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Pontificale in cattedrale,
le parole dell’Arcivescovo Pennacchio
:
“Non ha senso parlare di Natale
se non si è incarnati nella realtà”

FERMO - Le parole dell'Arcivescovo: "La pandemia ha scardinato la nostra fede. Oltre agli eventi negativi ha scoperchiato le contraddizioni in cui vivevamo. Oggi più che mai dobbiamo riappropriarci del senso di questa festa. Eravamo troppo distratti".
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di Paolo Paoletti

Il bambinello questa mattina in Cattedrale

Una celebrazione di Natale diversa dalle altre ma non per questo meno intensa. Il pontificale di questa mattina, presieduto dall’Arcivescovo Rocco Pennacchio, è stata l’occasione, per la comunità cristiana di ritrovarsi e raccogliere l’invito a vivere questi tempi immersi nella realtà, seppur difficile e dolorosa, traendone insegnamento,  lontani dai filtri a cui eravamo abituati negli anni precedenti. Presente in cattedrale anche il sindaco di Fermo Paolo Calcinaro. Cerimonia che è stata trasmessa in diretta su Radio Fermo Uno e in streaming su Cronache Fermane.

“Che Dio si faccia uomo o carne sembra un’affermazione scontata come tante che ascoltiamo – ha spiegato l’Arcivescovo nella sua omelia –  oggi sentiamo il bisogno di ascoltare e lasciarci interrogare di più, forse per dare un senso a quello che stiamo vivendo. Fino allo scorso anno l’atmosfera prevaleva sul mistero, avvolgendola di buoni sentimenti ma anche di quello strano involucro che non ce lo rendeva significativo. Addirittura qualcuno arrivava  a dire ‘non vedo ora che passino queste feste’, incapaci come eravamo di interrompere la routine per riflettere sul senso della vita e delle nostre azioni. Come sembrano lontane oggi quelle affermazioni”.

Mons Pennacchio ha aggiunto: “Questo tempo incerto che stiamo vivendo ci ha messo in crisi, ci ha disposto nella condizione di contemplare il mistero del Natale e andare a fondo della Fede, smascherando gli inganni. Tra questi c’è quello cedere al desiderio di un Dio si modelli a come ce lo aspettiamo. Oggi molti pensano a un Dio tappabuchi, che risolva i problemi della malattia,  della sofferenza, delle ingiustizie concedendoci un’evasione miracolistica dalle difficoltà.  Per altri invece, è quasi un elemento decorativo, che si dipana  in quella ipocrita certezza della benedizione che, anche se rimane fuori dal Vangelo, è quasi un timbro per renderci credenti. La pandemia ha scardinato la nostra fede. Oltre agli eventi negativi ha scoperchiato le contraddizioni in cui vivevamo. Oggi più che mai dobbiamo riappropriarci del senso di questa festa. Eravamo troppo distratti. Ora invece ci stiamo concentrando di più sul festeggiato:  il Figlio pieno di grazia e verità. Non ci sbagliamo se guardiamo a lui. Tanti mali ci hanno oppresso quest’anno: morti, sofferenza e un virus che ci ha schiacciati violentemente sulla nuda realtà della nostra vita. Tutte le profezie, tutta la scrittura e la storia degli uomini trovano in Gesù compimento. Quando Dio ha voluto dire una parola definitiva l’ha detta in lui. Per scoprirlo come punto di riferimento della Fede dobbiamo capire questo tempo, assumerlo, farlo nostro, scorgere segni postivi. Sarebbe un errore madornale farci gli auguri nella pandemia. Per scoprire Gesù bisogna farci gli auguri attraverso la pandemia. Come Gesù ha attraversato le contraddizioni e i drammi degli uomini. Ci auguriamo d’imparare qualcosa di buono dall’esperienza che stiamo vivendo. Forse dopo aver usato la parola salvezza senza comprenderla perché sazi e sicuri di noi stessi, oggi desideriamo essere salvati. Questo è un primo passo importantissimo per riappropriarci della Fede e dell’incarnazione. Un cristiano che chiede la salvezza può farlo solo in riferimento a Gesù. Oggi la parola salvezza non ci lascia indifferenti perché siamo stati toccati sul senso della nostra vita. Se i grandi potenti dell’epoca ignoravano la venuta del figlio di Dio i poveri e i derelitti accolsero Gesù perché cercavano la salvezza”.

Arcivescovo che prima di concludere ha aggiunto:” Gesù si è fatto compagno di fatiche dell’uomo spingendosi nel fondo della drammaticità dell’esistenza: solidale con noi fino alla morte. Se non percepiamo che a Betlemme nasce l’uomo della croce la fede cristiana non ha senso. Non si può vivere il Natale commuovendosi davanti al bambino senza pensare che sia immerso nella nostra vita morendo per noi. Non ha senso parlare di Natale se non si è incarnati nella realtà. In chi è lontano e non può raggiungere la propria famiglia, gli operatori sanitari in ospedale, i degenti, i giovani lontani dagli amici e chi fa fatica a portare a casa anche il pane. Incarnati. Stiamo vivendo più  degli anni passati la realtà del Natale. Non possiamo fare esperienza di Dio se non tramite Cristo. Ogni esperienza, seppur drammatica, che ci mette a contatto con gli uomini è Natale. Il Natale ci chiede inoltre la responsabilità di custodire la fraternità. Per viverlo in pienezza non basta radunare una compagnia,  ma serve interrogarsi che quella compagnia sia fraternità. Lo vediamo ancora di più oggi. Vi chiedo di non disperdere queste riflessioni, riscoprire la centralità di Cristo, accoglierlo lasciandolo operare nella nostra vita, scoprirlo nella storia, nei segni che mostra, anche in questo tempo, non  sentirsi abbandonati ne da Dio ne dai fratelli perché tra noi siamo figli e fratelli. Ci sarà qualche lacrima di commozione in meno davanti al presepio ma la fede ne sarà irrobustita. Dobbiamo avere fiducia e speranza nel futuro certi dello sguardo amorevole di Maria nostra patrona”.

Al termine della celebrazione l’Arcivescovo Pennacchio, insieme al sindaco e al rettore della Cattedrale don Michele Rogante, sono scesi nella cripta per inaugurare il presepe della Cavalcata dell’Assunta allestito con le foto dell’evento dello scorso anno tenutosi alle cisterne romane.

Il presepe fotografico inaugurato nella cripta del Duomo


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