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Monturano Campiglione: ”No
al calcio al tempo del Covid”

PROMOZIONE - Il direttore sportivo calzaturiero, Giuseppe Sfredda: "Lo avevamo detto sin dall'estate, era meglio non ripartire. Troppi i rischi di contagio, doverose quarantene e conseguenti pesanti disagi per i tesserati: così è impossibile fare sport in maniera serena e con entusiasmo"
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di Paolo Gaudenzi

 

MONTE URANO – Calcio al tempo del Covid, vicenda sempre più intricata.

Il Monturano Campiglione, collettivo inserito nel partente campionato regionale di Promozione, non ci sta e davanti agli impellenti quanto concreti rischi del caso esterna, senza particolari sconti, la propria posizione per voce del direttore sportivo Giuseppe Sfredda (foto). 

Per come noto, davanti al manifestarsi di un caso positivo in squadra (tra rosa dei giocatori, membri dello staff ed organigramma societario) da prassi sanitaria coloro che sono stati a contatto con il soggetto in questione sarebbero chiamati alla doverosa quarantena, con i molteplici disagi del caso, in primis l’assenza da lavoro in quota a chi di calcio, dilettantistico, naturalmente non trae reddito.

Siamo ripartiti per la preparazione con oggettivo scetticismo nell’ormai lontano 19 agosto – l’analisi di Sfredda – nonostante per tutta l’estate noi, come altri club di categoria, abbiamo gridato a gran voce al Comitato Regionale Marche che c’erano, e continuano ad esserci, troppe incognite per scendere in campo“.

“Quanto sta capitando non solo nei circuiti prof, ma anche nel mondo dei dilettanti a noi vicini, con il rinvio di gare fino alla confinante Eccellenza, ne è la prova. In estate ricordo benissimo anche le parole dei presidenti Capodaglio, vertice del Loreto, o di Profili, numero uno della Civitanovese, sottolineare il problema a gran voce: era meglio non ripartire – ha proseguito Sfredda – con posizioni condivise e sostenute dunque anche dai portavoce rispettivamente di club vicini al salto di categoria o sostenuti da piazze importanti”.

“Purtroppo in Italia la prassi vede preferire un lussuoso cerimoniale per i funerali e non l’investimento di energie, tempo e sentimenti nel cercare la cura affinché il malato non diventi la salma da onorare – la metafora di Sfredda -. Ad oggi le stanze anconetane del calcio di casa nostra hanno le mani legate: i calendari sono stati ufficializzati, le categorie a noi superiori sono scese già in campo, e dunque siamo in ballo. Ma va ricordato che la realtà è fin troppo intrisa di rischi ed incognite. Noi abbiano sospeso una sola seduta di allenamento, riunendoci per decidere cosa andava fatto con lucidità, e stasera, con molta serietà e responsabilità, torniamo sul campo di addestramento con la rosa agli ordini di mister Adolfo Rossi”.

Così non c’è più entusiasmo. Il calcio è agonismo, vigore, è agire di netto, non si può procedere in punta di piedi con la prospettiva di iniziare per poi fermarsi e, cosa ben peggiore, in un contesto in cui tutti sono impegnati per ampissimi tratti della giornata tra studio e lavoro, essere chiamati poi a recuperi di giornate in modalità infrasettimanale. Parliamoci chiaro – il congedo del dirigente calzaturiero -, come avevano anticipato i virologi il nuovo picco deve ancora arrivare. Il calcio davanti a tutto ciò era e resta subalterno: non avendo la cura di alcun tipo, sanitaria e burocratica, non dovevano essere aperte le iscrizioni estive a monte. Un male? Certo, ma un male minore”.

 


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