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Caos emergenza, Lusek: “Così perdiamo fiducia dei cittadini, ma qualcosa sta cambiando” E rilancia sui coordinamenti intercomunali

FERMO - Errori e limiti nella gestione della pandemia visti da dentro. Con un focus su presente e futuro del sistema locale di Protezione Civile
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di Andrea Braconi

La gestione dell’emergenza è un mestiere. Da anni Francesco Lusek lo ribadisce in ogni sede e a tutti i livelli, con alterne fortune. Non ultimo l’impegno, in qualità di docente universitario, nella preparazione di una nuova generazione di manager del settore. E nel tracciare una linea nel pieno della terza ondata Covid, riemergono limiti di un sistema che – fuor di metafora – sembra trovarsi senza ossigeno. Lo stesso Lusek, in questo anno, è stato impegnato nella gestione dell’emergenza come consulente a livello istituzionale, dirigente del terzo settore ed esperto inserito nel team di Guido Bertolaso.

Lusek, quali errori risaltano dopo oltre un anno di pandemia?

“La mia visione è quella di tanti altri molto più preparati e autorevoli, come ad esempio Bertolaso e Miozzo: per un lungo periodo è mancato un collegamento tra Governo e Regioni. Il piano pandemico nazionale non era aggiornato. Poi: nella gestione dell’emergenza deve esserci una figura competente che comunica, ma qui è una vera e propria giungla con il cittadino che sta nel mezzo bombardato da tutte queste informazioni e tirato per la giacchetta dai soggetti più variegati: la conseguenza è che la popolazione perde fiducia, l’errore più grave che si possa fare in queste situazioni. Invece, il cittadino deve seguire l’autorità preposta, mentre in questo caso è costretto ad inseguire una miriade di personaggi, alcuni dei quali utilizzano i social in modo compulsivo”.

Qui c’è stato un capo di Protezione Civile messo praticamente all’angolo da un commissario.

“Con il sisma è accaduto lo stesso: nel bel mezzo dell’emergenza abbiamo messo a fianco del capo di Protezione Civile un commissario, con quest’ultimo che per certi versi ha fagocitato il primo”

In sostanza, il terremoto prima, il Covid oggi: non impariamo mai dagli errori. Ma come fa questo Paese, che in tante parti del mondo viene visto come modello nella gestione delle emergenze, a fallire quando l’emergenza la vive in prima persona?

“È un modello che esportavamo all’estero e che devo dire in parte ancora esportiamo. Ma come al solito, non siamo mai profeti in patria. Manca da diversi anni la capacità di capire, mentre si cura molto l’aspetto mediatico: si bombardano i cittadini di dati per far vedere che il sistema è efficiente, senza però fermarsi a riflettere su ciò di cui c’è realmente bisogno per far funzionare gli ingranaggi. Voglio dare atto, comunque, all’inversione di tendenza che è stata fatta con le nuove nomine, in particolare con quella di un commissario militare, indubbiamente competente, con un background pluridecennale e che sa dove mettere le mani.

Con il senno di poi, poteva essere messo all’inizio?

“Per fare il medico ci vuole una laurea e per fare la gestione dell’emergenza ci vogliono professionisti dedicati. Indubbiamente, l’attuale commissario è un professionista del settore, quindi chi meglio di lui? Il fatto grave è che all’inizio è stata messa una figura priva di esperienza specifica a gestire l’emergenza, senza considerare che abbiamo una storia, una normativa, dei piani, delle risorse umane e strumentali, tutto ciò che insomma fa parte del nostro sistema. Quindi, come si fa a non tenerne conto? Se tu scegli il profilo sbagliato all’inizio, è chiaro che poi avrai delle conseguenze. Chiarisco che noi della vecchia scuola non siamo nostalgici dell’era Bertolaso per amicizia, ma semplicemente perché c’era un capo, un medico competente, con pieni poteri sia a livello gestionale ma anche comunicativo, elementi questi ultimi che devono andare di pari passo. Non apprezzo Figliuolo perché porta la mimetica ma perché ha esperienza, ha fatto calamità in Italia e missioni all’estero, quindi sa dove mettere le mani. Ci sono forti aspettative, ma ricordiamoci che l’abbiamo messo dopo un anno di gestione caotica.”

Sempre sul fronte delle emergenze, da diverso tempo il mantra sembra essere quello della creazione di gruppi intercomunali di Protezione Civile. Ma qual è il vero stato dell’arte?

“Qui negli anni 2000 c’è stato l’esperimento dell’Unione Comuni Valdaso, poi nel 2006-2007 ci fu un tentativo nella media Valdaso, sia fascia fermana che picena: si era lavorato ad un protocollo, era stata portata avanti una formazione congiunta, poi tutto decadde per logiche campanilistiche e burocratiche. Se ne è parlato anche nel 2010-2011 quando sono stati individuati possibili accorpamenti di servizi tra Comuni, poi il nulla, fino al gennaio 2018 quando nel codice della Protezione Civile rispunta l’argomento specificando che questo servizio può essere svolto in funzione associata.”

Da lì qualche sindaco ha iniziato a ragionarci sopra.

“Sì, e io sono stato contattato per qualche consulenza. Borroni di Monte Rinaldo per la Valdaso e Cesetti di Magliano per la valle del Tenna hanno lanciato il sasso nello stagno, uscendo esplicitamente sui media. Sono state organizzate un paio di giornate formative con Bertolaso nel 2019 a Porto San Giorgio e a Magliano di Tenna, dove abbiamo portato le potenzialità, l’importanza del mettere insieme uomini e mezzi, così come le esperienze delle altre regioni. A volte di queste collaborazioni parliamo come se fossero irrealizzabili, ma in Umbria, quindi vicino casa nostra, queste forme di coordinamento funzionano da decenni. Pensiamo a Orvieto, che ha poco più di 20.000 abitanti e che è capofila di altri 20 Comuni. Altro esempio è quello della Valnerina, poi abbiamo la Toscana e l’Emilia Romagna, che si è mossa molto negli ultimi anni. Quindi, se lo fanno loro perché non possiamo farlo anche noi? Sono obiettivi assolutamente alla nostra portata. Anche il Dipartimento nazionale di Protezione Civile sta lavorando ai cosiddetti Ambiti Territoriali Ottimali, esattamente come si fa con i servizi sociali e la presenza di Comuni capofila.”

Quindi, qualcosa si muove.

“Insisto: Monte Rinaldo e Magliano di Tenna sono due esempi positivi, stanno cercando di coagulare le varie realtà, facendo riunioni, informando i colleghi e coinvolgendo la Regione.”

La pandemia, però, ha rallentato il tutto.

“Sicuramente, ma continuiamo a lavorare perché crediamo sia fattibile. Nei prossimi mesi verrà fuori qualcosa. Il ruolo decisivo ce l’hanno anche realtà come Pubbliche Assistenze, Croce Rossa e Associazione Vigili del Fuoco Volontari che hanno già un’anima intercomunale.”

Concretamente: quali sono i reali vantaggi di un sistema intercomunale?

“Anzitutto, evitare di fare doppioni, anche nell’acquisto dei materiali. Poi c’è la pianificazione dell’emergenza: non tutti i Comuni hanno aree idonee per soccorritori e sfollati, ma nel Comune vicino, a pochissimi chilometri, questi spazi magari abbondano .Quindi possiamo anche parlare di pianificazione territoriale, procedure comprese. Inoltre, in questo modo si agevola il lavoro di Prefettura e Regione, avendo meno frammentazione alla base.”


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