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Covid19, risvolti psicologici
per sanitari, contagiati e famiglie
“Chiedere subito aiuto”

FERMO - Intervista alla dottoressa Mara Palmieri, direttrice del Dipartimento di Salute Mentale dell'Area Vasta 4: “È chiaro che ci sono alcune categorie più a rischio di altre, come l'operatore sanitario, la persona contagiata o i familiari, soprattutto quelli che hanno avuto un lutto: sono persone che vanno incontro a ricadute psicologiche e ad un impatto emotivo più forte di tutti gli altri”
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di Andrea Braconi

Tutti i cittadini, in questa fase, vivono in un clima di forte malessere, dove i sentimenti più comuni che si percepiscono sono disorientamento, paura, solitudine, impotenza, incertezza. Sentimenti che accomunano tutti quanti noi, come evidenzia nella sua premessa la dottoressa Mara Palmieri, direttrice del Dipartimento di Salute Mentale dell’Area Vasta 4 di Fermo. “È chiaro che ci sono alcune categorie più a rischio di altre, come l’operatore sanitario, la persona contagiata o i familiari, soprattutto quelli che hanno avuto un lutto: sono persone che vanno incontro a ricadute psicologiche e ad un impatto emotivo più forte di tutti gli altri”.

Partiamo dall’operatore sanitario.

“Si trova in questo momento a vivere una situazione di forte stress emotivo, dovuto al sovraccarico di lavoro, al senso di responsabilità, anche al forte senso del dovere che da una parte in positivo comporta un fare squadra, un senso di appartenenza all’ente e al reparto; ma nello stesso tempo c’è anche un’iperattivazione, che comporta in qualche modo una difficoltà ad entrare in contatto con i propri stati emotivi.”

Manca il tempo.

“Sì, il tempo di elaborare quello che si sta vivendo. Comunque, i ritmi sono molto frenetici e non c’è quella capacità di comunicare e di condividere, mancano quelle strategie individuali che ognuno è abituato a mettere in atto quando sente un forte stress emotivo, rituali generali come la camminata, la cena con amici o altre forme. In questo momento, purtroppo, non è possibile per cui c’è questo sovraccarico che, se non adeguatamente condiviso ed elaborato, può creare situazioni diverse.”

È cambiato anche il rapporto con il paziente.

“Il personale sanitario è abituato al rapporto con il paziente, ma non con questa intensità e gravità: tutto questo può portare ad uno stress individuale che tra un po’ di tempo si può ripercuotere in stati di burnout o sintomi di disturbi post traumatici.”

La reazione vista in tantissimi ospedali, compreso quello di Fermo, con una produzione di immagini positive nonostante le difficoltà, non significa quindi che gioco forza dietro quei volti, anzi, dietro quelle maschere, ci sia per quella corazza necessaria per attutire il colpo da un punto di vista psicologico.

“Questo è servito e serve molto per tirare fuori le energie positive e per affrontare il momento difficile. C’è chi ha lavorato ore molte più elevate rispetto ad un normale turno, ci sono persone che non sono tornate a casa per paura di contagiare i familiari. Quindi, il fatto di essere gruppo aiuta, ma ciò non toglie che individualmente ognuno senta il proprio stress. È chiaro che ognuno ha caratteristiche e risorse individuali, qui si sta parlando in senso generale: magari qualcuno non ha bisogno di un supporto, molti altri sì.”

E voi lo vedete dall’attività psicologica messa in atto attraverso il Gores Marche.

“C’è il supporto psicologico anche agli operatori, dove gli stessi hanno bisogno di comunicare la loro sofferenza, il loro disagio e la loro angoscia nel caso in cui non riescano ad alleggerirla secondo le proprie abitudini.”

Questo bisogno di comunicare emerge in contagiati e familiari?

“Moltissimo. Rispetto alle persone contagiate, alle famiglie o alle persone che hanno subito il lutto per la morte di persone care, hanno sperimentato un evento così improvviso e catastrofico, con una forte connotazione di paura.”

La paura della morte su tutte.

“In questo momento la paura di non farcela per chi è stato contagiato è così intesa che dà un carico emotivo negativo molto forte, quindi il bisogno di normalizzarla è sentito molto sia dai contagiati che dai familiari. È una richiesta di elaborazione della sofferenza, perché non c’è un altro canale in questo momento. Chi sta male vive in solitudine, il familiare vive in solitudine e non può dare l’accudimento necessario alla persona che sta male, non può neanche mettere in atto dei rituali nell’accompagnare nell’ultimo viaggio la persona cara. Mancando tutto questo, quindi, c’è il bisogno di avere qualcuno con cui comunicare la sofferenza, la necessità di riorganizzare lo schema emozionale e ricucire la rete interrotta, attraverso una vicinanza nuova che è la voce dell’operatore, che in qualche modo è un po’ un abbraccio che non hanno da tanto tempo, sia malati che familiari.”

Viene da fare un parallelismo: stiamo parlando di persone che sono state separate a causa del manifestarsi del virus, ma ci sono milioni di cittadini non contagiati che vivono invece in famiglia, in una dimensione circoscritta in pochi metri quadri. In quel caso che tipo di sguardo possiamo dare da un punto di vista psicologico?

“Lo stare in casa, riappropriarsi del proprio tempo, di alcune relazioni familiari per qualcuno può avere un senso positivo, per altri invece è una sofferenza. Laddove c’è una conflittualità familiare precedente ed il condividere in poco spazio relazioni difficili, può portare ad una esacerbazione di stress, tensioni e e aumentare i livelli di ansia che magari erano già presenti ma erano tenuti sotto controllo da una modalità comportamentale e lavorativa diversa da quella attuale. Ma ora tutto questo non c’è più ed ecco che uno stare più vicini che può inasprire divergenze abbastanza forti. Teniamo presente che ci sono anche situazioni di persone claustrofobiche, il cui rimanere in casa può essere molto faticoso. Insomma, è la perdita della routine alla quale non facciamo caso e che ora è basata sulla capacità individuale di reinventarsi. Ma c’è chi non ha questa capacità: io facevo quello, devo continuare a fare quello che facevo, se non lo faccio sto male. Alcune emozioni, anche di rabbia nei confronti di una modalità di vita diversa, possono portare a momenti di esplosività in persone non seguite dal nostro Dipartimento. Vivere dentro un’incertezza è un problema per tutti.”

Quando è importante chiedere aiuto, in quale momento?

“L’aiuto va chiesto subito. C’è un livello di sofferenza individuale che necessita di essere comunicata, soprattutto in questo momento è importante entrare in contatto con il proprio stato emotivo ed osservare alcuni sintomi individuali, tipo un livello di ansia somatizzata, l’insonnia, cioè un malessere che va comunicato per evitare che possa esserci la comparsa, tra qualche mese, di una sintomatologia da disturbo post traumatico, come è capitato in situazioni di calamità come la Sars. In quel caso è stato visto che a distanza dall’evento traumatico sono comparsi questi sintomi di tipo psichiatrico.”

Quindi, c’è uno storico importante sul quale basarsi.

“Sì. Per questo il supporto psicologico messo in atto dal Gores Marche è importante come fenomeno preventivo, per evitare che i sintomi diventino più gravi ed invalidanti, che vadano ad influenzare la quotidianità della persona: mi riferisco a sintomi come stati di ipervigilanza, esagerate risposte dall’allarme, sintomi depressivi, pensieri intrusivi associati all’evento che non abbandonano la persona e che anche durante la notte può portare un’insonnia molto importante. Tutto questo potrebbe avere anche una ricaduta anche sulla salute pubblica, con una notevole quantità di persone che potrebbero andare incontro a sintomi da stress.”

Un po’ come succede con l’elaborazione del lutto.

“Se questa non c’è dopo qualche mese compaiono i sintomi, per cui è necessaria una cura. Quello che è importante è la prevenzione e l’aiuto in questo momento.”

E nel momento in cui usciremo dalle nostre abitazioni?

“Comunque l’attenzione ci deve essere. Il livello di socializzazione, che è importante, può avvenire attraverso vie diverse, come il telefono o videochiamate. Comunque, occorrerà prestare sempre attenzione. Da psichiatra posso dire che l’ansia e la paura hanno una connotazione positiva di per sé, perché aiutano le persone a prendere le misure necessarie per proteggersi. Quando sono elevate, come in questo momento, sono disorientanti e generano uno stato d’angoscia, ma se rimangono a livelli minimi aiutano la persona comunque a proteggersi. Quindi, anche in questo momento, l’attenzione ci deve sempre essere.”

Restiamo sul vostro lavoro: state elaborando modalità specifiche, indipendentemente dal flusso che potrebbe esserci al termine di questa prima fase? Questo in generale, a prescindere dai pazienti.

“La prima cosa che cerchiamo di fare è comunicare tra di noi le angosce comuni. Siamo prima di tutto cittadini, condividere è importante, ci aiuta ad avere più strumenti per aiutare gli altri. Cosa stiamo facendo? Intanto il supporto psicologico che viene dato a tutti coloro che lo richiedono, cioè operatori, cittadini, sia che hanno avuto contatti con il Covid e non. Diamo anche una disponibilità telefonica come Dsm sempre per le urgenze, poi la collaborazione con i medici di base, che ci possono chiamare in qualsiasi momento. Insomma, ci stiamo attivando per dare una massima disponibilità ai bisogni della cittadinanza.”

Come servizio, vi siete organizzati subito per i pazienti che seguivate prima dell’inizio dell’emergenza.

“Sono pazienti che necessitano di essere seguiti, nonostante la situazione, ma il nostro esserci è anche per tutta un’utenza che necessità di un supporto psicologico e psichiatrico. Ripeto, sia attraverso consulenza telefonica o urgenza presso il Centro di Salute Mentale.”

Dottoressa, oggi più che mai di cosa c’è bisogno?

“C’è bisogno di prevenzione e di comunicare la sofferenza, facendo sempre attenzione ai propri stati emotivi, per evitare che questo possa portare ad una sintomatologia più seria tra qualche mese.”


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