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Addio a Maradona, tra i più
grandi dell’era moderna

CALCIO - A causa di un arresto cardiaco, all'età di 60 anni è venuto a mancare il noto "pibe de oro", Diego Armando. Sul tetto del Mondo con l'Argentina nella competizione iridata di Mexico 1986, ha incantato la Serie A con addosso la maglia del Napoli dalla metà degli anni '80 ai primi '90, club con il quale ha conquistato due Scudetti. Il ricordo nelle parole di Eros Cappelletti e Nazzareno Romagnoli, appassionati fermani ad averlo conosciuto ed ammirato da vicino durante i picchi di massima della luminosa carriera. Con loro Ruben Dario Bolzan, argentino da anni residente in Italia, ex calciatore di Fermana, Folgore Falerone e Folgore Veregra, ad incontrare il mito sul campo di allenamento in patria nel lontano 1994
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Diego Armando Maradona sul tetto del pianeta a Mexico ’86, vittorioso in finale con la sua Argentina per 3-2, risultato maturato nei tempi supplementari ed imposto all’allora Germania Ovest grazie alle reti di Brown, Valdano e Burruchaga. Per l’undici europeo a segno Rumenigge e Voller

di Paolo Gaudenzi

 

FERMO – Cosa ha a che fare un personaggio di caratura planetaria con le pagine di un giornale di cronaca locale?

La risposta è semplice: Diego Armando Maradona in carriera ha incantato il mondo intero, dunque, di conseguenza anche la nostra amata periferia nazionale.

Personaggio sopra le righe, decisamente caratterizzato da tanti, troppi eccessi, ma dotato di un mancino senza pari, l’argentino classe 1960 se n’è andato (secondo fonti mediche) a causa di un arresto cardiaco che l’ha colpito quest’oggi tra le mura domestiche.

Nei giorni scorsi Maradona era stato operato alla testa con esito positivo. Nulla, pertanto, lasciava presagire un epilogo tanto rapido quanto amaro. 

Tra i primi calci mossi nella città natale di Lanus, ed il fatale malore odierno, Diego Armando Maradona, palla al piede e non solo, ha scritto pagine di calcio indelebili, per episodi che fanno parte senza dubbio del patrimonio di giocate nella mente e nel cuore di ogni tifoso, appassionato, addetto ai lavori, tecnico o giocatore di sorta. Campione del Mondo con l’Argentina, edizione di Mexico ’86, in Italia vinse ben due Scudetti con il Napoli dell’allora presidente Corrado Ferlaino, precisamente nelle stagioni 1986/87 e nel 1989/90.

A sintetizzare in un’unica partita il suo modo di fare, dentro e fuori dal campo, basta riportare agli occhi, nella competizione iridata finita in patria, le performances contro l’Inghilterra, match di semifinale dove mise in mostra i due aspetti, per certi versi opposti, del personaggio che, purtroppo, ormai fu. I detrattori, a ragione regolamento alla mano, non hanno ancora oggi mandato in prescrizione “la mano de Dios” che mise nel sacco inglese la prima rete sudamericana, con il pugno dell’argentino a superare irregolarmente in stacco aereo l’uscita a presa alta di Shilton. L’altro lato della medaglia, dopo pochi minuti dall’episodio in oggetto, scagiona e funge da parziale attenuante, a tutto tondo ora al momento dei consuntivi, e ne descrive come meglio non si potrebbe l’immensità del giocatore che incantò tutti, tutti ma proprio tutti.

Maradona, in quello che è stato definito come il gol del secolo, partì dalla propria metà campo con il chiaro intento di trafiggere per la seconda volta l’undici anglosassone. Palla servita da Hector Enrique ben sotto la linea della propria mediana e via ad una progressione implacabile di 60 metri, sviluppata in 10 secondi, con la mira volta a perforare Shilton nuovamente. Maradona lasciò dietro di se Hoddle, Reid, Sansom, Butcher e Fenwick, saltati come birilli per il 2-0 argentino, e Seleccion lanciata verso la conquista del titolo, con accesso alla finalissima.

Genio e sregolatezza, in un mix dato da comportamenti dentro e fuori dal campo. Lo ricordano, tra gli altri, i tifosi dell’Argentinos Junior, del Boca Junior e del Barcellona, club dal quale i partenopei lo prelevarono per portarlo alle pendici del Vesuvio nel 1984. Piuttosto che ripercorrere la successiva carriera da allenatore, ci piace sottolineare, per evidenziarne ancora una volta l’unicità della grandezza all’interno del rettangolo verde, un aspetto in stridente contrasto con gli standard del calcio di oggi, caratterizzato da marcati accenti di atletismo, tonicità, massa muscolare, stringenti e rigidi precetti tattici.

Maradona ha invece contribuito alla disciplina “dall’alto” del suo metro e sessantacinque per settanta kilogrammi, e pressoché utilizzando un piede solo. Centrocampista offensivo, mezzapunta, trequartista? Meglio definirlo artista, per uno sport interpretato con un profilo più rispondente e vicino al concetto di poesia moderna che alla forzata e calcolata ragioneria contemporanea. Altri tempi, altri giocatori, un altro calcio.

 

IL RICORDO DAL FERMANO – 1

“Era l’estate del lontano 1985. Il Napoli, in vista del campionato di Serie A edizione 1985/86, effettuò il canonico ritiro pretorneo nel confinante territorio maceratese, alloggiando presso la struttura che in quegli anni era di nostra proprietà”.

Inizia così il breve racconto del montegranarese Eros Cappelletti, insieme ai fratelli titolare dell’omonimo calzaturificio ed all’epoca a gestire Villa Quiete, la base scelta in quegli anni dalla compagine del presidente Corrado Ferlaino per la dovuta preparazione da effettuare in vista della partente stagione agonistica.

Diego Armando Maradona con Eros Cappelletti, la figlia Barbara e la nipote Letizia all’interno della struttura maceratese, all’epoca di proprietà della famiglia veregrense, scelta dal Napoli come sede del ritiro in vista del campionato di Serie A 1985/86

“Fu davvero un’occasione ghiotta, anzi direi unica, per conoscere Diego Armando Maradona – ha proseguito il signor Eros nel racconto -. Il nostro hotel, scelto come quartier generale dell’undici partenopeo, si trova ovviamente ancora oggi a cavallo tra Montecassiano e Villa Potenza, il centro fieristico di Macerata. Il Napoli alloggiava li, e scendeva in campo per allenarsi negli stadi cittadini. Maradona non esitò quando gli chiedemmo di fare una foto, anzi, accettò di buon grado, così come accettò gentilmente di firmare diverse t-shirt che regalammo in seguito ad amici e conoscenti. Venne verso di noi sorridente, salutò mia figlia e mia nipote e fu davvero disponibile in quei pochi momenti trascorsi insieme”.

“La squadra rimase al lavoro in zona quindici giorni, fu un onore fungere da sede logistica – ha concluso -. Andammo a far loro visita due volte, subito dopo i pasti, naturalmente prima del legittimo riposo pomeridiano concesso dallo staff agli atleti o prima di eventuali riunioni operative di gruppo. Ricordo altri giocatori importanti e ben noti di quella rosa, come il difensore Ciro Ferrara ed il portiere Claudio Garella, gente che anche grazie all’estro di Maradona scalò le classifiche fino a conquistare, in quegli anni, ben due Scudetti, avendo la meglio di rinomate corazzate come Juventus, la forte Roma di quei tempi e le sempre temibili milanesi”.

 

IL RICORDO DAL FERMANO – 2

Al coro di cordoglio territoriale si unisce anche la voce dell’elpidiense Nazzareno Romagnoli, noto personaggio da sempre legato a doppio filo al mondo Juventus di ogni tempo. L’amore per il cromatismo bianconero e per il calcio non è stato, però, sono confinato all’interno della Vecchia Signora, perché Romagnoli, da vero amante dello sport, ha naturalmente saputo riconoscere e coltivare rapporti ed amicizie con i protagonisti della disciplina dai decenni scorsi fino ad oggi.

Maradona? Un giocatore unico. Ho avuto la fortuna di conoscerlo, non solo avendolo ammirato da bordo campo – le parole di Romagnoli -. Certo, magari a volte per qualche condotta fuori dal contesto di gioco è stato etichettato non nel migliore dei modi, ma per quello che ho potuto toccare con mano io, devo ammettere decisamente il contrario: gentile, disponibile, pronto alla battuta ed allo scherzo. Insomma, comportamenti lontanissimi dall’autocelebrazione da vip. Per quello che ho visto era sempre pieno di premure per gli altri”.

Nazzareno Romagnoli mostra con orgoglio la maglia regalata direttamente da Maradona dopo la sfida di Coppa Uefa disputata trent’anni fa dal Napoli a Torino, in casa della Juventus

“Nel lontano 1990 abbiamo fatto lo stesso viaggio in aereo, destinazione Brema, per la partita della Coppa dei Campioni del Napoli – il primo di una breve serie di aneddoti -. Ero ospite di Luciano Moggi, all’epoca come risaputo al vertice del club partenopeo. Poi sono stato più volte a Napoli, ricordo, per assistere ad una partita dei biancoazzurri contro l’Atalanta. Nel riscaldamento ammirai Diego fare cose incredibili con la palla, e penso di non fare uno sforzo particolare nel convincere di ciò chi ci legge. Tant’è che al rientro negli spogliatoi per l’immediato pre-gara gli dissi sorridendo <ho visto tutto, a cosa serve restare per la partita?>. Maradona rispose <la partita è molto più importante, ci si esprime di squadra, non individualmente. E poi ci sono punti importanti in palio. Sbrighiamoci a vincere poi andiamo a vedere la partita di basket della Casertana, che lotta per andare nella massima serie>. E così accadde, il Napoli vinse sulla “Dea” e successivamente andammo, insieme ad altre persone, ad assistere al match di pallacanestro”.

Ho due maglie regalate direttamente dal pibe de oro, tassativamente tutt’ora oggi sporche e non lavate sin dall’epoca. Quella rossa l’ho ricevuta dalle sue mani e mi ricordo ancora, con netta precisione, la circostanza. Il riferimento va all’immediato dopo la gara contro la Juventus nel 1990, quarti di Coppa Uefa. Nonostante la sconfitta napoletana per 2-0 subita a Torino, Diego mi disse <adesso devi venire a prendere l’altra azzurra, dopo che vi avremo eliminato per 3-0>. A Napoli infatti fummo esclusi dalla competizione, con tanto di gol annullato a Laudrup. Per certi versi, pertanto, profeta in campo e fuori dal rettangolo di gioco”.

Infine, da Romagnoli non poteva di certo mancare un momento di sentita partecipazione. Dal sorriso per il vivo ricordo di Maradona alla toccante celebrazione, ora, di due pilastri del calcio incastonato nella leggenda riconducibile ai decenni scorsi. Un momento che lega l’argentino campione del Mondo al perno della difesa juventina di quei tornei. “Di meglio non potevo chiedere: ho il suo autografo sulla foto di Gaetano Scirea, fatta qualche tempo dopo la morte del nostro capitano. Parlare di due mostri sacri come Scirea e Maradona mi riempie di positivi brividi”.

 

IL RICORDO DAL FERMANO – 3

Il congedo all’indiscusso sovrano del calcio moderno non poteva, però, non tener conto di un argentino che ha visto in Maradona un vero e proprio ambasciatore nazionale, dal sud America ad esportare il colore e calore biancoazzurro in tutto il mondo.

Nessuno meglio di Ruben Dario Bolzan incarna quindi, in chiave provinciale, il prototipo di chi, colpito nel profondo, può celebrare un profilo del campione a condividerne un pieno di ricordi a sfondo patriottico. Nato a Nogoya nel 1975, il roccioso difensore centrale dei lustri scorsi ha dunque condiviso nella terra natale le forti, fortissime emozioni sfociate nel picco del mondiale vinto nel 1986, passante per tutta la progressiva ascesa del mito consacrato come “pibe do oro” in ogni angolo del pianeta.

Ruben Dario Bolzan, argentino da anni residente in Italia. Da giocatore a condividere in provincia, nei lustri scorsi, le vincenti esperienze con U. S. Fermana e Folgore Falerone, compagine guidata da tecnico esordiente alla conquista della Serie D, con conseguente approdo della squadra in quel di Montegranaro, per divenire Folgore Veregra

“C’è veramente poco da dire sulla scomparsa di Maradona – il triste approccio -. Vivo in Italia da tantissimi anni, ma naturalmente non ho mai staccato il filo diretto con l’Argentina, dove conservo salde radici. La gente del mio paese d’origine non era pronta a salutare Diego, e forse non lo sarà mai. Un personaggio senza pari nel contesto storico dello sport nazionale, che si è imposto in maniera fragorosa a suon di giocate e talento, senza la spinta delle tecnologie contemporanee. Ai suoi tempi non c’era il web, l’uso smodato dei social come oggi, i tantissimi canali della piattaforma digitale, le pay tv e via di seguito, strumenti cioè ad enfatizzare a livello mediatico un personaggio simile. Per questo motivo credo che la sua figura non si inflazionerà mai, in qualche modo continuerà anzi a guardare dall’alto e per sempre tutta l’Argentina”.

Da calciatore Bolzan ha condiviso nel Fermano due esperienze. La prima a tinte gialloblù del capoluogo, nelle vesti di centrale e capitano nell’allora Unione Sportiva Fermana, compagine approdata in quarta serie nel 2013 con la vittoria della Coppa Italia di Eccellenza in quel di Rieti. Una pagina indelebile per i sostenitori canarini vicini al sodalizio del Girfalco negli anni recenti, caratterizzati dalla ripartenza post professionismo. A seguire ecco Bolzan quale punto di riferimento in una difesa a quattro nella Folgore Falerone, migrata poi a Montegranaro per diventare Folgore Veregra nel 2015 grazie alla storica conquista della Serie D. Un traguardo centrato proprio con Bolzan in luce nella doppia veste di giocatore e tecnico, esordiente in panchina ma ad imporsi subito con un meritato successo di torneo.

L’apice emotivo per il sudamericano raggiunge però i picchi con un ricordo, datato addirittura 1994. Ventisei anni trascorsi da quel momento che non hanno però affatto scalfito e sbiadito i pochi, indelebili, istanti in cui Bolzan e Maradona hanno condiviso, faccia a faccia, un lembo di allenamento diventato patrimonio incancellabile.

“Terminata la carriera da giocatore, per un breve periodo Maradona fu allenatore della prima squadra del Racing, mentre io ero un diciannovenne in forza alla relativa Primavera – ha illustrato Bolzan -. Come tipico, durante la settimana poteva capitare di svolgere qualche allenamento congiunto tra over e juniores. In una di quelle circostanze Diego fermò la partitella per cercare tra noi ragazzi un mancino. Gli serviva provare una circostanza di gioco per i suoi, da applicare la domenica nella partita di campionato a venire. Il ragazzo fu preso da Maradona faccia a faccia per essere istruito sul da farsi, insomma, un briefing ravvicinato tra il mito appena consegnato agli archivi del calcio giocato ed un giovanissimo acerbo che stava per affacciarsi al calcio dei grandi. Quel mancino ero io”.

 

Fotogallery dalla collezione privata di Nazzareno Romagnoli


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