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Pd, Verducci dopo la sconfitta:
“Serve congresso rifondativo”
Loira: “Partito presuntuoso, apriamoci”
Covid, Ricci vuole le Marche Free Vax

POLITICA - Il senatore dem ha voluto organizzare un webinar al quale hanno preso parte importanti esponenti del partito e diversi esponenti dei Giovani Democratici
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di Andrea Braconi

Oltre 3 ore di discussione, più di 20 interventi. Una chiamata, quella del senatore Francesco Verducci, alla quale hanno risposto tantissimi esponenti del Partito Democratico marchigiano, giovani compresi, oltre ad esponenti della società civile. Un confronto via Zoom che cade a poche ore dalla direzione regionale del partito, nella quale per la prima volta si andranno ad approfondire le cause della pesante sconfitta alle ultime Regionali.

Il Pd non è i suoi gruppi dirigenti – ha affermato il senatore dem in apertura -, ma qualcosa di molto più grande, è il dare voce ad un popolo ed avere un popolo dalla sua parte. Il Pd è un’istanza sociale, una visione del mondo”.

Il primo punto è riconnettere il partito alle Marche e soprattutto ai bisogni e alle aspettative della società marchigiana. “Siamo apparsi non più una parte, ma molto spesso controparte, un qualcosa di chiuso, distante, indifferente alle problematiche enormi che si vivono. Nel passato abbiamo dato una forma politica alla modernizzazione delle Marche, coniando lo slogan di uno sviluppo senza fratture. Invece, dopo 25 anni si sono moltiplicate le fratture, senza più sviluppo, senza più redistribuzione”.

Una crisi, anzi, una serie di crisi che hanno provocato ricadute sulla base sociale del partito. “Non siamo riusciti a ribaltare questa situazione, abbiamo fermato l’emorragia ma non siamo stati capaci di creare nuovo lavoro. Abbiamo perso quando abbiamo smesso di avere un progetto politico delle Marche, abbiamo perso credibilità e senza non si va da nessuna parte. Siamo stati incapaci di fare sistema, ci sono stati ritardi nelle infrastrutture. E poi il terremoto, una tragedia gigantesca, molto più grande delle nostre forze, che ha acuito falle già presenti. Ma la sfida di vincere la vertenza della ricostruzione non sta solo nel ricostruire le mura, ma nell’avere un nuovo modello di sviluppo che non tagli fuori interi territori”.

Per Verducci, quindi, è mancata la politica, la capacità di parlare a ceti e categorie, di creare alleanze sociali. “Non sarebbe bastato un nome per vincere, evitiamo discussioni fuorvianti e ricostruiamo invece in questi giorni un rapporto con l’urgenza delle istanze sociali. Ritengo sbagliata la richiesta di commissariamento del partito regionale, serve invece dare finalmente respiro, serve un congresso rifondativo, unitario, capace di attrarre persone che si sono allontanate. Questo significa aprire il Pd, che oggi è un guscio vuoto autoreferenziale. Dobbiamo ricostruire un’idea di regione, parlare di frontiere tecnologiche ed ambientali per capire quale posto avranno le Marche in Italia, in Europa e nel mondo”.

I SINDACI

Ampio spazio è stato dato agli amministratori locali, in particolare i sindaci. Tra questi Nicola Loira, che dalla sua Porto San Giorgio ha voluto affrontare le diverse ragioni della debacle del settembre scorso. “Non si può fare una valutazione corretta se si prescinde dal vento che ha gonfiato le vele dei partiti della Destra, dalla Meloni alla Lega” ha sottolineato.

Intanto, c’è un isolamento politico del Pd, che in questo momento non è nella condizione di poter dialogare con altre forze politiche. “Siamo al Governo con una realtà che non ha mai fatto mistero di essere alternativa al Pd e gli elettori dei 5 Stelle non fanno misteri nell’individuare il Pd come la causa di tutti i mali. Dobbiamo interrogarci su questo, non bastiamo più a noi stessi. Dobbiamo creare un’area politica dove il Pd sia un soggetto responsabile, ma non necessariamente protagonista, e con il diritto di indicare gli amministratori del paese o delle realtà cittadine. Il Pd deve spogliarsi di una bella fetta di presunzione, deve aprirsi alla società, deve offrire il proprio gruppo dirigente e la propria storia per creare qualcosa di più ampio, che vada fuori dagli schemi tradizionali. Vedo il Pd come strumento di aggregazione di un’area più ampia”.

L’altro elemento è “il tema dei temi”, che il Pd individua come la propria azione politica che devono diventarne la bandiera. “Non possiamo rappresentare sempre e comunque l’establishment, inseguire le emergenze ma dare una prospettiva ai marchigiani e al Paese. E lo dobbiamo fare attraverso un congresso”.

“Guardiamoci bene negli occhi, evitando facili ed inutili scorciatoie”. Così la sindaca di Ancona, Valeria Mancinelli, che ha rimarcato come la dimensione e la profondità della sconfitta del Pd nella società sia un tema nazionale. E una “peste da evitare” è quella del dibattito sulle alleanze. “È l’alibi per non fare i conti con alcuni dei titoli che Francesco annunciava. Qui abbiamo perso indipendentemente dall’alleanza con i 5 Stelle. Si sono rarefatti anche i soggetti con cui avremmo potuto allearci”.

Emblematica, per Mancinelli, è stata la vicenda del sisma. “La politica è fatta per affrontare le tragedie e noi lo abbiamo fatto in modo totalmente inadeguato, nonostante il lavoro spasmodico di alcuni amministratori. C’è stata sordità a livello nazionale, del Parlamento e del Governo nazionale, anche una timidezza del Governo nazionale e dei partiti, balbettanti e inesistenti circa l’adeguamento degli strumenti per affrontare il tema. Quello fatto nell’ultimo anno lo si poteva fare tre anni fa e non lo si è fatto per incapacità di affrontare i problemi reali”.

E un congresso, ha proseguito, non si fa in 15 giorni e non si fa con le correnti, come sta avvenendo a livello nazionale. “Le stesse logiche di gusci vuoti si riproducono anche nelle formazioni di minori dimensioni che stanno dentro il Centrosinistra. Alcune cose dobbiamo approfondirle qui, altre a livello nazionale, però noi possiamo dare un contributo. Serve un congresso che abbia anche il tempo per poter mettere in campo momenti di discussione, riflessione e innanzitutto che si basi su idee e proposte. Concentriamoci per definire le proposte non mie, tue, di Matteo Ricci o di un altro, ma le proposte del Centrosinistra per le Marche. E dobbiamo farlo rapidamente”.

Proposte, per la sindaca, significa priorità, significa saper scegliere, anche su infrastrutture materiali e immateriali. “La proposta che farò domani nella riunione della direzione regionale del Pd sarà quella della costituzione di un tavolo permanente tra gli amministratori delle città delle Marche, il gruppo regionale ed i parlamentari delle Marche per avere un nucleo coordinato che definisca gli obiettivi. Questo per dare l’idea di una proposta, non 15 diverse tra loro. Perché il tempo dei valori declinati e non praticati è finito”.

Collegato dal Parco San Bartolo (“Uno dei tre posti più belli delle Marche, insieme a Conero e Sibillini), il primo cittadino di Pesaro, Matteo Ricci, ha parlato della necessità di uscire da un dibattito troppo autoreferenziale, fatto su chat e giornali, per poi approfondire quelli che secondo lui sono stati i due macro motivi della sconfitta.

Il primo. “Le Marche sono cambiate dal punto di vista della struttura sociale ed economica, è entrato in crisi un modello”.

Il secondo. “Non siamo stati percepiti come una forza di cambiamento e su molti temi abbiamo avuto una reazione feroce contro, a cominciare da temi come la sanità ed il terremoto. Se togliamo poche città, ovunque vince la Destra e più andiamo nelle aree interne più questo dato è massiccio”.

La strada, per Ricci, sarà lunga. “Gli altri avranno un momento felice perché il Covid sterilizza il dibattito politico. È difficile fare opposizione in questa fase, nonostante loro su molte cose sono confusi. Ma questa cosa del tampone di massa è una mossa dal punto di vista elettorale che non dobbiamo sottovalutare. Per diversi mesi, inoltre, avranno il refrain che sono arrivati adesso ma noi intanto dobbiamo chiederci quali sono i nostri punti di forza. Comunque governiamo in molte città delle Marche, la maggioranza, e abbiamo la sponda del Governo, se dura. Governo che sul fronte del Recovery Plan deve costruire un asse di ferro con i Comuni, le Regioni non sono affidabili ed è sbagliato affidarle tutte ai Ministeri, con il rischio di non spendere mai queste risorse”.

Per quanto concerne il congresso, per il sindaco sarà fondamentale lasciarsi alle spalle le tremende tossine dell’ultimo anno. “Dovremo mettere tutti la testa sul futuro, invece che sul passato”.

Ricci, nelle ultime ore, ha lanciato un suo timore sulla questione vaccino. “Non ci libereremo facilmente del mostro del Covid se non metteremo meccanismi di obbligatorietà del vaccino o incentivi per raggiungere la cosiddetta immunità, che è di circa il 70% dei vaccinati. Se non lo faremo ci arriveremo in un tempo troppo lungo, sia da un punto di vista sanitario che socio-economico. Qui da noi la cultura complottista e del sospetto si è insediata maggiormente, io invece vorrei le Marche Free Vax il prima possibile”.

IL PARTITO

Alla direzione di domenica seguirà assemblea regionale. A spiegarlo è il segretario Giovanni Gostoli, che ha ricordato come mentre il mese di novembre sia stato dedicato al tema della pandemia e alle sue ripercussioni (“Abbiamo presentato come gruppo consiliare regionale 15 proposte per anticipare la pandemia anziché inseguirla”), dicembre sarà caratterizzato dall’avvio di questa analisi della sconfitta, per capire come ripartire. “Prima lo faranno gli organismi regionali, poi seguirà una discussione nei territori quando le condizioni permetteranno un’ampia partecipazione di tutti gli iscritti”.

Innegabile che per il partito si sia stratta di una sconfitta netta e dolorosa. Per questo c’è bisogno di un percorso costituente e di un congresso anticipato di rigenerazione. “Non è stata la Destra a vincere, ma noi a perdere. È una sconfitta che viene da lontano, non sono mai stati analizzati i cambiamenti profondi che hanno attraversato le Marche. Siamo strati travolti da un voto di protesta, non di Destra. Le radici affondano nella crisi finanziaria del 2008 che ha cambiato il volto della nostra regione, da lì sono cambiate le condizioni di vita dei marchigiani e si è rotto quel modello Marche. Sono stati anni più che di cambiamento di trasformazione ed è in questo periodo lungo che è cresciuta l’insoddisfazione dei marchigiani”.

Nel 2015 il Centrosinistra vinse con il 60% dei cittadini contro e con circa metà dei marchigiani che non era andata il voto. “Già 5 anni fa avremmo dovuto fare una riflessione sul fatto che la Regione Marche era diventata contendibile. Poi c’è stata la disfatta vera nel 2018 con le lezioni politiche, con il Pd al minimo storico, e a seguire le Europee, dove partivamo da una distanza di 140.000 voti”.

Cinque i problemi strutturali individuati dal segretario. Il primo è la credibilità persa “perché ci siamo allontanati dalla realtà”; il secondo che alla crisi del vecchio modello Marche non è stato proposto un nuovo progetto; il terzo è che non ci si è presi cura del partito, che ha perso radicamento e la propria funzione, “diventando più un fine per ambizioni personali”; quarto punto le divisioni interne (“Un partito e una coalizione che litigano su tutto non possono vincere le elezioni”); infine la crisi di un modello politico nelle Marche, con il Pd sempre più solo, proprio come rimarcato da Loira.

“Negli ultimi 5 anni – ha aggiunto Gostoli – sono state fatte tante cose buone, ma abbiamo tradito un’aspettativa di cambiamento, anche sulla questione del sisma. Non siamo riusciti a trasmettere l’azione di governo raccontando le cose fatte e c’è stata una distanza tra le aspettative delle persone e la realtà. Servirà un bagno di realtà sulle questioni essenziali, ponendo al centro non solo la ricostruzione Pd, altrimenti commetteremo l’errore degli scorsi anni; al centro va messa la ricostruzione di un campo largo di Centrosinistra”.

Anche il suo vice Fabiano Alessandrini, che ricopre anche la carica di segretario provinciale di Fermo, non ha voluto far mancare il proprio contributo. “Cosa abbiamo capito da questa discussione? Che più di un problema di contenuti, il nostro partito ha un problema di contenitore”.

Per Alessandrini il merito di Gostoli e della sua segretaria è stato di restituire un’agibilità politica all’interno del partito. “In un anno e mezzo si è andati ad intervenire in una situazione molto compressa in termini di rapporti interni e di alleanze. E quando abbiamo tentato di rifare una coalizione non c’era assolutamente nulla, solo un sacco di sigle vuote. Abbiamo dovuto ricostruire tutto, fin dall’inizio”.

Ma c’è un ulteriore questione, secondo l’esponente dei dem. “Ci siamo trovati ad affrontare una sconfitta e ci sarebbe un principio della responsabilità oggettiva, anche se sappiamo che le responsabilità partono dall’incapacità di capire negli ultimi 10 anni i mutamenti profondi che la società marchigiana ha attraversato. Per questo buttare a mare tutto non sembra la soluzione migliore. Non è un problema di mantenere poltrone, che comunque richiedono tempo, soldi di tasca nostra e un impegno levato ad affetti familiari e lavoro. Quando un partito non è capace di tutelare la propria classe dirigente, è un partito che non è destinato a durare in una costruzione seria del futuro e della prospettiva”.

Infine, la sua divergenza sulla proposta di cabine di regia o tavoli. “Gli amministratori debbono fare gli amministratori, portando il loro contributo, ma è il partito il luogo della discussione, altri tavoli sono deleteri. E gli amministratori devono ritrovare il gusto di venire nel partito a discutere”.

“Non nascondiamo più – ha evidenziato Verducci – c’è un mare aperto e quindi la capacità di ognuno di noi di contribuire ad un nuovo inizio, che parta dalle esigenze più importanti della nostra società. Faremo opposizione senza mai dimenticare che il Pd è una grande forza di governo”.

MANGIALARDI TRA TIMORI E SOLUZIONI

Ringraziato da tutti per l’impegno profuso nella sfida per le Regionali Maurizio Mangialardi, che oggi ricopre il ruolo di capogruppo in Consiglio regionale, ha auspicato di ritrovare nella direzione il clima molto propositivo emerso dal webinar. Perché serve uno scatto in avanti, per mettersi nelle condizioni sì di analizzare il risultato elettorale ma anche di ricontestualizzarlo. “Temo invece che poi dentro la sede deputata il clima muti rapidamente e ritorneremo a cercare posizioni, che ci sarà un percorso volto a capire chi farà cosa nel prossimo periodo, chi si dovrà piazzare, quindi acredini, tensioni, scontri volti a capire chi, come, con chi: il rischio è questo”.

Eppure i 781 incontri distribuiti in 80 giorni di campagna elettorale hanno permesso, almeno a lui, di avere uno spaccato reale. “C’è una sfaldatura totale, dentro di noi, nella società e nel rapporto tra una società mutata e noi: è questo l’elemento che è emerso. Rispetto al 2015 prendiamo da 251.000 voti agli oltre 274.000 del 2020, ma che sono risultati assolutamente insufficienti: quindi, possiamo parlare della più grande sconfitta del Centrosinistra negli ultimi anni. L’azione messa in campo non ha inciso. Un progetto in grado di leggere il territorio, dare il feedback e trasmettere poi attraverso una rete organizzata idee chiare: dentro questo c’è la soluzione. Dobbiamo ritornare con umiltà, dall’opposizione, in mezzo alla gente perché non ci siamo stati più. Oggi c’è un’occasione enorme per stare vicino al nostro volontariato, alle nostre imprese e non schiacciarci sempre con l’unico verbo trasmesso da Roma”.

In quegli 80 giorni si sono ritrovati entusiasmo e modalità, che oggi non vanno abbandonati. “Non dimentichiamo quella bella parola che non possiamo recuperare solo negli ultimi 3 mesi: dobbiamo allargare e coinvolgere la società, i gruppi di attenzione, quelli che sono vicini e che ci possono aiutare nelle scelte importanti”.

LA VOCE DEI GIOVANI

Da qualche giorno Andrea Orazi è il nuovo segretario regionale dei Giovani Democratici. Una nomina emersa da un congresso resosi necessario, come ha rimarcato, “dopo mesi di fratture su questioni nazionali e territoriali”. “Abbiamo voluto un congresso unitario perché ci siamo resi conto che dividerci era assurdo. L’idea era di compattarci e trovare obiettivi che anche nel Pd sono carenti: radicamento, formazione e parità di genere. Senza questo l’azione verso l’esterno diventa inutile, ci sono temi da portare fuori: al primo posto la ricostruzione, poi lavoro giovanile, scuola e università”.

Il 23enne Andrea Belegni, nel ricordare la sua prima partecipazione ad un comizio a soli 6 anni, ha parlato di un rapporto di odio e amore con il partito, una passione tramandata dal nonno e dal padre. “Dobbiamo riattivare questa passione nei giovani, senza la militanza non si può andare avanti. Ci siamo chiusi in una torre di avorio, abbiamo dimenticato la nostra linfa vitale. Noi giovani, inoltre, non dobbiamo andare per forza fuori dal nostro Paese, ma serve un tessuto che ci garantisca di poter rimanere qui. E la politica deve fare questo. Noi ci sentiamo trascurati, servono fatti, serve formazione, il far capire la realtà che ci circonda. Dobbiamo riprendere quei giovani che domani saranno la futura classe dirigente: ritorniamo tra di loro nelle scuole, nelle università e nelle piazze, dobbiamo farci portavoce delle loro battaglie. Noi Giovani Democratici da soli non possiamo farcela e se questo è un partito progressista non può avere paura del cambiamento. Ma abbiamo bisogno che il partito ci dia la possibilità di poterci mettere in gioco: poltrone e ruoli passano, l’oggi passa, arriveremo al domani e se non saremo pronti il domani ci schiaccerà”.

GLI ALTRI INTERVENTI

Daniele Vimini, assessore alla Cultura di Pesaro e presidente del Consorzio Marche Spettacolo, ha affrontato il tema del ricucire le disuguaglianze, a suo dire la vera missione che il Pd nelle Marche ha e ciò che di cui ha bisogno per recuperare credibilità. Oltre a manifestare vicinanza al corpo insegnante, fortemente disorientato dalle scelte fatte negli anni, Vimini inoltre ha parlato di un dibattito sulla cultura troppo legato su come ci si pone con il Governo rispetto alle aperture. “Noi non siamo il Comitato Tecnico Scientifico e come amministratori dobbiamo essere in grado di guardare verso il futuro e le linee strategiche da affrontare dentro il Recovery Plan”.

Una presenza significativa, per il ruolo che riveste, è stata quella di Daniela Barbaresi. La segretaria generale della Cgil Marche, infatti, ha fatto riferimento ad “un risultato del voto che non è stato un fulmine a ciel sereno ma che viene da lontano”. I temi che hanno inciso di più? Sanità, ricostruzione, lavoro e aumento delle diseguaglianze. “C’è un peggioramento delle condizioni reali di vita delle persone e da lì occorre ripartire, un disagio che la Destra ha saputo cavalcare ma che non siamo stati capaci di tradurre in risposte comprensibili. Dobbiamo ritarare lo slogan coniugando emergenza e ricostruzione. Indispensabile sarà ripartire dal lavoro, senza declinarlo in termini generici ma bisogni concreti. Occorrerà anche essere capaci di ridare identità a lavoratori e lavoratrici, ridare quel senso di protagonismo anche all’interno del Pd”.

Per Barbaresi c’è stata una sorta di ubriacatura della flessibilità e oggi il Pd ha finito di introiettare una cultura liberista che si è rivelata fallimentare. “Ripartire dal lavoro, dalle lavoratrici e dai lavoratori: da un punto di vista di metodo sarà indispensabile aprirsi al confronto, al dialogo, misurandoci con opinioni diverse. Con la precedente Amministrazione regionale c’è stata una difficoltà nel confronto che ha pesato fortemente. Oggi siamo però ad un bivio: dobbiamo ricostruire relazioni, rapporti, interlocuzioni e condivisioni nelle scelte”. Perché le Marche, ha denunciato, rischiano di trovarsi schiacciate tra regioni del Nord e del Sud, quest’ultime più attenzionate in termini di risorse ed investimenti. “Nelle Marche occorre mettere al centro il tema della qualità del lavoro: un terzo dei lavoratori è part time, un quinto è precario, abbiamo bassi salari che ci collocano in una situazione sempre più meridionalizzata. Sarà fondamentale il ruolo delle istituzioni, a partire da quelle locali. Infine, il post sisma, durante il quale abbiamo denunciato sfruttamento e caporalato, ma non abbiamo trovato adeguati interlocutori nelle istituzioni. Occorre cambiare”.

“La differenza tra destra e sinistra è ancora profonda – è il pensiero di Luca Piermartiri, assessore ai Servizi Sociali del Comune di Porto Sant’Elpidio -. E la questione patrimoniale calca profondamente questa differenza: non possiamo abbandonare questi temi, dobbiamo starci per riprendere la nostra identità ed il nostro elettorato che man mano abbiamo perso. Durante il Covid la questione sociale è venuta fuori e le strutture di accoglienza nelle Marche hanno mandato una proposta, “Piano Freddo”, per mantenerle aperte. Problemi con cui anch’io mi sto misurando e quindi far nostra questa istanza è importante, anche per recuperare il rapporto con il volontariato e con tutto quel mondo di indigenti”.

Di sconfitta “non pesante ma pesantissima” ha parlato Alessandro Seri, operatore culturale da sempre impegnato in politica ma non iscritto al Pd. “Se il tavolo proposto oggi fosse composto solo da amministratori, parlamentari e dirigenti Pd sarebbe già una soluzione errata, sarebbe vissuto come ennesimo arroccamento e di protezione di una classe dirigente. Bisogna avere il coraggio di guardare il mondo in maniera diversa e di ricominciare a coinvolgere da subito forze sociali, associazionismo, avere il coraggio di allargare la cosiddetta base sociale, riconnettere una rete che esiste ma che il Pd deve essere capace di gestire; rete che deve guardare al futuro con forza e non limitarsi al piccolo cabotaggio politico a cui abbiamo assistito finora. Bisogna cominciare a parlare di ricostruzione, ma non parlo di terremoto: una ricostruzione progettuale, culturale e sociale della regione. E se il Pd vuole essere protagonista nelle Marche, deve assumersi la responsabilità di questa programmazione. Allargare significa avere la forza di essere innovativi, programmare e farsi percepire come una forza che guarda al futuro. Bisogna farlo perché la maggioranza delle persone che guardano al Pd non coniugano il Pd con il futuro”.

Attivista del Pd di Civitanova Marche e delegata all’assemblea provinciale, Vera Spanò ha parlato di un entusiasmo che sembrava perduto dopo la campagna elettorale e che invece sta riemergendo. “Per dare un senso alla ripartenza occorre un segnale netto di discontinuità con il passato e ristabilire empatia con l’elettorato. In questi anni ho visto il mio Partito arroccarsi piuttosto che capire la quotidianità: questo ha creato uno scollamento, facendoci perdere quella che Foscolo definiva ‘la corrispondenza di amorosi sensi’ che una volta avevamo. Occorrono temi nuovi, come la sostenibilità ambientale, poi parlare di lavoro, serve un rinnovato patto sociale, una tutela del precariato e delle categorie più deboli, un’attenzione sulle disuguaglianze sociali che la pandemia ha fatto sorgere e una sanità pubblica e di prossimità”.

Ospiti di Verducci (che ha parlato anche di ricerca come bene comune “non solo per proteggere ma anche per sostenere un Paese”) anche Roberto Pierdicca e Marina Paolanti, due giovani docenti di ingegneria della Politecnica impegnati anche nella difesa delle istanze dei ricercatori. “Uno dei luoghi da cui poter ripartire è l’università, che da sempre accoglie tantissime esperienza e si è sempre definita come collante. La ricerca è importante, può anche sbagliare ma dobbiamo dargli la possibilità di essere continuativa”.

A Andrea Vecchi, chirurgo del centro trapianti di Ancona, presidente dell’associazione Trapiantati Marche ma soprattutto segretario del circolo sanità del Pd, resta il rammarico di non essere riusciti in questi anni ad interagire con l’Amministrazione, “pur avendo idee su come dare dei cambiamenti”. La sua proposta, quindi, è che si possano aprire dei tavoli di confronto, i cosiddetti seminari di politica. “Penso sia questa la prospettiva futura, serve il contributo dei tecnici per giungere alla migliore soluzione. Mi auguro che si possa fare, è la strada per vincere”.

Il sentore della disfatta si sentiva già, anche nel costruire alleanze, come ha tenuto a precisare Federico Scaramucci del Pd di Urbino. “Mangialardi va ringraziato, è stato un esempio di impegno ma adesso ci aspetta un compito difficile: non solo fare opposizione, ma costruire un racconto che sia una proposta nuova. Al Pd non serve il commissariamento, ma un rinnovamento. Guardiamo la distribuzione territoriali dei risultati, migliori nelle aree urbane basate sui servizi mentre in quelle interne o in quelle a vocazioni industriale abbiamo perso. Quindi, servono scelte coraggiose, dobbiamo affrontare questa sfida della sostenibilità ambientale, della digitalizzazione e magari parlare anche di cose nuove, senza rincorrere la politica di Destra. Allarghiamoci ad altri mondi per non risultare troppo autoreferenziali”.

“Questa iniziativa ha un approccio positivo – ha commentato Valerio Lucciarini -, proprio quello che occorre dopo una sconfitta storica. Il primo errore che abbiamo compiuto è non aver compreso che le Marche erano cambiate e non aver avuto il coraggio di misurarci su un processo di rielaborazione rispetto alla nostra proposta. Avremmo perso con chiunque si fosse candidato, il gap era troppo ampio, inutile andare ad uno scontro che non serve a nessuno”.

Segretario del circolo Pd di Villa Fastiggi di Pesaro, Andrea Salvatori ha rimarcato come ancora oggi nella sua realtà ci sia il gusto di stare in sezione e mettere in circolo idee. Ma, ha aggiunto, c’è un Pd regionale in crisi per una mancanza di progettualità verso il futuro. “Si è guardato solo il presente, le sfide amministrative, ma non c’è stata una linea politica. Dobbiamo ripartire dalla formazione politica, il Pd regionale deve prendere in mano questo tema delicatissimo aiutando tutte le federazioni. È necessario mettere in campo tutte le forze e le competenze. Vorrei una formazione finalizzata a creare un gruppo dirigente del futuro e che una volta formati i militanti venissero veramente presi in considerazione e data lloro a possibilità di giocare la partita nel partito”.

Da Recanati è intervenuto Franco Fraticcini, membro del direttivo Pd. “Mi considero un soldato semplice della politica, anche se è un ruolo che ha pari dignità rispetto ai generali. Il Pd è l’unico partito capace di far diventare l’Italia una nazione migliore. Potenzialità però non percepite dall’elettorato italiano, che guarda agli aspetti negativi che ci sono. Occorre costituire un organismo specifico e permanente per i programmi a vari livelli, che riattivi e coinvolga tutti i circoli territoriali che dovranno divenire un microfono acceso per ascoltare lamentele e proposte di tutte le categorie. Se lo avessimo fatto a Macerata, avremmo posto rimedio al disastro che ha portato alla vittoria della Lega. Ma oltre che microfono saranno anche un altoparlante per comunicare. Dobbiamo costruire fino alle prossime elezioni nazionali e regionali un progetto politico, lo devono fare gli amministratori insieme ai militanti e alla società. Un progetto riconoscibile, credibile e realizzabile, sul quale sentirsi uniti”.


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