altro, rimarcato in sede di videoconferenza che tale tipologia di prodotto viene usato nella produzione di calzature e, pertanto, le imprese del territorio (“distretto del calzaturiero”) sarebbero facilitate nella riconversione della propria attività aziendale. L’incontro con le parti sociali si è concluso in un clima costruttivo, dandosi appuntamento a successive riunioni di confronto sui temi della ripresa produttiva, allorquando la grave situazione sanitaria in atto volgerà al termine”.


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