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Riflettori accesi sul parco marino
Rossi: “Siamo chiamati ad
una rivoluzione culturale”

PARCO - "Siamo chiamati ad una rivoluzione culturtale" così l'ex presidente della provincia di Ascoli, Massimo Rossi, affrontando il tema del parco marino del Piceno chiuso in un cassestto del Ministero in attesa che l'iter, di fatto concluso, possa ripartire.
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di Sandro Renzi

Nel cassetto sì, ma non archiviato. L’iter per la creazione del parco marino del Piceno di fatto è concluso. Nell’aprile del 2010 la conferenza unificata Stato-regioni aveva espresso addirittura un parere favorevole al decreto istitutivo e al relativo regolamento di gestione. In quello stesso anno, però, la Provincia di Ascoli sparigliò le carte chiedendo al Ministero dell’ambiente la sospensione dell’istruttoria e la   riapertura del tavolo di confronto “lamentando il recepimento parziale delle richieste avanzate in fase di istruttoria dalle rappresentanze di categoria della pesca delle vongole; decisione che avrebbe acuito lo stato di crisi economica subentrante. Ne conseguiva che, a fronte di un mutamento della posizione della provincia, veniva a determinarsi una forte contrarietà all’istituzione dell’area marina protetta di una parte importante del territorio interessato” parole della sottosegretaria  di Stato per l’ambiente e la tutela del territorio e del mare, Silvia Velo, pronunciate nel 2015 rispondendo ad una interrogazione del gruppo dei 5 Stelle alla Camera.

Cosa manca quindi, da un punto di vista procedurale, perché si possa arrivare all’obiettivo? “L’istituzione è stata di fatto impedita dalla duplice difficoltà della mancata condivisione territoriale e della mancata individuazione del consorzio. Quindi, possiamo dire che la procedura istituiva dell’area marina protetta potrà riprendere allorquando sussisterà un rinnovato interesse, con un’ampia condivisione del territorio interessato” così ancora la sottosegretaria cinque anni fa. Insomma il progetto è “congelato” ma non cancellato. L’ex sindaco di Grottammare e presidente della Provincia di Ascoli, Massimo Rossi, è tra coloro che hanno speso una vita nel tentativo di realizzare l’area marina protetta. “Eravamo arrivati al traguardo -ricorda Rossi ricostruendo le tappe principali di questa iniziativa che prende le mosse da un vecchio assessore di Grottammare, Franco Piunti, all’inizio degli anni ’90- e l’obiettivo ci è sfuggito per un soffio”. Quel soffio è la delibera di giunta a firma del presidente della provincia di Ascoli Celani, che di fatto ha messo una pietra quasi tombale sul parco. Perché se è vero che negli anni alcuni Comuni, tra cui Fermo e Porto San Giorgio, si sono defilati rispetto all’accordo programma del 1998 esprimendo un chiaro parere negativo al parco, altrettanto vero è che il progetto aveva subito una riperimetrazione da Pedaso verso sud e quindi, con l’ok del Ministero, aveva proseguito il suo iter per l’ultimo tratto di costa marchigiana fino a San Benedetto del Tronto. “E confidavamo che anche gli enti che avevano detto no potessero poi rientrare -dice Rossi- fu Piunti in maniera quasi visionaria a far inserire il Piceno tra le aree marine di reperimento. E’ vero, questa zona non ha gli stessi elementi di pregio di altri parchi, ma ha una sua connotazione ambientale e naturale che può e deve essere tutelata e valorizzata”.

Per arrivare alla conclusione del parco sono state peraltro spese risorse pubbliche atte a finanziare studi e relazioni. Dapprima commissionate dagli stessi Comuni che avevano siglato l’accordo del ’98, poi dal Ministero che a sua volta incaricò altri tecnici.  “L’idea -racconta Rossi- era quella di fare vita ad un unicum che mettesse in collegamento il parco dei Sibillini a quello marino passando attraverso la splendida Valdaso, intervenendo in un contesto antropizzato per creare le condizioni necessarie ad una nuova economia costiera”. Insomma un parco “sperimentale” quello del Piceno rispetto a quelli già istituiti. “Avevo trovato alla fine anche un accordo con le categoria dei vongolari -ricorda l’ex presidente della provincia di Ascoli- un compromesso per fare in modo che potessero pescare in una zona D di interconnessione“. Ma anche in questo caso gli eventi hanno portato la categoria a fare un paso indietro. Si pensava ovviamente di coinvolgere anche l’Università di Camerino con la sua facoltà di biologia marina ed altre categorie produttive. “Anche da noi c’è una biodiversità da tutelare e credo che il parco possa contribuire a valorizzare il territorio e l’offerta turistica” chiarisce Rossi “dopo tanti anni è una questione che mi brucia ancora ma non intendo mollare”. I presupposti per riaprire il confronto ci sono tutti, a maggior ragione ora che i Comuni puntano sempre di più sulla qualità delle acque ed all’ottenimento della Bandiera Blu. Tanto più ora che arriveranno nel Paese milioni di euro destinati al finanziamento di progetti che hanno a che fare con l’ambiente e la sostenibilità. Tanto più che il Ministero concede annualmente un contributo di circa 300mila euro ai parchi marini. Quello che occorre fare è allora prima di tutto rivedere il modo di relazionarsi con il mare, partendo dal presupposto che un parco non limita l’attività dell’uomo, ma può aiutare a creare nuove occupazioni e fonti di reddito, dividendo l’area protetta in tre zone diverse per grado di tutela. Tant’è che su gran parte dello specchio d’acqua si potrebbero svolgere attività non troppo differenti da quelle odierne, tuttavia programmate e programmabili. “Siamo chiamati ad una rivoluzione culturale” chiosa Rossi.

 

 

 


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