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Gli occhi del giornalista fermano Iacopo Luzi raccontano le elezioni americane
più ‘folli’ di sempre

WASHINGTON - "Ci sono molte cose che ho seguito in vita mia come giornalista, sia quando ero un reporter di cronaca locale a Fermo sia quando ho iniziato a seguire storie in giro per il mondo, ma mai mi sarei immaginato che queste ultime elezione presidenziali sarebbero state la cosa più folle che mi sia mai capitata di 'coprire' nella mia carriera professionale"
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di Iacopo Luzi

Ci sono molte cose che ho seguito in vita mia come giornalista, sia quando ero un reporter di cronaca locale a Fermo sia quando ho iniziato a seguire storie in giro per il mondo, ma mai mi sarei immaginato che queste ultime elezione presidenziali, che ancora non sembrano avere una vera fine, sarebbero state la cosa più folle che mi sia mai capitata di ‘coprire’ nella mia carriera professionale.

Sto parlando di un evento che dall’Italia assume contorni un po’ sfumati e che spesso i media nostrani non raccontano bene, perché maldestramente usano la chiave di lettura della politica italiana per spiegare un’elezione che è completamente diversa da ciò che si vede negli altri paesi in giro per il globo.

Queste votazioni sono arrivate dopo una brutale ed estenuante campagna elettorale, nel mezzo di una pandemia di coronavirus che sta causando migliaia di morti al giorno e attualmente registra più di centomila casi giornalieri. Una crisi sanitaria che ha avuto il suo peso e che ha condizionato le elezioni, anzi forse è stato l’evento determinante che ha fatto pendere l’ago della bilancia da una parte o dall’altra, portando il Partito Democratico a riconquistare la Casa Bianca.

E così, dopo il tre di novembre, è venuto fuori, lentamente, un vincitore: Joe Biden. In un processo perfettamente legale, per quanto certa gente pensi il contrario, tantissimi voti arrivati per posta sono stati contati (cosa che è sempre successa in tutte le elezioni, vorrei precisare), ma mai con cifre così alte dovute alla pandemia e alla paura della gente di ammalarsi andando a votare fisicamente. Ma questi voti, dal mercoledì scorso, hanno iniziato a ribaltare l’iniziale vantaggio repubblicano e mostrare Joe Biden vincitore in vari stati chiave, fino a che sabato i media hanno affermato che il vantaggio del candidato democratico, rispetto al presidente Donald Trump, sarebbe stato impossibile da colmare con la vittoria dello stato della Pennsylvania.

Infatti, in un sistema elettorale folle e, diciamolo, poco democratico, che non si basa sul suffragio popolare, bensì su quello dei singoli stati, Biden ha raggiunto quota 270 voti elettorali, cosa che gli ha dato la possibilità di trionfare nella corsa presidenziale.  Migliaia e migliaia di persone si sono riversate nelle strade di tutto il paese una volta appresa la notizia, arrivata quasi a sorpresa. Una cosa che non si era assolutamente vista nel 2016, con le persone festeggiando, ballando e celebrando, manco avessero vinto una finale dei mondiali. Washington DC, dove vivo, per giorni si è convertita in una immensa festa a cielo aperto davanti alla Casa Bianca, in barba al coronavirus. Anche se devo ammettere una cosa: qui non si incontra una singola persona, per lo meno nella capitale, che non indossi la mascherina. Come in Italia, insomma, no?

Al di là del sarcasmo, la festa ha avuto un amaro retrogusto, perché il presidente Trump fin da subito ha deciso di non riconoscere la sconfitta e ha iniziato a gridare allo scandalo, alla truffa, dicendo che nei vari stati cruciali per le elezioni i democratici abbiano commesso frodi e che un sacco di voti siano stati calcolati, nonostante fossero illegali. Il bello è che, nonostante tutte le accuse, finora non ci sono vere e proprie prove di brogli o magagne, il team legale di Trump ha presentato varie denunce alle corti, ma manca tutta la sostanza e le varie autorità locali affermano che la situazione è complessa, ma serena.

La comunità giornalistica di Washington, parliamo di migliaia di persone provenienti da ogni paese del mondo, segue il susseguirsi dei fatti fra lo stupore e l’incredulo, nonostante il vantaggio di Biden sia netto e in molteplici stati. Eppure il presidente Trump continua a non mollare, minaccia di portare tutto alla Corte Suprema e, alcuni esperti, cosa che fa un po’ paura, sostengono che Trump farà di tutto, qualsiasi cosa, pur di non lasciare il potere. In fondo, lui è convinto di aver vinto e di essere vittima di un furto.

E’ passata più di una settimana dalle elezioni e la decisione di Trump, una cosa che sapevamo sarebbe potuta succedere, visto che il presidente anche prima del tre di novembre diceva che non avrebbe concesso la vittoria tanto facilmente, resta unica nel suo genere. Nessuno sconfitto aveva mai fatto una cosa del genere nella storia delle elezioni, tranne il democratico Al Gore nel 2000 contro Bush, ma lì la questione era incentrata solo nello stato della Florida e c’era una differenza di solamente 500 voti fra i due sfidanti.

Oggi come oggi, al contrario, in questa elezione 2020 i voti che separano Trump e Biden sono più di 48mila e si dividono fra numerosi stati in giro per gli Stati Uniti. Una situazione molto diversa che lascia pensare che sia impossibile una rimonta di Trump, persino se migliaia di voti per posta venissero annullati, per delle irregolarità, per mano della giustizia americana. Giusto per farvi capire, i casi di frode, in generale, sono veramente rari negli Stati Uniti e il processo è così meticoloso e complesso, che è veramente complicato commettere un illecito e cambiare il risultato di una scheda elettorale. Tuttavia, moltissime persone gridano allo scandalo, facendo eco al presidente, e negli stati dove il presidente è indietro, gridano: “Contate tutti i voti”, mentre negli stati dove Trump è avanti, inneggiano al “Fermate il conteggio”. Paradossale, no?

Lo so, è una situazione complessa e non proprio semplice da decifrare, per questo sono giorni che qui si dorme veramente poco, facendo orari assurdi, mentre è sempre più difficile continuare a raccontare i fatti e gli eventi in maniera analitica e scrupolosa, quando ogni giorno ne succede una nuova.  Quelle poche ore che uno va a dormire, lo fa con il terrore che al risveglio possa essere successo il finimondo. Per questo, nonostante storie assurde ‘coperte’, seguite, in passato, dall’Iraq al Nicaragua, posso dire con certezza che queste elezioni sono una sfida enorme per il sottoscritto e per qualsiasi giornalista. Nessuno può ancora dire con certezza come finiranno.

Qualcuno pensa che Trump a breve mollerà l’osso, specie considerando che le corti federali non gli stanno dando ragione e i voti messi in dubbio sono numeri così ridotti che non potrebbero cambiare molto la situazione attuale.
Certo, ipotesi remota ma possibile, s’inizia a credere che Trump potrebbe ricorrere a stratagemmi mai visti prima, pur di non perdere. Per esempio: convincere i vari stati dove governano i repubblicani a comunicare un risultato diverso da quello emerso dai seggi elettorali. Una simile cosa è plausibile, e, di conseguenza, la questione finirebbe dritta dritta nella Camera dei Rappresentanti del Congresso statunitense, dove i repubblicani hanno la maggioranza dei distretti congressuali (notare bene: i democratici hanno più congressisti, ma in questo caso si voterebbe in base al numero dei distretti.)

E indovinate cosa potrebbero votare alla fine? Bravi, esattamente Donald Trump.  Ovviamente questo sarebbe lo scenario più assurdo, quasi apocalittico, e potrebbe scoppiare una guerra civile di fronte un simile scenario, roba da paese africano o da dittatura latinoamericana, per spiegarci bene. Proteste, violenze, saccheggi, città nel caos. Ovviamente sono scenari tremendi, ma non impossibili.  Sta di fatto che, in un paese estremamente diviso, come non si vedeva da secoli, i nervi sono a fior di pelle, la tensione cresce e tutti pregano, giornalisti in primis, che questa immensa baraonda possa finire presto, affinché si possa andare avanti con un nuovo presidente che, voglio ricordare, è stato eletto democraticamente. Fino a prova contraria.

Mentre, in cuor mio, dopo cinque anni vivendo negli Stati Uniti, mi viene da pensare: “E’ veramente la più grande democrazia al mondo un paese dove ci sono così tanti problemi per scegliere un presidente?” A confronto l’Italia e l’Europa, nonostante tutti i difetti, sembrano completamente un altro pianeta.


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